Approfondimento

Manca tutto tranne il panno per pulire il ritratto di Kim

Approfondimento

Manca tutto tranne il panno per pulire il ritratto di Kim

Data: 14 Luglio 2026

Elena Loewenthal recensisce «Nulla da invidiare» di Barbara Demick su TuttoLibri, La Stampa, il 27 giugno 2026.

La Corea del Nord raccontata da chi è riuscito a fuggire.

Fra tutte le tante cose raccapriccianti - gente morta di fame sul ciglio della strada guardata con l'indifferenza di una disperazione condivisa, deportazioni a tappeto in campi di lavoro per una mezza parola o un gesto di troppo o di troppo poco - la cosa più sconcertante in questa storia è un panno bianco. Che il Partito del lavoro distribuiva fino agli anni Ottanta ogni anno in occasione del compleanno del leader Kim Il-sung insieme al ritratto sotto vetro del leader.

Il ritratto doveva stare appeso in ogni casa, e sotto il ritratto si collocava il panno dentro una scatolina. Il panno andava usato soltanto per pulire il ritratto, «era particolarmente importante durante la stagione delle piogge, quando qualche macchiolina di muffa si insinuava sotto gli angoli della cornice di vetro. Più o meno una volta al mese gli agenti della polizia del pubblico decoro facevano una visita per controllare la pulizia dei ritratti».

La Corea del Nord resta ancor oggi uno dei paesi più impenetrabili del mondo, dove non c'è quasi nulla che assomigli a quello che siamo abituati a vedere e conoscere. Basta una foto satellitare in notturna, per spiegarlo: in un mondo costellato di luci, quella mappa si interrompe bruscamente al 38esimo parallelo nord, che segna il confine fra le due Coree. Lassù è quasi tutto buio, anche se vi abitano milioni di persone.

Barbara Demick è una giornalista statunitense che fra il 2001 e il 2008 è stata in Nord Corea nove volte. È stata nella capitale Pyongyang e dintorni, ma tutte le missioni di giornalisti erano scortate e sorvegliate e condotte per mostrare una realtà tanto provvisoria quanto inattendibile. Dai tempi della cosiddetta "marcia ardua", la disastrosa carestia che fra il 1994 e il 1998 ha devastato il paese, laggiù non molto è cambiato in termini di qualità della vita, libertà, retorica di regime, cibo per sfamarsi.

Il libro, che s'intitola «Nulla da invidiare» - eco di una canzone/slogan del regime - ed esce ora in italiano nella bella traduzione di Valentina Ricci per Iperborea, è basato sulle testimonianze di sei profughi espatriati nei modi più improbabili e avventurosi fra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo millennio. Sei vite ma in realtà molte di più - famiglie, relazioni, comunità - che nel racconto di Demick si intrecciano in una trama tanto avvincente quanto realistica e incredibile. È un unico viaggio in un mondo parallelo, questo libro. Perché le "Vite normali in Corea del Nord" non sono affatto normali, per lo meno ai nostri occhi di terrestri del ventunesimo secolo o, se vogliamo stare più larghi, di questo antropocene.

Tanto artificiale risulta quel confine fra le due Coree tirato con una riga con la spartizione fra i grandi blocchi del dopoguerra, quanto parossistica la differenza fra quel "dentro" impenetrabile e il resto del mondo. In Corea del Nord, infatti, prende piede ben presto un tossico miscuglio di comunismo reale in cui non è dato possedere nulla, neanche un'idea, e culto della personalità. Il leader, prima il nonno poi il padre e ora il nipote, è una sorta di divinità da venerare, temere e servire.

Il racconto di questi profughi che hanno varcato il confine con la Cina guadando fiumi gelati, attraversato mezza Asia centrale per arrivare in Mongolia e ottenere un visto per la Corea del Sud al consolato di Ulan Bator, che hanno dovuto abbandonare figli e genitori e fratelli e sorelle e da allora non sanno se sono vivi o no, è la cronaca di un mondo dove manca tutto, a parte il panno per pulire il ritratto del leader. Un mondo dove capita di non vedere un chicco di riso bianco per anni e anni: «Per terra vide una ciotolina di metallo, con dentro del cibo. Si avvicinò per guardare meglio: era riso, riso bianco, mescolato ad avanzi di carne. Non ricordava nemmeno l'ultima volta che aveva visto una ciotola di riso bianco puro. Cosa ci faceva lì, abbandonata per terra? Capì appena prima di sentire il latrato del cane».

La dottoressa Kim ha varcato il confine lungo il fiume Tumen ancora gelato la notte precedente, e quel casolare di contadini cinesi è il primo luogo abitato che trova, dopo la fuga. Spera ancora che la Cina sia povera quanto la Corea del Nord. «Voleva ancora credere che il suo paese fosse il migliore del mondo»... e invece i cani cinesi mangiavano meglio dei medici nordcoreani.