Approfondimento
Brokken, viaggiatore della memoria
Approfondimento
Brokken, viaggiatore della memoria
Cristina Taglietti recensisce «La malinconia del viaggiatore» di Jan Brokken su La Lettura, Corriere della Sera, il 7 giugno 2026.
Lo scrittore olandese non si sposta soltanto, indaga; non osserva, ascolta; non compie visite, pellegrinaggi. Qui racconta quattordici artisti europei inquieti, esuli, non appartenenti a un unico luogo. Più vicino a Nooteboom che a Chatwin, a Magris che a Theroux.Da molti anni Jan Brokken batte una regione letteraria tutta sua, a metà strada tra il reportage, il ritratto biografico e il racconto di viaggio. In «La malinconia del viaggiatore» (Iperborea), questa geografia personale trova una delle sue espressioni più compiute. I quattordici testi che compongono il libro non raccontano soltanto luoghi: raccontano le tracce lasciate dagli artisti, dagli scrittori, dai musicisti che li hanno attraversati, trasformandoli in paesaggi della memoria.
Brokken non è un viaggiatore attratto dall'esotico, piuttosto un viaggiatore della permanenza: il suo sguardo si posa su un'Europa fatta di stazioni ferroviarie, tombe, musei, sale da concerto, città periferiche e villaggi dimenticati. Le figure evocate diventano nodi di una rete culturale che unisce il continente e ne preserva la memoria contro l'oblio. Più vicino a Cees Nooteboom e a Claudio Magris che ai tradizionali autori di viaggio come Bruce Chatwin o Paul Theroux, Brokken pratica il pellegrinaggio culturale come forma narrativa. Non cerca l'orizzonte aperto, l'ebbrezza dello spostamento, ma le sedimentazioni; viaggia per verificare che le opere, le voci e le vite che hanno costruito l'Europa continuino a parlarci.
A rendere riconoscibile la sua scrittura è la capacità di intrecciare il dato documentario con l'incontro fortuito, aspetto, questo, che lo avvicina a certi lavori di Claudio Magris, «Danubio» soprattutto. Un quadro visto al Musée d'Orsay può aprire la strada a una riflessione sulla musica di Antonín Dvorák; una visita a Mantova durante il Festivaletteratura può trasformarsi in un giallo sulla partitura perduta dell'«Arianna» di Claudio Monteverdi; una tomba sui Pirenei può diventare il simbolo dell'esilio e della resistenza culturale.
Le coincidenze non sono mai semplici aneddoti: diventano il metodo attraverso cui il passato continua a dialogare con il presente. Il primo capitolo, dedicato ad Antonio Machado, il poeta spagnolo sepolto nel cimitero francese di Collioure, «un villaggio di pescatori incastonato tra l'azzurro del mare e il verde dei vigneti sui pendii scoscesi dei Pirenei orientali», è quasi un manifesto poetico dell'intero libro: il centro non è il poeta, ma la cassetta delle lettere installata sulla sua tomba, un oggetto che permette ai vivi di continuare a dialogare con il morto. Una volta alla settimana il postino recapita nella cassetta ringraziamenti, biglietti da visita, poesie, sacchetti di terra andalusa, richieste d'aiuto per superare un esame, trovare l'amore o l'ispirazione per una poesia, per ottenere denaro o sostegno («Aiutaci a vivere e a morire»). Il viaggio diventa letteralmente corrispondenza attraverso il tempo. Come in «Gli anelli di Saturno» o in «Austerlitz» di W. G. Sebald, un dettaglio materiale apre una serie di cerchi concentrici che comprendono biografia, storia, politica, arte e memoria. Ma mentre Sebald guarda sempre le rovine lasciate dalla catastrofe europea, Brokken cerca le forme della sopravvivenza.
Machado, convinto repubblicano, democratico e socialista, dunque nemico giurato di Francisco Franco, era arrivato a Collioure nel 1939 con la vecchia madre, i due fratelli, la cognata e un ombrello come unico bagaglio. Nel ristorante dell'albergo dove si erano installati, lui e il fratello Josè mangiavano a turno. Non avevano una camicia di ricambio: «Quando uno dei due si lava la camicia, aspetta che l'altro abbia finito di mangiare e sia tornato in camera» spiega Josè alla proprietaria. È una forma di biografia errante che non ha nulla di sistematico, ma insegue le risonanze, una lezione che ricorda quella di Patrick Leigh Fermor, altro straordinario viaggiatore europeo capace di fondere cultura, memoria e osservazione diretta.
Nel capitolo dedicato a Franz Kafka Brokken mostra in modo chiaro il suo metodo: parte da un luogo e da un dettaglio concreto, entra in un'opera, la collega alla biografia dell'autore e infine la trasforma in una riflessione universale sulla condizione umana. Dalla considerazione che Kafka detestava i treni, simboli di una modernità troppo efficiente, capace di ridurre l'individuo a un ingranaggio e di privarlo della libertà di deviare dal percorso stabilito, Brokken entra nel primo racconto importante di Kafka, «Preparativi di nozze in campagna», in cui il protagonista, Eduard Raban, deve raggiungere la futura sposa in un villaggio, ma durante il viaggio fa di tutto per ritardare l'arrivo. Kafka, scrive Brokken, «aveva già immaginato, per iscritto, ciò che più tardi gli sarebbe realmente accaduto» con Felice Bauer con cui intratteneva un intenso carteggio e a cui avrebbe proposto di sposarlo.
L'Europa raccontata da Brokken è il continente degli inquieti, degli esuli, dei viaggiatori e degli artisti che non riescono mai ad appartenere completamente a un luogo. Nel capitolo dedicato a Béla Bartók tutto nasce da una vecchia locandina dell'ultimo concerto tenuto a Budapest l'8 ottobre 1940, insieme alla sua seconda moglie, la pianista Ditta Pásztory, prima dell'esilio negli Stati Uniti. Quando gli chiesero se non trovasse terribile lasciare il suo Paese, scrive Brokken, Bartók rispose citando le parole con cui Beethoven intitola il tema del «Quartetto» n. 16 in Fa maggiore. «È necessario?». «Sì, lo è». Ditta era ebrea: il suo Paese aveva imboccato la strada sbagliata.
«Dopo il 2001 ho spesso pensato di smettere di viaggiare, per ragioni politiche, morali o ecologiche - viaggiare inquina, in tutti i sensi possibili - ma poi ha prevalso la prospettiva di fare incontri imprevisti», spiega Brokken. Quegli incontri che «ti trascinano in un altro mondo e ti fanno passare da uno stupore all'altro». Come «la sindaca Grazzi» che nella libreria Arcadia di Rovereto, alla fine di una presentazione gli chiede di sposarlo suscitando in lui una curiosità irrefrenabile per lei e per un artista che non conosce, Fortunato Depero, e soprattutto per una sua celebre opera, «Il motociclista». O come il sedicente visconte in cappello di paglia e papillon che lo abborda nel palazzo ducale di Mantova mentre ammira per l'ennesima volte «La camera degli sposi» di Mantegna e gli rivela di possedere i primi due atti della partitura dell'«Arianna» di Monteverdi, capolavoro perduto rappresentato per la prima volta proprio lì nel 1608. La vita del compositore si intreccia con le vicende del visconte e dello stesso Brokken, concentrata in una di quelle ossessioni «capaci di tirare fuori il peggio dell'essere umano».
La musica non è semplicemente uno dei temi del libro: è il suo principio organizzatore. Bartók, Dvorák, Olivier Messiaen, il violoncellista Anner Bijlsma, il misterioso Servais, Monteverdi e molti altri trasformano l'Europa di Brokken in una sorta di partitura culturale. E anche quando parla di letteratura, Brokken continua a ragionare in termini musicali. Nell'incontro finale con Ismail Kadare, ormai anziano, lo scrittore albanese dice di invidiare ai musicisti la capacità di creare una lingua sempre nuova. «Noi - dice - abbiamo a disposizione soltanto parole spesso abusate, consumate, appesantite, cariche di significati perché qualche ideologia se n'è impadronita».