Intervista
UN’INFANZIA ANTICONVENZIONALE, L’INCONTRO CHE LE HA CAMBIATO LA VITA, TANTE DOMANDE
Intervista
UN’INFANZIA ANTICONVENZIONALE, L’INCONTRO CHE LE HA CAMBIATO LA VITA, TANTE DOMANDE
Intervista a Hélène Giannecchini a cura di Rita Balestriero (D – La Repubblica, il 18 aprile 2026)
Sopra la scrivania di Hélène Giannecchini è appesa la fotografia di un matrimonio. È in bianco e nero, il sapore è anni Settanta, uno degli sposi indossa un completo classico, cravatta e pochette; l’altro il velo e un abito di seta lucida, con le balze fino ai piedi. Non guardano in camera, ma sono felici. "Mi piace perché è uno scatto impossibile: al tempo le unioni gay erano illegali, ma a loro non sembra importare", racconta dal suo appartamento di Parigi l’autrice di Un desiderio smisurato di amicizia, che Iperborea ha appena pubblicato in Italia (ma presto arriverà anche in Uk, Spagna, Germania e Sud America). Intrecciando saggistica, memoir e fiction, è un libro che fugge ogni definizione, «per me è semplicemente letteratura, da persona queer rifiuto l’idea che il mondo sia diviso in categorie, preferisco muovermi nel mezzo».Quel che è certo è che le fotografie funzionano spesso da innesco per lo sviluppo di storie e riflessioni.
«Non so perché, ma da sempre mi commuovono e mi stimolano moltissimo, anche più dei dipinti. È come se ragionassi e mi emozionassi per istantanee. Ecco perché le cerco ovunque: nei mercatini dell’antiquariato, su eBay, quando ho vissuto a Roma (nel 2018 è stata borsista all’Accademia di Francia a Roma, Villa Medici, ndr) ho comprato un sacco di vecchie cartoline intorno alla Stazione Termini. Amo le foto delle persone comuni, mi piace immaginare le loro vite, ne studio i dettagli come fossero indovinelli».
Lei è cresciuta in una famiglia anticonvenzionale: una madre e due padri. E poi con amici dei suoi genitori che si sono trasferiti da voi per lunghi periodi. Qual è la vostra istantanea preferita?
«Una che è stata scattata quando io non ero ancora nata. Mia mamma e uno dei miei due papà sono seduti su una panchina in un giardino, l’altro è dietro di loro: i corpi formano involontariamente un triangolo, sono semplicemente belli, si vede che si amano, che si vogliono bene, che tra loro c’è una connessione speciale».
Si è mai sentita diversa?
«Finché non sono andata a scuola e gli altri bambini hanno iniziato a darmi della ‘strana’ per me quella era la normalità. In ogni caso ho continuato a essere orgogliosa della mia famiglia e anche molto grata perché i miei genitori mi hanno dato uno dei doni più preziosi che si possa fare a un bambino: la libertà».
Per esempio quella di costruirsi la propria famiglia d’elezione - tema centrale del libro. Qual è l’ostacolo più grande per chi intraprende questo progetto?
«Il diritto di essere riconosciuti dalla società. L’estrema destra è ossessionata dalla famiglia biologica e tutto ciò che non lo è sta diventando un problema in molti Paesi».
Si è mai sentita in pericolo?
«No, ma la situazione politica mi spaventa. Nel 2023, solo negli Stati Uniti, sono state votate 85 leggi contro le persone trans, l’anno precedente 26. E però vorrei precisare che il mio non è un libro contro la famiglia biologica - io amo la mia e quelle che hanno costruito i miei fratelli - ma sono convinta che vadano accettati anche tutti gli altri modelli possibili».
Da chi è costituita la sua famiglia di elezione?
«Da cinque persone, ognuno abita per sé, ma con alcuni viviamo vicini. Ci lega un sentimento potente: l’amicizia».
Cos’è per lei l’amicizia?
«Una forma d’amore puro, completamente disinteressato. Se ci pensa, ci sono legami che durano dall’infanzia, molto più di qualsiasi relazione longeva. In questo momento storico, poi, mi sembra anche un sentimento politico perché è l’abilità di relazionarsi con altre persone, magari anche molto diverse - per età, storia, cultura - in un mondo in cui non siamo mai stati così soli, ipnotizzati e distratti dai nostri smartphone».
Nel quarto capitolo parla di Louise Antoine de Saint-Just: nel suo progetto per le istituzioni repubblicane voleva conferire all’amicizia uno status giuridico, convinto che per un rivoluzionario i sodali fossero importanti quanto moglie e figli.
«L’ha scritto nella seconda metà del 700, incredibile. Concordo sull’universalità dell’amicizia, infatti non ho mai pensato di rivolgermi solo a un pubblico queer e la prova l’ho avuta da molti eterosessuali che mi hanno contatta dopo avermi letta».
Alla fine del libro ringrazia Donna Gottschalk «per avermi permesso di estendere la mia famiglia d’elezione dall’altra parte dell’Oceano». Con la fotografa americana lo scorso anno ha organizzato la mostra We Others a Parigi (che ora è a Londra e poi andrà a Toronto) e a lei dedica un intero capitolo.
«Il nostro incontro in un certo senso ha cambiato le nostre vite. Lei per 50 anni ha fatto molti mestieri diversi ma ha sempre fotografato la sua comunità queer, la sua famiglia d’elezione. Però quegli scatti, a parte una piccolissima mostra a New York, erano rimasti privati. Ora espone all’estero ed è tornata dietro l’obiettivo, proprio ieri mi ha scritto che vuole comprarsi una nuova macchina. Ci sentiamo ogni settimana, ci siamo sempre l’una per l’altra, nonostante la differenza d’età».
E la sua vita, invece, come è cambiata?
«Mi ha aperto lo sguardo su anni che io - nata nel 1987 - non ho vissuto. In un certo senso è come se mi avesse aiutato a riconnettermi con i miei antenati queer. E poi è un grande esempio: ha avuto una vita complicata, ma a 76 anni si è gettata in questo nuovo inizio».
Cos’hanno di speciale le sue foto?
«Donna ha sempre voluto che i suoi soggetti fossero se stessi, non gli ha mai chiesto di "fare i queer" Nei loro occhi si vede la fiducia, l’amicizia. Penso che la tenerezza sia l’aspetto più potente dei suoi scatti. E poi c’è l’importanza storica: raccontano un mondo che non c’è più».
25 anni fa ad Amsterdam veniva celebrato il primo matrimonio gay. Per un motivo diverso questa città entra anche in Un desiderio smisurato d’amicizia.
«Con la scusa di fare alcune ricerche per il libro avevo organizzato un viaggio in Olanda con alcune amiche. Eravamo molto felici, ma poi sul telefono di Noée è arrivata una notifica che l’ha pietrificata: in un locale gay di Colorado Springs, Stati Uniti, un killer aveva ucciso 5 persone e ne aveva ferite 18 prima di essere fermato dalla polizia».
Dalle finestre dell’appartamento che avevate affittato avete notato un’architettura strana: l’Homomonument, il primo memoriale al mondo, eretto nel 1987, in ricordo delle persone omosessuali perseguitate.
«È composto da tre triangoli in granito rosa di dieci metri di lato che formano, accanto al canale, un triangolo ancora più grande. Spesso viviamo soli i lutti collettivi, ma per una volta avere un luogo dove andare mi ha consolato».
Perché il triangolo?
«Con la punta verso il basso era usato dai nazisti per marchiare i gay. Gli artisti di Gran Fury, militanti contro l’Aids, l’hanno capovolto, trasformando quel simbolo di vergogna in forza. Alla base del monumento ci sono alcune frasi e una è diventata il mantra di quei giorni insieme, ma non solo: "Mossa da un desiderio smisurato di amicizia"».