Intervista
L'IRAN È UN GROSSO GATTO CON BEN PIÙ DI NOVE VITE
Intervista
L'IRAN È UN GROSSO GATTO CON BEN PIÙ DI NOVE VITE
Francesca Paci intervista Jina Khayyer su «Nel cuore del gatto» (TuttoLibri – La Stampa, 9 maggio 2026)
Quando la cronaca è nebulosa, la buona letteratura aiuta quanto la Storia. Jina Khayyer, classe 1975, è nata lontano dalla paterna Teheran, nella Germania in cui i genitori la pensavano in salvo da quell’identità iraniana che lacera. Un’identità che invece, così la vive lei, non è passaporto ma Dna. Per questo scrive. E i suoi romanzi sono la ricomposizione di uno specchio rotto che dalla giustapposizione dei frammenti trae la sua bellezza. L’ultimo, «Nel cuore del gatto», racconta di cibo, donne e della guerra che era nell’aria.Riesce a sentire i parenti, gli amici, chi in queste settimane vive schiacciato tra le bombe e un regime senza freni?
«È incredibile come si trovi sempre un modo per comunicare. Riesco a raggiungerli in senso fisico ma siamo psicologicamente lontani. Appartengo alla generazione del dolore a distanza, sono nata in Germania e non ho vissuto direttamente quel trauma della sottrazione della democrazia che invece ha segnato l’esistenza dei miei genitori, le zie, gli iraniani rimasti in patria e la diaspora. Attraverso la loro esperienza ho sofferto e sognato. Oggi però è diverso, la speranza che finora aveva guidato le proteste per la democrazia liberale, rinascendo irriducibile dopo le sconfitte più dure, pare spenta. Come se dopo l’euforia delle prime ore della guerra, con l’eliminazione rapida di Khamenei e gli altri, si fosse sgonfiata. Ormai è chiaro che non verrà nessun eroe a salvarci, nemmeno americano: il regime sta vincendo, la ragione economica rappresentata dallo stretto di Hormuz ha avuto la meglio. E gli iraniani non sanno più a chi credere né cosa, sentono che stavolta non ci sarà un’altra volta».
«Nel cuore del gatto» significa nel cuore dell’Iran: un felino, dice la protagonista, con Turchia e Armenia come orecchie, il ventre adagiato sull’Oman e il deserto più caldo del mondo nel petto. L’Iran ricorda un gatto solo per la sua silhouette o c’è di più, l’adattabilità alla solitudine, l’irriducibile indipendenza, l’istinto predatorio?
«È un gatto dentro e fuori. In farsi per indicare le donne coraggiose si dice shir zan, leonessa, un grosso gatto con la sua intrinseca indipendenza e le sue nove vite. Il popolo iraniano ne ha ancora di più e le donne comprendono nelle loro sfumature uno spettro larghissimo di possibili donne, talmente largo che il patriarcato non riuscirà a vincere».
Nel libro ricorre un ossimoro: da una parte il nero in movimento delle donne oscurate e dall’altra i mille colori dei tappeti, delle spezie, delle tavole imbandite di ghormeh, sabzi, bademjān, agnello, noci, melograno e bottiglie di Jack Daniels. Quale di queste parti prevarrà nel futuro dell’Iran, il buio o l’arcobaleno persiano?
«Scrivere è aprire la mente alle sfumature. Non sono un’ottimista ma penso positivo, so che in Iran i colori sono più forti di tutto perché così è in natura, il nero amplifica la luce che è poi quanto resta alla fine di tutto, come al dissolversi delle nuvole».
Le donne sono l’anima del romanzo: la protagonista, la sorella Roya, la nipote Nika, le zie, Iman che assomiglia a Shinead O’Connor e poi i personaggi della cronaca da Mahsa Amini a Narges Mohammadi. Le iraniane combattono senza armi dall’avvento di Khomeini eppure a scrivere il presente è la guerra degli uomini. Che spazio c’è oggi per le donne?
«La sfida è più grande della partita iraniana, riguarda tutte le donne, comprese le italiane guidate oggi da una presidente del consiglio ma ancora ostaggio del patriarcato. La sfida è l’apartheid di genere e come nel Sudafrica di Mandela è sempre in divenire perché la controrivoluzione non depone mai le armi. Sto lavorando all’epopea di Gilgames, una storia di diecimila anni fa, e tutto inizia con un uomo che non sa resistere a una donna. È così da Adamo ed Eva. Cos’altro sono i chador neri imposti alle donne dagli ayatollah se non la prova di quanto il desiderio maschile sia incontrollabile? Le donne non hanno questo tipo di problema, come Sherazad si adattano per sopravvivere».
Attraverso i personaggi racconta periodi diversi dell’Iran. Mossadeq e la democrazia sfumata, la rivoluzione sessuofobica degli ayatollah, le speranze nel riformismo di Kathami, l’Onda verde del 2009, il movimento donna vita libertà e sullo sfondo la polizia religiosa, i basiji, il supercarcere di Evin. Com’è finito il suo Paese in questo gorgo?
«Non so rispondere, purtroppo. Come i mie i personaggi cerco una via per navigare in questo pantano inaccettabile. Tutti ci chiediamo come sia stato possibile. Credo che i tedeschi si pongano la stessa domanda oggi che l’inferno da cui sono usciti si riaffaccia con l’Afd. Se la fanno probabilmente gli americani, gli israeliani. Non cerco giustificazioni ma ragioni per andare avanti».
Gli iraniani, a differenza del regime, non sono mai stati antioccidentali e l’immaginario del romanzo pulsa di modelli occidentali, Coco Chanel, le attrici di Hollywood, Bella Ciao, i capelli come Patty Smith e Lady Diana. Cosa resterà del modello occidentale dopo questa guerra?
«La mente degli iraniani è polverizzata. Penso a un bambino a cui si insegna che una ciliegia è una ciliegia salvo scoprire che invece è una banana. Si sente tradito. Noi iraniani siamo stati traditi. Gran parte delle persone non ha tempo per la verità e si accontenta della propaganda, una situazione resa più pericolosa dai social e l’AI. Il romanzo è volutamente un gioco di specchi, la protagonista è zia e nipote, la memoria è nell’album e nello smartphone, la luce può essere il buio. Non sapendo più cosa è giusto e cosa è sbagliato si dubita di tutto».
Quando la giovane Nika confessa alla protagonista di voler diventare giornalista per spiegare al mondo cosa succede in Iran lei vorrebbe dirle che il mondo lo sa bene e che negli ultimi quarant’anni ha avuto un milione di occasioni per fare qualcosa. Perché la causa del popolo iraniano non ha mai sedotto il cuore dell’occidente come altre cause, a partire da quella palestinese?
«L’occidente ha perso la passione anche per le proprie cause. Quella palestinese è facile, a Gaza i confini fra male e bene erano netti. In genere è più complicato. Credo però che riguardo all’Iran se c’è stata poca partecipazione in Italia ce n’è stata tanta in Francia, tanto in piazza quanto a livello politico. E anche in Germania. Bisogna però ammettere che l’impegno è una stagione della vita, tutti vogliono la libertà ma bisogna pur lavorare e campare la famiglia».
A un certo punto la protagonista chiede a Imad di cui si sta innamorando come si dica lesbica in farsi e l’altra risponde che non c’è una parola per questo. La parola non c’è ma l’amore omosessuale sì. Come ha sopravvissuto la normalità a quasi mezzo secolo di dittatura islamica?
«Il libro racconta le possibilità nascoste nella situazione più impossibile, si possono tagliare gli alberi ma non le loro radici, la vita e l’amore sono acqua che filtra comunque. Questa sorta di schizofrenia esistenziale è qualcosa di molto presente nel cinema iraniano. S’impara la doppiezza per sopravvivere, è la resilienza della natura umana che raccontano le grandi tragedie come l’Olocausto, la forza di amarsi nonostante la morte che dilaga».
Come finirà questa guerra?
«La novità è che abbiamo scoperto l’assoluto potere economico dell’Iran, un grosso game changer. Credo sia una sorpresa per tutti, neppure il regime sapeva verosimilmente di possedere questa leva sul mondo. La lezione è che chiunque guiderà l’Iran, d’ora in poi, saprà di essere in una posizione di forza».