Speciale
Il nostro cuore Artico
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Il nostro cuore Artico
Un estratto da «The Passenger – Artico» di Morten A. Strøksnes pubblicato su Robinson – La Repubblica il 18 gennaio 2026.
Alla vigilia del festival dedicato alla cultura del Nord Europa lo scrittore e giornalista norvegese racconta le isole Faroe, Terra remota ma come la Groenlandia sempre più cruciale.Atterro all'aeroporto di Vágar, l'unico dell'arcipelago, per presenziare al festival letterario delle Faroe. L'auto a noleggio è nel parcheggio antistante, non resta che avventurarsi in questi vasti paesaggi plasmati dai vulcani, dalle glaciazioni e dall'erosione. Le montagne sono composte da strati sovrapposti, depositati da diverse fasi di attività eruttiva, tutte in basalto. Le pecore brucano le gemme di qualunque cespuglietto s'illuda di diventare albero, e con i loro escrementi nutrono l'erba, che resta verde per buona parte dell'anno.
Sono contento di trovarmi qui, ma dopo un po' mi striscia addosso la sensazione che in tutto questo ci sia una nota stonata. Pensa che ti ripensa, la individuo. Davanti alla tv, soprattutto negli intervalli delle partite di calcio, sono stato spettatore passivo di troppe pubblicità di automobili, e guidando per le Faroe mi sembra di essere in uno di quegli spot. Oggigiorno, le vetture si somigliano un po' tutte, perciò i produttori vanno a girare pubblicità alle Faroe, in Islanda, in Norvegia occidentale o settentrionale, nelle Ebridi o sulla costa atlantica dell'Irlanda. Posti bellissimi, ma simili tra loro. Insomma, io sono qui, con la mia coscienza tardocapitalista, a girare in macchina per le Faroe, e mi pare quasi di sentire le cupe voci maschili delle pubblicità.
Accendo la radio e sulla banda fm trovo un canale faroese che trasmette solo musica locale. A un certo punto si passa a un programma di canti corali, alcuni dei quali sono gonfi di nostalgia e patriottismo, con una voce narrante che il destino ha condotto via dalla sua terra, lontano, forse addirittura nell'ambivalente Danimarca. Mi lascio trasportare dalle descrizioni della patria, su questi vecchi canti che non ho mai sentito, che parlano di una terra in cui sto mettendo piede per la prima volta, scritti in una lingua che non conosco. Eppure capisco quasi tutto quello che dicono. Una volta in Norvegia si parlava più o meno come adesso alle Faroe, le due lingue sono strettamente imparentate: l'arcipelago è stato colonizzato da gente venuta dalla Norvegia.
Tecnicamente, le Faroe non appartengono all'Artico, perché sono a sud del Circolo polare. Ma lo sono anche l'Islanda e buona parte della Groenlandia, e nessuno si sognerebbe di affermare che non siano terre artiche. È un ambiente freddo e spoglio, non molto diverso da quello in cui sono cresciuto io, ben a nord del Circolo polare. E le persone che provengono da luoghi del genere, in questa parte del pianeta, sono tutte - in qualche strano modo - imparentate: ognuno è un'isola a sé, ma al tempo stesso siamo un'unica famiglia insieme al mare, alla foschia e alla nebbia. E al morbido muschio verde sul quale camminiamo.
L'intera «fascia delle pubblicità di automobili» aveva un tempo una sua unità culturale e linguistica: vi si parlavano i dialetti dell'antico nordico. Le Faroe, trovandosi proprio al crocevia tra la Scandinavia continentale, l'Islanda e le Isole Britanniche, funzionavano come una sorta di base navale. Il loro sistema politico, le loro leggi e la loro lingua erano originariamente norvegesi, la qual cosa ha lasciato sulla cultura faroese un'impronta forse perfino più profonda che in quella della Norvegia.
Il Løgting - l'assemblea legislativa di Tinganes, a Tórshavn - è stato istituito nell'anno 900. Nonostante le ottocentesche pressioni danesi per la sua abolizione, è considerato il più antico parlamento attivo al mondo. Tante piccole cose come queste, legate alla lingua e alla storia, avvolgono le Faroe in una vaga ma palpabile «norrenità». Anche qui, come in Islanda, si sente lo stretto rapporto con la letteratura del Nord e con la sua mitologia, un ricco patrimonio culturale che tutti dovrebbero sentire addosso e forse addirittura mostrare con orgoglio. In Norvegia, questo retaggio è stato sfruttato nel modo sbagliato da molte parti. Prima i nazisti. Poi il black metal, con i suoi incendi di chiese e gli omicidi. E cosa ho letto l'altro giorno? Che il terrorista e pluriomicida Anders Breivik ha cambiato nome in - tienti forte - Far Skaldigrimmr Rauskjoldr av Northriki! Queste cose danno alla cultura norrena un notevole problema d'immagine, ed è un peccato, perché i suoi miti e la sua letteratura sono una miniera di poesia, saggezza e creatività, che dovremmo trasmettere ai nostri bambini, così come già si fa alle Faroe e in Islanda.
Nel 1814, con il Trattato di Kiel, la Danimarca ha ceduto la Norvegia ma ha mantenuto il controllo sulle Faroe, sull'Islanda e sulla Groenlandia. Oggi le relazioni con Copenaghen appaiono piuttosto armoniose. Certo, i faroesi si sono offesi moltissimo quando il Consiglio nordico, nel 2024, si è riunito senza invitarli; ma malgrado questo non è in corso alcuna campagna plebiscitaria indipendentista. Ed è quasi oltraggioso che Trump non si sia offerto di acquistare le Faroe, visto che anche loro hanno un'importanza strategica. Durante la Guerra fredda, in vetta al Sornfelli - la montagna alle spalle del minuscolo insediamento di Kaldbaksbotnur, non lontano dalla capitale Tórshavn - è stata installata una stazione radar legata alla Nato. E a Eiði - sulla costa settentrionale di Eysturoy - c'era un'antenna Loran-C alla quale si agganciavano, tra gli altri, i sottomarini nucleari statunitensi. Ora si parla di modernizzarla e riattivarla (come eLoran), ma la decisione è nelle sicurissime mani degli Usa, così come l'intera Nato.
Traduzione di Alessandro Storti