Approfondimento

IL NICHILISMO È DEBOLE MA... LA FORMA-ROMANZO TREMA

Approfondimento

IL NICHILISMO È DEBOLE MA... LA FORMA-ROMANZO TREMA

Data: 22 Luglio 2024

Antonio De Sortis recensisce «Armand V.» di Dag Solstad (trad. di Maria Valeria d'Avino), Alias de Il Manifesto - 21 luglio 2024.

Diversi decenni dopo la pubblicazione dei suoi scritti politici, Dag Solstad è ancora considerato il biografo del proprio paese, grazie all'avere trasferito nei suoi personaggi gli strascichi di cambiamenti, specie nei rapporti sociali, che lui stesso aveva prima salutato con favore e poi stigmatizzato. Solstad, che si era formato mentre la nuova sinistra si affermava in Scandinavia, sconta tuttora la fama di scrittore impegnato che, a partire dagli anni Ottanta, vide progressivamente deteriorarsi il rapporto tra intellettuali e società. Non a caso, ha dato ai suoi personaggi i connotati di umanisti falliti che, certificata la propria irrilevanza individuale, e vedendo consumarsi una sconfitta storicamente irreparabile, si abbandonano alle circostanze: abbracciano passivamente il qui e ora, pur conservando una piena, ironica consapevolezza della propria sconfitta.

Quello di Solstad è un nichilismo senza vigore, sdrammatizzato, frutto di un disagio esistenziale, che va configurandosi negli ultimi scritti in un ardito sperimentalismo, dove lo scollamento non si esaurisce nel prendere distanza dalle contingenze, bensì intacca via via il piano della forma.

La vicenda

Nell'incipit di «Armand V.» (traduzione di Maria Valeria D'Avino, Iperborea, pp. 256, € 18,00) il protagonista omonimo attraversa a piedi Oslo per raggiungere l'abitazione del figlio sfaccendato. Già dopo poche pagine svicola dalla direzione prestabilita, mentre la toponomastica si fa man mano più abbondante e incomprensibile e le deviazioni si susseguono precipitose; così, non si è più certi che intenda giungere effettivamente a destinazione. Armand ha assistito qualche tempo prima a una scena mortificante per il figlio, che ha creato imbarazzo tra i due; ora però avverte uno slancio, se non di empatia, di ragionevolezza, che lo spinge a rifarsi vivo. L'incontro con il ragazzo porta all'ennesima delusione, e mentre la tensione del racconto resiste, l'accaduto non lascia strascichi.
Queste prime schermaglie, insieme alla esplorazione geografica della capitale, appaiono sfocate, in secondo piano, e scorrono rapide in una sequenza di climax depotenziati.

Del resto, Solstad non è nuovo a scelte stranianti, come dimostra il precedente «Romanzo 11, libro 18» dove il protagonista Bjorn Hansen, un brillante funzionario ministeriale, si presta di punto in bianco a una serie di scelte contraddittorie rispetto ai propri intenti - trasferirsi in provincia, adattarsi a una vita senza ambizioni, da insulso burocrate - e lo fa in piena coscienza, con un tratto di passività quasi inspiegabile.

In queste pagine, i fatti sembravano riferiti più che narrati, quasi a riassumere un romanzo che si era svolto altrove; ora, in Armand l'autore, palesandosi, ci rivela la sua intenzione di sottoporre al lettore un intreccio fatto di sole note: «Il romanzo è invisibile per l'autore, nel senso che lui non è in grado di scriverlo. Può vederlo, può guardarci dentro, ma non scriverlo. Deve riferirsi al romanzo scrivendo anche 'il testo là sopra', o 'il testo là fuori'. Il romanzo parla evidentemente di Armand V., che l'autore dice di conoscere o di aver conosciuto. Non si sa che forma abbia, perché fin dall'inizio l'autore si è rifiutato di entrarvi per portarlo alla luce.» La numerazione anomala dei capitoli (indicati ciascuno con un numero e una lettera) lasciava presagire una prospettiva del narratore sbilenca, e di difficile decifrazione; disertando questo «romanzo originario», che andrebbe riportato alla luce, e rimuovendo dal loro ruolo i personaggi, che intenderebbero tiranneggiare il loro autore, Solstad si affida a una struttura frammentaria e dispersa, un doppio fondo in cui sbizzarrirsi in uno stile enumerativo, scattante, in totale assenza di linguaggio figurato.

Del protagonista si ripercorrono gli anni universitari, le convinzioni politiche, i successi inaspettati, le amicizie e gli amori. A tratti la sua figura si inabissa per fare spazio a personaggi minori, molti dei quali riesumati da una vita passata. Dopo i trascorsi nella sinistra sessantottina, Armand aveva infine accettato un incarico diplomatico, svolgendolo per tutta la vita, e in qualche modo di buon grado. Non per opportunismo, ma in virtù del mascheramento che gli consentiva. Sentimento cardine nell'opera di Solstad, la solitudine ha radici politiche e anagrafiche precise, e nel tempo si radicalizza, così che la senilità - del protagonista come dell'autore - sembra dare definitiva legittimazione al rifiuto del «testo là fuori». Ogni impalcatura del romanzo appare cedevole, dal momento che Solstad declina apertamente la ricerca di qualsiasi obiettivo. E, nonostante la inafferrabilità delle sue note a volte quasi inconsistenti, tutto è percorso da un «fondo di verità» che nessuno tuttavia è più intenzionato ad ascoltare. Eppure, nulla va nella direzione del vuoto divertissement . Così parlò l'emarginato quando il gioco delle parti o del caso porta Armand, illustre diplomatico e Paul, meteorologo, a rincontrarsi in una circostanza ufficiale, l'amico è irriconoscibile. Sproloquia, è sguaiato, la sua imbranataggine suona imbarazzante, ma non per esagerazione parodistica bensì perché così si esprime chi non avendo accettato di scendere a compromessi con la politica, è finito ai margini della società.

Nel romanzo originario, Paul avrebbe forse ricoperto un ruolo edificante, di martire della democrazia; qui invece Solstad lo lascia mugugnare, inutile e imbarazzato, facendone il sintomo di una missione intellettuale che esisterebbe ancora, se e solo se si sapesse dove trovarle un posto nella scrittura.