Approfondimento

La fiaba di Sven il cannibale

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La fiaba di Sven il cannibale

Data: 7 Maggio 2022

Una recensione di Nicola Lecca a «Bandito» di Selma Lagerföf, pubblicata su Robinson il 7.05.2022

Un bambino "ceduto", una sparizione, un naufragio e un misterioso ritorno nelle pagine incantate di Selma Lagerlöf

Se è vero che, nell'arco degli ultimi venticinque anni, gli accademici di Svezia hanno assegnato ad appena otto donne il Nobel per la letteratura, è pur vero che, dal 1901 al 1926, le scrittrici premiate furono soltanto due: Selma Lagerlöf e Grazia Deledda. Due donne lontane geograficamente e molto diverse fra loro (maestra elementare la prima, l'altra costretta a leggere di nascosto per non essere punita dal padre sardo), ma accomunate dall'attenzione per gli umili e dal desiderio di raccontare vite semplici, tormentate dalla tentazione del peccato, dal fardello della colpa e dal macigno del giudizio degli altri. Ecco, sono proprio "gli altri" il collettivo personaggio principale del romanzo Bandito, decimo titolo di Lagerlöf pubblicato da Iperborea; impreziosito, per l'occasione, da una postfazione di Chiara Valerio.

Ci troviamo nella Svezia di inizio Novecento, a Grimö: un'isola, un luogo solo. Sotto il microscopio di Lagerlöf finiscono Thala e Joel, una coppia non ancora vecchia, ma già in albore di decadenza, proprio come la casa in cui abitano: sempre più mesta e fatiscente. Al contrario, il loro figlio Sven - fin da piccolo - si è dimostrato troppo intelligente per essere condannato all'esistenza che sull'isola di Grimö si apparecchiava per lui. Forse per questo, quando ancora aveva nove anni, Joel e Thala lo avevano "dato" a una facoltosa coppia di inglesi che stavano facendo il giro dell'arcipelago a bordo di uno yacht. Dato: come si dà in dono un fiore. Anche se Lagerlöf, qui, gioca sul malinteso: scrivendo che il bambino era stato «dato alla donna inglese», ma, poi, che la donna inglese «se lo era portato via». Scrive pure che Joel e Thala «si erano sentiti in dovere» di lasciarlo partire e che lo avevano fatto «per il suo bene», visto che i ricchi inglesi gli avrebbero potuto offrire un'educazione superiore e lo avrebbero reso loro erede. Fin qui, una storia alla Dickens. Se non fosse che, da quel giorno, Sven scompare. Non si fa più vivo con i genitori. Non scrive loro né una lettera, né una cartolina. Mai. Thala arriva a pensare che quel suo figlio condiviso sia finito in fondo al mare. E, in realtà, Sven nelle profondità marine ci finirà quasi per davvero quando, da adulto, farà naufragio in un altro arcipelago (quello artico canadese) per ritrovarsi lungo le inospitali coste dell'Isola di Melville: a morire di fame insieme agli altri membri dell'equipaggio, disposti, pur di salvarsi la vita, a infrangere uno dei più inviolabili tabù di sempre: cibarsi di cadaveri umani. Sono ancora lontani i tempi del disastro aereo delle Ande: quello del 1972, in cui un Fokker con a bordo i componenti di una squadra di rugby precipitò in viaggio da Montevideo a Santiago del Cile. Quei sopravvissuti finiranno per essere glorificati da film e da libri per aver avuto il coraggio di sopravvivere a lungo, nel gelo, a più di tremila metri d'altitudine, alimentandosi con le carni dei passeggeri deceduti. Al contrario di loro, Sven, dopo essere stato salvato, ritornerà dalla famiglia d'origine alla ricerca dell'amore incondizionato, ma si ritroverà escluso dalla società di Grimö: «evitato come uno squalo mangiauomini» per il suo peccato «sacrilego e abominevole». Presto, i metri quadrati intorno a lui si trasformeranno in un'invisibile cella di isolamento che lo separerà dalla diffidenza e dall'orrore, dal disagio e dal disprezzo che la sua presenza susciterà sempre e comunque. A nulla varranno i tanti plateali tentativi di riabilitarsi e il disgusto provato nei suoi confronti verrà relativizzato soltanto dagli scempi del primo conflitto mondiale: quelli sì, inferti ai vivi: e non ai morti. È ammirevole che una storia dall'argomento così truce possa vantare un sottopunto tanto delicato e favolistico. È questa, del resto, la cifra stilistica più distintiva di Lagerlöf: quella che trova ne Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson la sua più alta espressione. Per non parlare del "not so happy ending" al quale, per fortuna, nemmeno questa volta la scrittrice svedese riesce a rinunciare.

La traduzione di Luca Tapparo - revisionata dalla fondatrice di Iperborea Emilia Lodigiani - restituisce a pieno il nitore palladiano della scrittura di Lagerlöf: quel biancore stilistico, quella lavorata semplicità (come a Giuseppe Pontiggia piaceva dire) che, però, in questo caso - pur nella sua precisione da tavolo settorio - concede il privilegio dell'allusione e del non detto. Tanto che il lettore non saprà mai se Sven sia stato venduto dai suoi genitori ai ricchi inglesi: né conoscerà a fondo la mistura di sentimenti viscerali che anima tutti i personaggi e che essi stessi, in verità, faticano a decifrare.
Selma
Lagerlöf

Nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla Saga di …

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