Intervista
CHIEDI ALLA FORESTA
Intervista
CHIEDI ALLA FORESTA
Viola Di Grado intervista Gabrielle Filteau-Chiba, autrice di «Le riforestatrici» su D – la Repubblica, il 3 ottobre 2026.
Ecofemminismo, violenza di genere e sorellanza. Il romanzo di Gabrielle Filteau-Chiba immagina una società diversa. Decisamente più solidale.Una comunità di piantatrici di alberi lotta contro il sistema, nella speranza di un futuro più giusto e luminoso. Accade in «Le riforestatrici» di Gabrielle Filteau-Chiba (Iperborea), romanzo in cui la devastazione ecologica è inseparabile dalla violenza di genere e la sorellanza è in grado di ribaltare le dinamiche di potere alla base della nostra società. Ne abbiamo parlato con l'autrice canadese, classe 1987.
In che modo l'ecofemminismo potrebbe reinventare il nostro rapporto con la natura?
«Sotto i regimi fascisti, i corpi delle donne vengono considerati di dominio pubblico. Se creiamo un clima rispettoso in cui le bambine possano acquistare fiducia, la prossima generazione, pur crescendo all'interno di una società capitalista e individualista, sarà più collaborativa. L'ecofemminismo consiste proprio nell'imparare dalla natura a prenderci cura gli uni degli altri come se fossimo tutti un unico corpo degno di amore».
Thalie, la protagonista, passa da un ambiente altamente controllato e tecnologico a un mondo organizzato intorno alla solidarietà femminile. Come si costruisce la comunità di fronte agli estremismi politici e all'ossessione neoliberista per l'individuo?
«Ricominciate a scrivere lettere a mano e a spedirle per posta alle vecchie amiche. Trovate un centro di accoglienza per donne vicino a voi e donate tutto ciò che non utilizzate. Offritevi di portare a spasso i cani dei vostri vicini. Regalate mazzi di fiori a una donna anziana che si sente sola».
Pensa che le qualità tradizionalmente associate alla femminilità rendano le donne particolarmente adatte a riparare il nostro rapporto con il mondo vivente?
«Certo. Il mondo vivente siamo noi, e dobbiamo cominciare a prenderci cura di noi stesse: solo allora avremo l'energia necessaria per farlo con la società e cambiarne gli assetti».
Lei ha vissuto in una baita di legno isolata, senza elettricità né acqua corrente, nella remota regione di Kamouraska, nel Québec sud-orientale, rinunciando alle comodità della vita contemporanea. Com'è stato?
«Il periodo più bello della mia vita. Ho adottato una cagna lupo e ho avuto la mia bambina. Ho vissuto in un luogo splendido. E ho deciso di combattere con ogni mezzo possibile per proteggere la mia terra, il fiume Kamouraska e gli alberi giganteschi che ci offrivano riparo».
La crisi ecologica è anche una crisi dell'immaginazione: sappiamo che il nostro attuale modo di vivere non è sostenibile, ma facciamo fatica a pensarne un altro. La letteratura può essere d'aiuto?
«Credo molto nel potere delle storie. Gli scrittori svolgono un ruolo bellissimo nell'immaginare la pluralità dei futuri. Sono cresciuta leggendo distopie molto cupe, da Orwell a Huxley. Il mio romanzo è più ottimista, mostra un mondo in cui le donne comprendono il potere che hanno quando si uniscono, dopo secoli di risentimento».
C'era qualcosa in cui credeva prima di scrivere il libro e in cui oggi non crede più?
«Pensavo di essere troppo diversa. Troppo sensibile, troppo intensa. Ora so che gli animali si fidano di me, e so che posso sempre rivolgermi alla foresta per essere felice. Mi basta la vicinanza degli alberi per sentirmi a casa. Questa consapevolezza mi dà pace. Provo qualcosa di simile quando entro in un'immensa biblioteca. Anche sapere che il mio lavoro viene letto, che le mie parole esistono nelle mani degli altri, mi rasserena. Come una scintilla, una lucciola, un piccolo frammento di speranza nel buio».