Intervista
Se la schiavitù passa in un ricamo antico
Intervista
Se la schiavitù passa in un ricamo antico
Arianna Di Genova intervista Tiya Miles su «Il sacco di Ashley» (il manifesto, 5 settembre 2026)
La storica americana racconta la genesi del libro «Il sacco di Ashley».Tiya Miles, storica americana e docente a Harvard, torna con la sua scrittura alla metafora del flood di Toni Morrison, quell'esondazione letteraria che permette di riconquistare la terra perduta o costretta dagli argini. La sua è una storiografia poetica, una tessitura di trame che altrimenti rimarrebbero invisibili: con una immaginazione che mai deborda né crea falsi, compie un gesto di rivendicazione e riappropriazione di sé, inabissandosi (anche) tra umili oggetti, alla ricerca di tracce di esistenze altrimenti erose dall'anonimato e dall'oppressione.
«Il sacco di Ashley» che dà il titolo al suo potente libro (Iperborea, collana Corvi, pp. 402, euro 20, trad. Norman Gobetti), «personaggio» che da inanimato diventa parlante, fu comprato in un mercatino delle pulci nel Tennessee (forse a Springfield o a Nashville), per 20 dollari, frugando in un cesto di stracci. Quell'oggetto consunto aveva viaggiato per anni – Rose, donna non libera, l'aveva regalato alla figlia quando era stata venduta, negli anni cinquanta dell'Ottocento – e raccontava molte cose, dalla storia collettiva della schiavitù alle capacità artigianali femminili, dalla quotidianità delle famiglie black agli atti spirituali e fisici di resistenza, come la consuetudine di passarsi cimeli di famiglia fra madri e figlie – ricette, libri, fotografie, trapunte, diari – che poi saranno custoditi per generazioni, mantenendo viva la memoria di ognuno. «Ho tentato di sbirciare all'interno delle vite delle donne schiavizzate per far riaffiorare la storia materiale», sottolinea l'autrice nelle sue conferenze.
Il sacco al centro del libro fu ereditato da Ruth Middleton: sarà lei, infatti, a ricamare sul tessuto le toccanti peripezie di più generazioni, trasformandolo nel nostro presente in un manufatto che insegna «cosa fare in caso di collasso di una famiglia, una nazione, un mondo comunitario». Rose, la bisnonna di Ruth, al momento della separazione dalla sua bambina, reagì al dolore del lutto e del violento strappo con una sorta di magia: prese un sacco e ci mise dentro un vestito logoro, alcune noci pecan e una treccia. «Credo che l'abito sia stato da lei considerato come uno scudo protettivo, la treccia era il ricordo tattile di una madre che Ashley non avrebbe più rivista. I capelli poi conservano il dna e quella treccia narrava anche una lunga storia di appartenenza. Le noci pecan, invece, erano allora un genere di lusso, particolarmente nutriente. Un dono di addio prezioso, sia merce di scambio che salvezza dalla fame», dice Miles.
Quel sacco speciale, dal mercatino delle pulci è infine arrivato alla Middleton Place Foundation nella Carolina del Sud e da quel momento è stato esposto pubblicamente, anche al National Museum of African American History and Culture dello Smithsonian. Dopo una lunga permanenza in mostra, oggi è tornato nella Carolina del sud e a Charleston, l'elegante e luccicante città che nasconde, nel suo rovescio della medaglia, uno spazio urbano che era una prigione a cielo aperto. Proprio a Charleston lavorava nelle piantagioni Rose, la prima antenata e «interprete» delle pagine di Tiya Miles. L'autrice è in Italia, ospite alla XXIII edizione del Festival della Mente a Sarzana (Sp) e incontrerà il pubblico domani (ore 15,15) presso il Teatro degli Impavidi.
Il fulcro del suo libro è principalmente un sacco di cotone. Tuttavia, grazie alle frasi ricamate sulla stoffa esce dall'anonimato e diventa un simbolo di resistenza e speranza preservando i legami emotivi di tre generazioni, superando le avversità. Può dirci qualcosa di più al riguardo?
«All That She Carried» (titolo originale del saggio narrativo, ndr) ripercorre esattamente la storia del sacco di Ashley: un semplice manufatto di cotone, prodotto negli anni '50 dell'Ottocento ma ricamato negli anni '20 del Novecento ed esposto allo Smithsonian National Museum of African American History and Culture. Rose, una donna nera schiava nel Sud degli Stati Uniti, lo riempì con una manciata di oggetti ritenuti da lei essenziali e lo consegnò a sua figlia Ashley, prima che quest'ultima fosse venduta e separata da lei, a soli nove anni. Quando la nipote di Ashley, Ruth (nata libera) lo ebbe fra le mani, decise di «scrivere» sul tessuto la traumatica storia della separazione della sua famiglia. Il libro racconta una vicenda realmente accaduta, che è anche una prova di sopravvivenza, resilienza e affetto familiare. Basti esplorare gli oggetti che Rose aveva riposto nel sacco. C'era anche l'amore.
Cosa l'ha colpita di quel manufatto rispetto ai tanti altri reperti che, nei musei del mondo, esplorano le biografie delle persone oppresse?
La forza emotiva che scaturisce dalle parole cucite sul sacco e l'aspetto così scolorito del tessuto antico hanno catturato immediatamente la mia attenzione e immaginazione. Mi è mancato il respiro mentre leggevo quelle frasi e iniziavo a percepire appieno l'impatto della storia che lì veniva descritta. Il sacco era, allo stesso tempo, bello e malinconico, per molti versi rifletteva l'essenza stessa dell'esperienza umana.
Gli archivi sono una fonte primaria per tramandare la memoria: ritiene che conservino in modo inadeguato le storie delle donne?
Hanno un limite: consiste nella natura di chi ne ha curato la selezione e la conservazione nel corso degli anni. In molti casi, questi archivisti del passato non erano donne e non si concentravano più di tanto sulla conservazione delle prospettive e delle esperienze femminili. Nonostante ciò, con ricerche accurate, possiamo trovare biografie di donne anche negli archivi tradizionali. È necessario però porre nuove domande e guardare con occhi nuovi ai documenti che sono sempre stati lì, ma che forse sono passati inosservati. Dobbiamo anche ricordare che gli archivi non tradizionali – come le soffitte di famiglia, le collezioni di libri di cucina, i diari di giardinaggio, i registri delle chiese locali e delle organizzazioni comunitarie – sono luoghi meravigliosi per indagare quelle storie.
Ha scelto di riattraversare un brutale capitolo americano proprio attraverso una narrazione volta tutta al femminile. Che ruolo ha l'immaginazione nella ricerca storica e nella investigazione del periodo che scorre nelle pagine del libro?
La narrazione storica dipende sempre dall'applicazione della nostra immaginazione come ricercatori e studiosi. Non viviamo nel passato e quindi dobbiamo esercitarci nel cercare di colmare il divario tra allora e oggi, con immagini, scene ed esperienze sensoriali che plasmiamo nella nostra mente sulla base di un'attenta ricerca e, naturalmente, di prove concrete.
Lei affronta anche una questione spinosa, relativa all'uso del linguaggio. Perché la parola «schiavo» potrebbe essere una definizione scorretta?
Negli Stati Uniti, i discendenti delle persone un tempo non libere hanno iniziato a contestare, circa dieci anni fa, l'uso del termine «schiavo» per descrivere i loro antenati e gli studiosi hanno seguito il loro esempio. La logica alla base di questa critica è che «schiavo» può essere interpretato e usato come un termine dispregiativo piuttosto che semplicemente descrittivo. Quella definizione condanna l'intera vita di un individuo in una posizione di casta umiliante. Utilizzare la parola senza riflettere, in questo senso, restringe la nostra capacità di ricostruire le esistenze e le storie delle persone ridotte in schiavitù.
Un altro argomento controverso è la «cancel culture»: qual è la sua posizione in qualità di storica?
A mio avviso, la «cancel culture» e lo sforzo di rimuovere fatti e interpretazioni storiche documentate dai testi e dagli spazi pubblici sono due fenomeni distinti. Sono fermamente convinta che nelle scuole, nei musei, nei libri di testo e negli spazi pubblici debbano essere presentate versioni della storia complete, complesse, realistiche e profondamente accurate. Negare ciò che è davvero accaduto in passato di certo non può aiutarci ad affrontare i problemi del presente.