Approfondimento

Su Marte incontreremo solo noi stessi

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Su Marte incontreremo solo noi stessi

Data: 28 Agosto 2023

Testo inedito dello scrittore olandese Frank Westerman pubblicato su Finzioni il 19/08/2023 (trad. di Elisabetta Svaluto Moreolo)

«Visti dalla Luna,
siamo tutti alti uguali»
Multatuli, Idee I, 1879

L‘esplorazione spaziale, figlia della rivalità tra est e ovest, ha cambiato la nostra visione della Terra. Uno dopo l'altro, gli astronauti tornano dallo spazio come novelli attivisti per il clima. Alla perdita di tessuto muscolare corrisponde l'acquisizione di un senso di responsabilità per il nostro fragile pianeta, l'astronave Terra, su cui sette miliardi di anime sono imbarcate sotto il velo sottile dell'atmosfera.
Da quando, sessant'anni fa, Jurij Gagarin esclamò dalla radio di bordo della Vostok 1 «La Terra è blu!» questo è il miglior risultato della presenza di esseri umani nel cosmo. Ma quali altri benefici hanno procurato a noi terrestri le acrobazie degli astronauti?

Il gabbiano Nel 1999, a Mosca, mi avvicinai all'ospite d'onore della Giornata annuale dei cosmonauti, Valentina Tereskova, la prima donna nello spazio. Il suo nome in codice nel 1963 era Cajka, «Il gabbiano», una strizzatina d'occhio a Cechov. Per surclassare gli americani, i compagni avevano lanciato in orbita intorno alla Terra un'operaia tessile. Dopo un viaggio di 71 ore, Cajka scese dal cielo con un paracadute. «Una cosmonette», la liquidò beffardamente la stampa occidentale.

Valentina Tere$kova mi sorrise. Quando ci stringemmo la mano, le medaglie sulla giacca della sua uniforme verde oliva tintinnarono. Le chiesi se potevo farle qualche domanda sul suo ruolo di pioniera dello spazio per il giornale olandese per cui scrivevo. Senza perdere il sorriso, mi rispose: «Rilascio interviste solo ai media patriottici». Negli anni della Guerra fredda gli astronauti americani e sovietici si confrontavano come gladiatori in tuta spaziale in un simbolico duello ideologico tra comunismo e capitalismo. Anche dopo che, nel 1975, gli equipaggi delle navicelle Apollo e Sojuz sì sono scambiati visite di cortesia migliaia di chilometri al di sopra dell'oceano Atlantico, i nostri moderni Titani sono tuttora rappresentanti di nazioni che ambiscono al ruolo di grandi potenze.

Sventolare bandiere nel cosmo è un po' come alle Olimpiadi. Per celebrare i 75 anni dall'indipendenza, l'India ha in programma la prima missione nello spazio dei suoi astronauti, detti volgarmente «Cocco-nauti». La navicella che li trasporterà si chiama Gaganyaan, «veicolo celeste» in sanscrito. Un astrobiologo indiano laureato a Delft, alla mia domanda se l'India, con la sua popolazione di 1,4 miliardi di abitanti, sia alla ricerca di soluzioni fuori dall’atmosfera, mi ha guardato stranito. La vera molla, mi ha assicurato, è mostrare i muscoli alla Cina: è questo il primo motivo, e anche il secondo e il terzo.

L'eccezione

Una piacevole eccezione allo sciovinismo cosmico è la Stazione Spaziale Internazionale (Iss), una casa modello fatta di moduli e pannelli solari scintillanti, una vetrina per l'umanità, dove si vive insieme in armonia, al di sopra delle faide terrestri. Per realizzare un progetto così ambizioso non si è certo badato a spese: per questo laboratorio di pace abbiamo già investito oltre cento miliardi di dollari.

Dal 2000 in poi è stato tutto un andirivieni di inquilini, più o meno duecento, provenienti da venti paesi. Le ricerche scientifiche sono un fatto secondario. Nessun paese avrebbe partecipato alla costruzione dell'edificio più costoso di tutti i tempi solo per fare test in assenza di gravità. Dobbiamo considerare la Iss «un ponte tra le nazioni e al di sopra di esse», spiega un video del 2020. Mentre scorrono le immagini di russi e americani che si abbracciano sorridendo, la voce fuori campo recita: «Quello che è nato come un accordo tra ex rivali è oggi un simbolo di opportunità per il resto del mondo». Sono passati appena tre anni e questo sembra ormai un episodio di un'epoca precedente, o un film di fantascienza.

Chissà, forse aiuterà la specie umana a voltare pagina e ricominciare da un'altra parte. Ma perché non in una serra in Arizona? Lo scintillio della casa spaziale getta una luce impietosa su tutto ciò che quaggiù non siamo capaci di fare. Se con l'unione delle nostre forze riusciamo a tenere in orbita una costruzione tanto ingegnosa, fa ancora più tristezza il fatto che non riusciamo a porre fine alle guerre, alla povertà, alle disuguaglianze o a eliminare le nostre montagne di rifiuti. Chi glielo spiega, a un alieno che venisse a trovarci?

A vent'anni di distanza dal primo equipaggio ospitato nella Stazione Spaziale Internazionale, noi terrestri ci apprestiamo a invadere il resto del sistema solare. Cowboy del cosmo come Elon Musk (Tesla) e Jeff Bezos (Amazon) vogliono elevare l'uomo a «specie interplanetaria»,che va avanti e indietro tra Marte, la Luna e la Terra.
Possiamo davvero affidare a cuor leggero questa nuova corsa allo spazio agli uomini, e a uomini così? La domanda contiene in sé la risposta.

Nel gennaio del 2020, a margine di un convegno internazionale di astronauti a Bangalore, in India, ho incontrato la progettista aerospaziale Susmita Mohanty. A suo parere, il mondo dell'astronautica è ancora impregnato di un'aura di virilità. Il razzo come fallo, l'astronauta come guerriero. Le ho raccontato del mio incontro con Valentina Tereškova a Mosca.
«Non è il mio modello di riferimento», mi ha risposto.
Il Cremlino sfruttò al meglio il fatto che Valentina Tereškova, che nel frattempo ha superato l'ottantina, fosse una donna. Nel 1964 l'allora segretario generale del Pcus, Brežnev, si era assicurato personalmente che la prima donna a volare fuori dall'atmosfera sposasse un collega cosmonauta. Jelena, nata dalla loro unione, fu poi presentata al mondo come «la prima bambina dello spazio», la prova che uomini e donne esposti alle radiazioni cosmiche erano in grado di riprodursi.

Nel 1963, Valentina Tereškova — oggi membro della Duma e ferrea sostenitrice di Putin — fu il chiaro esempio che «una rondine non fa primavera»: dovettero passare diciannove anni prima che Svetlana Savickaja, la prima donna a compiere una passeggiata extra-veicolare nello spazio, seguisse le sue orme. Per Susmita Mohanty è ora che le donne rompano il soffitto di cristallo anche nell'astronautica. Niente in lei fa pensare che sia una delle «cento donne più influenti al mondo», come ha affermato la Bbc: porta un paio di Nike viola e uno zainetto di plastica riciclata. A Bangalore abbiamo parlato dell'esperimento di simulazione di vita nello spazio condotto all'Istituto di Ricerca Biomedica di Mosca nel 1999. Judith Lapierre, un'aspirante astronauta canadese di trentadue anni, rimasta chiusa per 110 giorni con sei uomini in una replica della stazione spaziale Mir, si era lamentata che uno dei membri dell'equipaggio russo aveva tentato di baciarla lontano dalle telecamere. I russi non capivano il motivo di tanto clamore. «Evidentemente Judith la vedeva in modo diverso», ha constatato Susmita. Per quanto la selezione sia accurata, non c'è nessuna garanzia che durante il viaggio verso Marte (sette mesi) non accadano incidenti del genere #MeToo.

Come un matrimonio

Al congresso di astronautica di Bangalore abbiamo assistito alla conferenza di Maria Antonietta Perino, direttore aggiunto di Thales Alenia Space, un'azienda torinese che sta costruendo alcuni moduli della stazione spaziale cislunare (Lunar Gateway) che tra pochi anni verrà lanciata in orbita intorno al nostro satellite come punto d'appoggio per viaggi interplanetari.
Come se l'idea le fosse venuta in quel momento, la dottoressa Perino ha paragonato la selezione dei futuri viaggiatori sulla Luna e su Marte a quella delle agenzie matrimoniali, solo non per singole persone, ma per gruppi. I] membri di un equipaggio devono avere capacità relazionali quasi sovrumane per sostenere una convivenza di lungo periodo in un ambiente ristretto.

«Ma a volte anche i matrimoni più riusciti falliscono», ha detto. L'essere umano, che non si può riparare e correggere, sarà sempre l'anello debole nei lunghi viaggi spaziali. Con il puntatore laser ha sottolineato le parole «fattore umano», annotate accanto al progetto dell'hotel sulla Luna che aveva appena presentato. Quest'ultima cosa mi ha fatto riflettere. L'Esa ha lanciato un bando di reclutamento di più di venti nuovi astronauti, alcuni dei quali un giorno potranno andare sulla Luna. Nel 2021 si cerca, com’è ovvio, l’équipe di astronauti più varia possibile, con un pressante appello alle donnea candidarsi. Un'eventuale limitazione fisica, è scritto espressamente, non è un ostacolo — se sei senza un piede o una gamba, non sei svantaggiato in partenza (nello spazio). È questa allora la soluzione? Lasciare che a viaggiare nel resto del sistema solare sia una rappresentanza il più fedele possibile dell'umanità, in tutta la sua diversità?

Al congresso di astronautica, che si svolgeva non lontano dal viale Mahatma Gandhi, si sentì all'improvviso un certo clamore durante il buffet. Nella sala era entrato un militare con un mitra, seguito dal capo dell'Isro, l'equivalente indiano della NASA. La missione spaziale Gaganyaan perse di colpo parte del suo fascino.
È così che tra poco andremo nel cosmo? Armati fino ai denti? A bordo dell'Iss le armi sono tabù, ma come si può escludere che in una futura colonia sul pianeta rosso nascerà un Caino che ucciderà suo fratello Abele? Gli Emirati Arabi Uniti,la cui prima sonda orbitale, Al Amal («Speranza»), ha raggiunto Marte in febbraio, intendono stabilire sul pianeta un insediamento arabo entro la fine del secolo; gli americani hanno già il vispo rover Perseverance che circola sulla sua superficie; i cinesi stanno per piazzarci accanto il loro primo lander Tianwen-1, mentre l'India ha in orbita attorno a Marte una propria sonda, Mangalyaan, già dal 2016.

Perché non potremmo trovarci a breve a lottare tra noi per impadronirci di territori extraterrestri, come un tempo per quelli d'oltremare? Conquistando le coste straniere del sistema solare, trapianteremo lì i nostri limiti umani. Nello scenario futuro più probabile, su Marte ci imbatteremo in noi stessi. All'improvviso i congressisti hanno posato i loro piatti sui tavoli del buffet. Nella Expo Hall dell'albergo che ospitava il congresso, l'India stava presentando a sorpresa la sua astronauta Vyom Mitrà. Avvolta in un sari verde acqua, Vyom Mitra sbatteva le ciglia davanti alla luce dei flash. Un funzionario l'ha annunciata come una «lady robot», capace di manovrare la propria navicella spaziale e imparare man mano dai propri errori.
In dicembre Vyom Mitra salirà a bordo del veicolo spaziale Gaganyaan per il suo primo volo oltre i confini dell'atmosfera. «Questo è il futuro!», ha esclamato Susmita Mohanty. Parlava di umani e umanoidi. «Immagina il nuovo habitat lunare. Presto ci sarà da aggiungere solo l'ultimo tocco, gli esseri umani, come si aggiungono sale e pepe».

Amici dello spazio

In quel momento ho pensato: e se invece facessimo a meno di aggiungere sale e pepe all'universo? Per i corpi celesti ancora inesplorati sarà una benedizione. Appena la ressa è diminuita ci siamo avvicinati anche noi ad ammirare Vyom Mitrà. «Government of India, Department of Space», c'era scritto sul suo badge. E sotto «umanoide». A un certo punto fu il mio turno di farle una domanda. Una sola. «Che cosa significa Vyom Mitrà?» «Amica dello spazio, in sanscrito», mi ha risposto con la sua voce sintetizzata.

Se noi, come specie, non siamo riusciti a rimediare ai nostri limiti, questo non significa che ciò che esce dalle nostre mani sia altrettanto manchevole e imperfetto. Sessant'anni dopo Jurij Gagarin è giunto il momento di lasciare il cosmo a creature come Vyom Mitrà. Buona fortuna Vyom Mitrà: Vai e moltiplica la tua discendenza come le stelle del cielo. Per non macchiare ulteriormente il sistema solare con la nostra presenza, sarà meglio se restiamo sulla Terra. Potremo esultare ancora una volta come creatori di robot super intelligenti, fatti a nostra immagine e somiglianza.