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Approfondimento

La necessità di leggere. Per un buon (resistente) Natale

Data | Venerdì 14 Gennaio
Orario | 09:48

Una recensione di Giacomo Verri a "Le piramidi di giorni" di Daina Opolskaitė, pubblicata su patriaindipendente

Un libro fatto di sogni perché si vive “per vedere qualcosa di molto bello”, il giallo di una “morte accidentale” alla vigilia delle festività con un protagonista che non vuol rovinarsi le vacanze, e un viaggio lungo la Linea Gotica per “sentire” la storia là dove si è sedimentata e recuperare un grappolo di avvenimenti troppo spesso dimenticati.

“Ma forse proprio per il fatto di non avere ricordi mi sentii, per la prima volta in vita mia, così poco al sicuro”. A dirlo è un ragazzo, il protagonista del racconto che chiude il volume della lituana Daina Opolskaitė, Le piramidi di giorni (Iperborea, traduzione di Adriano Cerri, pp. 237, € 17): un libro fatto di sogni, silenzio e paesaggi immersi nella neve. I personaggi di Opolskaitė stanno in bilico tra realtà – edificata con fittissimi strati di tempo – e dimensione onirica, cosicché le due cose appaiono inestricabilmente legate, come le due facce di una stessa medaglia. Dunque i sogni, segreti cunicoli che bucano il tempo umano, diventano gli unici strumenti – o gli strumenti per eccellenza – in grado di rivelare la realtà profonda delle nostre esistenze.

Succede in L’escursione, dove il ragazzo al centro della storia conosce se stesso – filosoficamente – grazie al passaggio sotterraneo che i sogni gli scavano dentro proiettandolo, senza soluzione di continuità, da una tappa all’altra della vita; e succede in Mai, dove lo sguardo sull’esistere prende la forma di qualcosa che è parente del sonno, quasi intravisto dallo specchietto retrovisore di un’auto in corsa; o ancora in L’ora del crepuscolo, dove è detta la vicenda di una donna che sta morendo, o meglio della voce di lei che seguita a fluttuare per la casa anche quando il suo corpo non ci sarà più.

E poi, accanto ai sogni, c’è la rimembranza (sì, così, alla Leopardi): magico sospiro in cui l’occhio della mente fa spazio a qualcosa là dove prima sembrava esserci un semplice, inconsutile nulla; e a volte la rimembranza è gioiosa illusione, altre è malinconia (“tutto si è allontanato come un treno che passa”) o dolore puro. Altre ancora è così ovattata e remota da aver l’impressione che essa provenga da un’altra vita: Io e Madlena – in questo senso esemplare –, dando voce a una bimba ancora nella pancia (“nella polpa dell’albicocca”) e nel passaggio al mondo di fuori, rende conto dello sfumato e intensissimo rapporto madre-figlia, in equilibrio tra ineffabile osmosi (spinta all’annullamento estatico dell’una nell’altra) e sottilissima ma irriducibile alterità (“una campana di vetro di cui al massimo posso toccare la superficie con le dita”).

Infine c’è l’esatta e caritatevole indagine sui moti dell’animo – qui la Opolskaitė è magistrale e le sue pagine fioriscono in immagini che possiamo quasi afferrare e spremere tra le mani – sia quando essi, pungenti e fastidiosi, “infestano l’uomo come piccoli parassiti, si insediano dentro di lui, si cibano dei suoi pensieri”, sia quando ci invadono per restituirci a noi semplicemente sgomenti, increduli, incapaci di comprendere come diavolo si riesca, talora, a obbedire a sentimenti ripugnanti ai quali neppure siamo in grado di dare un nome: è il caso de L’esame di maturità, doloroso ricordo di un cedimento umano, troppo umano; o, per concludere, del racconto di apertura, Inferriate, dove una donna, i cui i figli sono a studiare lontano, per rimediare un po’ di denaro decide di adottare un bambino proveniente dalla remota Siberia. Questo si rivelerà un rapporto sempre difficile, lungo anni durante i quali si conosceranno a fondo senza mai riuscire a superare quella cosa che si erge tra loro separandoli irrimediabilmente. Leggiamo Opolskaitė e sentiamo sulle labbra il gusto dolce della nebbia e della bruma e, mentre oppressi da una strana paura stiamo inchiodati alla croce della vita, accogliamo anche, come un regalo di Natale, le sue epifaniche parole di conforto che brillano come trepidanti promesse escatologiche: “io penso che le persone vivano per vedere qualcosa di molto bello. E per capire qualcosa di molto importante, la cosa più importante nella loro vita. Quando a una persona capita di riuscirci, può andarsene. E tutto è giusto così”.

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