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Approfondimento

Ho raccontato la morte di un padre (il mio) perché anche gli orfani hanno diritto alla felicità

Data | Martedì 08 Giugno
Orario | 15:47

Un testo inedito di Björn Larsson pubblicato su Tuttolibri - La Stampa il 22 maggio 2021

Sessanta anni fa una piccola barca a motore di cinque metri e mezzo si è allontanata dalla riva di un lago nel centro della Svezia. A bordo c'erano sei uomini e due ragazzini di dodici e quattordici anni. Il figlio di uno dei sei uomini è rimasto a terra. Il padre, Bernt, gli aveva chiesto se non voleva accompagnarlo, ma rendendosi conto che il padre aveva bevuto e che lo guardava senza neanche vederlo, lui aveva detto di no e se n'era tornato a casa.

Quella notte il figlio era stato svegliato da un grido lacerante di disperazione: sua zia, sorella del padre, aveva appena saputo che la barca era stata ritrovata, rovesciata, senza traccia delle otto persone a bordo. Poco dopo, la madre è entrata in camera del figlio e gli ha spiegato che era probabile che il padre, suo marito, fosse morto. E ha aggiunto che il figlio «poteva piangere».

Ma il figlio, di otto anni, non ha pianto, né quella notte né nei giorni successivi, quando risultò chiaro che nessuno era sopravvissuto al dramma.
Com'era potuto succedere? Com'era possibile che nessuno fosse riuscito a salvarsi? Otto morti, di cui sei padri di famiglia, tutti annegati, in una piccola città di tremila abitanti dove tutti si conoscevano, era una tragedia indicibile; un'intera cittadina in lutto... tranne il figlio di Bernt. Il quale figlio si sentiva anzi perfino sollevato che suo padre non ci fosse più. Da allora, per tutta la sua vita, sarebbe stato il figlio che non aveva pianto la morte di suo padre.

Quel figlio ero io, Björn Larsson. Forse non è poi così strano se, una decina d'anni dopo, quando mi era venuta la stravagante idea di voler diventare uno scrittore, io abbia pensato di scrivere qualcosa su quell'evento drammatico e sui miei inconfessabili sentimenti. A diciott'anni non avevo ancora altre esperienze marcanti da raccontare, ed era troppo presto per osare affidarmi all'invenzione. E così uno dei miei primi tentativi di scrittura fu un lungo poema in cui cercavo di descrivere quello che avevo vissuto alla morte di mio padre. Il poema è diventato in seguito un testo narrativo che ho messo in epilogo al primo libro che ho pubblicato, una raccolta di racconti. E lì mi sono fermato. Mi sembrava di aver detto quello che avevo da dire o, piuttosto, tutto quello che c'era da dire sull'argomento.

Parecchi anni dopo, diventato romanziere, non dico «qualificato», ma con una sua piccola notorietà e una mezza dozzina di titoli alle spalle, un'amica mi ha sollecitato a scrivere un libro su mio padre, dichiarando: «In ogni caso, è ovunque nei tuoi libri». Ho detto di no, senza la minima esitazione. Non volevo raccontare la vita di qualcuno che non conoscevo e che non esisteva più. In seguito, però, mi sono chiesto se non era esattamente quello che facevo come romanziere: raccontavo la vita di personaggi che non esistevano, nella speranza che da qualche parte potessero esistere.

Mi sono dunque messo al lavoro su un libro a cui avevo dato il titolo Quale il figlio, tale il padre , con il sottinteso che in quel caso era il figlio che doveva dare la vita al padre piuttosto che il contrario. Ho scritto una quindicina di pagine, in parte riprendendo quello che avevo già detto nel mio primo racconto, con in più forse qualche nuovo frammento di ricordo e le poche informazioni che avevo su di lui. Ogni volta che cercavo di immaginare quello che sarebbe potuto succedere nel naufragio e nella vita di mio padre, mi sono bloccato. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di indecente nell'idea di inventare una vita per una persona che è morta troppo giovane per aver avuto la possibilità e il diritto di vivere la sua.

Forse nel mio blocco c'era anche una questione di pudore, o almeno di compassione. I miei nonni non mi avevano mai raccontato niente del loro figlio, senza dubbio per riguardo verso di me, mia madre non voleva parlarne per altri motivi, e mia zia amava troppo suo fratello perché io potessi permettermi di girare il coltello nella piaga aperta dei suoi ricordi dolorosi. Avevo davvero il diritto di riempire il silenzio che circondava mio padre con la mia immaginazione?

Quando si scrive un romanzo si hanno tutti i diritti: si possono creare i peggiori mascalzoni o le anime più belle, senza preoccuparsi di questioni di etica o di responsabilità. Si immaginano e si raccontano delle possibilità di vita, non la realtà com'è e com'è stata. Come dice Baudelaire a proposito di Balzac: lo scrittore deve inventare il reale, non copiarlo. Se invece si vuole descrivere la vita e la personalità di un individuo in carne ed ossa - soprattutto, ma non solo, se l'individuo in questione è ancora vivo - non si ha il diritto di dire qualsiasi cosa con il pretesto che «si fa letteratura». Troppi scrittori, al giorno d'oggi, si nascondono dietro l'etichetta di «romanzo» per regolare i loro conti o giustificarsi, quando in realtà raccontano la vita di persone reali, a volte addirittura sotto il loro vero nome.

Comunque, ho recuperato le poche pagine scritte di Quale il figlio, tale il padre per inserirle nel mio saggio Bisogno di libertà quasi con la sensazione di essermene «felicemente sbarazzato». Il progetto del libro su mio padre era abortito senza lasciarmi alcun rimpianto, non più della scomparsa di mio padre. Quello che invece mi dispiaceva - e profondamente - era che lui non avesse potuto vivere la sua, di vita. Io della mia non avevo praticamente nulla da rimpiangere. Era così, e neanche me ne vergognavo.

Perché allora avere ripreso di recente questo libro impossibile, che mi opponeva tanta resistenza? Non si sa mai davvero perché si decide di scrivere un libro piuttosto che un altro. Una ragione comunque potrebbe essere che mi ero appena liberato di un romanzo, La lettera di Gertrud , che mi aveva richiesto uno sforzo sovrumano, e raccontava appunto di come il protagonista avesse dovuto ripensare integralmente la propria identità a causa dell'irruzione brutale del passato. E se fosse successo a me? Inoltre bisogna aggiungere che mia zia era appena morta e mia madre non aveva più la testa per ricordarsi del suo vissuto o per sentirsi magari ferita da ciò che avrei potuto raccontare. Ma in più c'è senza dubbio il fatto che, essendomi dedicato allo studio della genetica per scrivere il mio romanzo, volevo capire se avesse senso cercare di recuperare qualcosa di perduto del passato e, in particolare, che peso dare ai legami di sangue, tanto vantati, mitizzati, idealizzati e raramente messi in discussione.

Di fatto, ricominciando a scrivere, non solo ho scoperto quello di cui ero già consapevole, cioè che non sapevo quasi niente di mio padre e che di lui avevo incredibilmente pochi ricordi: sei, per essere esatti, che fossero di sicuro miei. Ho anche capito che non era per niente sorprendente che io avessi sempre guardato al futuro piuttosto che al passato: non c'erano alternative. Davanti al silenzio del passato, che altro fare se non inventarsi e costruirsi la propria vita? Chissà se, in fondo, non ero diventato scrittore per la stessa ragione, cioè per inventare vite possibili per me e per gli altri?

Ma soprattutto ho realizzato che, in fin dei conti, ero vissuto come orfano di padre e, in parte, di affettività, senza aver mai mancato di nulla a livello materiale. Sarebbe dunque questa la ragione profonda e la giustificazione del mio libro: non regalare una seconda vita a mio padre, o giustificarmi per quello che avevo provato alla sua morte, ma dire chiaro e tondo che i milioni di orfani che popolano la nostra terra hanno anche loro il diritto di cercare di vivere una vita ricca e piena, e che potranno farlo anche senza passato, e che c'è perfino qualcosa di indecente - ancora - nel sostenere e ripetere che è necessario sapere «da dove si viene» e «da chi si viene» per essere pienamente umani.

È anche per questo che ho deciso di dare la voce narrante al «figlio», invece di un autobiografico «io». Se questa storia non inventata che era la mia, e in parte quella di mio padre, valeva la pena di essere raccontata doveva essere perché non è solo la mia, ma quella di tanti altri.

Traduzione di Emilia Lodigiani

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