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Approfondimento

In cerca di pecorelle smarrite nel gelo dell'inverno islandese

Data | Monday 08 February
Orario | 10:01

Una recensione di Enzo Bianchi a «Il pastore d'Islanda», pubblicata su TuttoLibri - La Stampa il 6 febbraio 2021

Ci sono opere sapienzial-letterarie che superano la contingenza del momento in cui sono state scritte. Così è per Il cammino dell'uomo di Martin Buber, di cui Hermann Hesse scriveva: «È quanto di più bello abbia letto. Lascerò che questo dono così prezioso e inesauribile mi parli ancora molto spesso».

Così, con le dovute proporzioni, è per Il pastore d'Islanda dello scrittore islandese Gunnar Gunnarsson, recentemente riedito. Nell'originale in lingua danese, del 1936, il titolo è più suggestivo: L'Avvento . Per questo, nell'introdurre la vicenda del protagonista, l'autore scrive: «L'Avvento! Sì... Benedikt pronunciò con cautela quella parola grande, mite, così esotica e al tempo stesso familiare. Forse, per Benedikt, la più familiare di tutte. Non sapeva di preciso cosa significasse, ma c'era in ogni caso l'attesa, la speranza, la preparazione - questo lo capiva. Negli anni quella parola era arrivata a racchiudere tutta la sua vita. Cos'era la sua vita, la vita degli uomini sulla terra, se non un servizio imperfetto che tuttavia è sostenuto dall'attesa, dalla speranza, dalla preparazione?».

Il senso di questo racconto è racchiuso in queste poche righe. Gli eventi narrati parlano appunto di attesa e speranza, che assumono la forma di un viaggio. Da ventisette anni, metà esatta della sua vita, la prima domenica d'Avvento Benedikt si mette in cammino, sfidando il rigido inverno islandese, per condurre in salvo le pecore (non sue!) smarrite tra i monti, sfuggite ai raduni autunnali delle greggi. Questo garzone di fattoria non parte solo, ma in compagnia del cane Leó e del montone Roccia. Gunnarsson è abilissimo nel dipingere la comunione tra l'uomo e i suoi animali, con parole che sarebbero piaciute a Paolo De Benedetti: «Bisognava pensare che non avessero un'anima? La loro fiducia innocente valeva meno della fede incostante degli uomini?».

Lungo il cammino egli incontra alcuni abitanti delle fattorie ai quali chiede ospitalità, intessendo con loro dialoghi essenziali. Ma la profondità del viaggio concerne la sua solitudine, resa ancor più manifesta dal paesaggio gelido e duro che lo circonda, contrassegnato dalla tonalità del bianco della neve che tutto avvolge e sembra cancellare i confini tra cielo e terra. Nel suo cuore risuonano le parole di un canto popolare, che contrastano con la necessità di fare in fretta, per battere sul tempo il rigore invernale e la furia della tormenta: «Piano piano, con prudenza / lentamente e senza affanno. / Dopo la notte il giorno verrà /quando lampeggia poi tuonerà». Esse sono precedute da una quartina che esprime l'urgenza interiore di Benedikt: «Landa petrosa, neve e tempesta / fanno piede sicuro e gamba lesta. / Chi al riparo sempre resta / la sua vita perderà».

Ecco il viaggio della vita, quello che biblicamente comincia con Abramo, quando sente nel suo cuore le parole: «Vattene dalla tua terra, dalla tua famiglia e dalla casa di tuo padre». Con questo non voglio attribuire significati religiosi al racconto, ma m'interessa porre in rilievo l'universale significato antropologico della vicenda del protagonista. Egli sente di essere in cerca di quelle che, con espressioni rare e misurate, definisce «grande quiete» e «pace interiore». Ma ciò non significa rifugio solipsistico in un benessere tipico del Narciso, che si distacca fisicamente dagli altri eppure se ne serve. Al contrario, questo sapiente «mezzo servo e mezzo contadino» esce in cammino, in mezzo al nulla, e cerca la solitudine per giungere a una più profonda comunione con gli altri, a partire da coloro ai quali si propone di ricondurre gratuitamente le pecore.

Ciò lo conduce a una grande semplificazione e semplicità: «Quella era la sua vita: camminare lì. E poiché quella è ormai la sua vita, può affrontare qualsiasi cosa, e darle il benvenuto. Non ha più preoccupazioni, o meglio una sola: non riesce a immaginare chi seguirà le sue tracce, dopo di lui. Ma qualcuno dovrà pur venire». Questo cerca, con perseveranza e tenacia: qualcuno a cui poter passare il testimone, oltre la morte. Non riuscirà a portare a termine il suo viaggio di andata e ritorno entro Natale, eppure otterrà molto di più. La sera di Natale, dopo aver lasciato Roccia a guardia delle pecore recuperate, il vecchio Benedikt fa rientro, spossato, in una fattoria sulla strada, con l'intenzione di recuperare il tutto l'indomani grazie all'aiuto di un giovane contadino. Ma l'altro gli è già uscito incontro, per aliam viam . Così i due si reincontrano nel mattino successivo, quando il giovane fa ritorno a casa.

Colui che cercava si scopre cercato. La sua fatica gli è valsa la meta più preziosa, l'inizio di una relazione con qualcuno che raccoglierà il suo testimone nel mondo. E così, con sobria e vigorosa umanità, ci congediamo da questi uomini e animali, entrando con loro nel cammino della vita: «Fu un vero spettacolo assistere al momento in cui s'incontrarono sull'aia il vecchio Benedikt e il suo Roccia. E il giovane Benedikt. "Grazie, tu che porti il mio nome", disse il vecchio Benedikt, che non era tipo da aggiungere molto di più».

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