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Smarriti in mondi paralleli

Data | Lunedì 26 Ottobre
Orario | 13:34

Recensione di Marta Morazzoni a "Storie di gente felice" di Lars Gustafsson, pubblicata su "Domenica - Il Sole 24 Ore" l'11 ottobre 2020

Lars Gustafsson scrisse i dieci racconti di «Storie di gente felice» nel periodo più fertile della sua creatività: era intorno al 1981, lo scrittore era un cinquantacinquenne che aveva dedicato molto della sua produzione letteraria alla coniugazione del racconto con la speculazione filosofica, senza che questo connubio si traducesse in pesantezza. La levità e l'ironia si rivelarono l'anima della riflessione di un autore che conosceva e amava il pensiero di Kierkegaard, e di certo ne amava lo stile, la fluidità della narrazione. Di suo e in tutta autonomia e originalità Gustafsson ne avrebbe fatto esperienza nel romanzo forse più coinvolgente.

La morte di un apicoltore, che l'allora neonata editrice Iperborea aveva proposto al pubblico italiano, svelando per la prima volta uno scrittore che nel corso del tempo ci sarebbe diventato familiare. Sebbene con lui la familiarità si adombri sempre di una giusta soggezione: la materia delle sue opere non è affatto convenzionale, qualche volta è addirittura spiazzante, qualche volta inquietante.

È così in questi dieci racconti dominati dal gioco del caso, da una sorta di svagatezza che per ogni storia scompone un possibile quadro d'insieme per aprire scorci inattesi, tali da lasciare il lettore alle soglie di una risposta, che non è nelle intenzioni dell'autore dare. C'è una geografia puntuale nella struttura di queste narrazioni, puntuale e non casuale, che segue i percorsi che sono stati dello scrittore nella sua vita, dalla Svezia delle sue origini agli Stati Uniti, in cui è vissuto per anni, insegnando all'università di Austin, all'isola saronica di Idra. I luoghi diventano teatro di storie che divagano, aneddoti che appaiono e scompaiono sulla pagina, costellati di figure osservate con assoluta soggettività, colpi d'occhio dell'autore, che è a sua volta spesso in scena sotto le mentite spoglie di personaggio. Non può essere altrimenti in una personalità che cerca dentro le storie che racconta la crepa nel muro, e cito così il titolo sotto cui Gustafsson ha raccolto i suoi primi romanzi.

Da quelle crepe sgorga una singolare idea di felicità, a volte malintesa e confusa con una catatonica distanza dalla vita normale, sempre che una normalità esista. Seguendo le tracce che le (1936-2016), dieci storie suggeriscono, dallo scrittore che sbaglia la città in cui deve tenere una conferenza, all'uomo che ama i funghi e non sa usare le parole, ci si imbatte nello smarrimento di un mondo parallelo delineato con maestria, un mondo da cui ci sentiamo esclusi, perché nell'addentrarci troviamo e perdiamo le tracce di un percorso romanziere. Ha che non ci è consueto. A comincia- insegnato per 20 re dai titoli, che lasciano spazio a cento domande: L'arte di sopravvivere a novembre per esempio, dove tra un chiacchiericcio accademico e un'avventura sessuale, si mettono in campo argomenti di peso, quali la sostanza e l'essenza dell'uomo.

«Lo colpì il pensiero che nessuno sa cosa sia un essere umano. Perché nessuno ha mai visto un essere umano dal di fuori»: dice il professore protagonista di questo racconto, una considerazione che mette a dura prova le certezze acquisite in anni di letteratura e psicanalisi. Del resto non ci è usuale nemmeno il breve ritratto che sempre il professore traccia di Ludwig di Baviera, che in una giornata d'autunno, giusto a novembre, scivola dentro un'arida consapevolezza: lui, il re amico di Wagner e costruttore dei castelli che faranno la fortuna turistica della sua terra, in fondo sente di non essere niente di speciale. Il mondo fiabesco dentro cui si è chiuso non è che rappresentazione enfatizzata dagli specchi che generano uno spostamento all'infinito della realtà.

E però il tema impegnativo e provocatore del professore si scioglie, come un cubetto di ghiaccio, nel desiderio della sua compagna occasionale di bere un drink. Ma è nella memoria del lettore che quell'arte di sopravvivere a novembre rimane. Nel comporre i dieci episodi di queste Storie Gustafsson ha dato corpo a una rapsodia di voci sulla cui tonalità si modula il canto. La sua idea di scrittura è del tutto anticonvenzionale, lo sapevamo già dalla costruzione dei romanzi, la ritroviamo nell'andirivieni delle diverse voci che qui si addentra nei dettagli tra cose comuni e osservazioni penetranti messe lì senza parere, per esempio sul mutamento dei valori nel mondo (a pag. 50 c'è una nota che oggi sembra così attuale!).

Nell'ultimo racconto, ambientato a Locarno, Gustafsson ripropone en passant l'idea degli specchi che scompongono la realtà, mentre immagina Nietzsche ripercorrere pezzi della sua vita in una sinestesia di colori e suoni scandita da una feroce emicrania, per scovare nella tregua del male appunto quella crepa nel muro dentro cui si infilano il tempo passato e i suoi protagonisti, e un inatteso recupero di felicità. Così, mentre metto insieme queste note, vedo dalla finestra i rami del grosso castagno agitarsi al vento: che abbia ragione il lento protagonista di La grandezza colpisce dove vuole, quando osserva che gli alberi sono felici quando arriva il vento, perché finalmente hanno qualcosa da fare? Un'altra crepa da cui lasciar passare la felicità.

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