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C'era una volta a Teheran

Data | Martedì 13 Ottobre
Orario | 12:04

La recensione di Melania Mazzucco a «Il sentiero delle babbucce gialle» di Kader Abdolah , pubblicata su Robinson - La Repubblica, 10 ottobre 2020

Nel 2009 i lettori olandesi hanno votato come secondo libro più importante mai scritto nella loro lingua La casa della moschea di Kader Abdolah, autore iraniano che ha appreso il nederlandese a 33 anni, da rifugiato, conquistandolo con volontà e perseveranza, e reinventandolo perché riecheggiasse i ritmi e la melodia dolce del farsi, e l'ha adottato non solo per comprendere il Paese che l'aveva accolto, ma per trasformarlo nella lingua della sua libertà. Ne ha scritto più volte, e lo ribadisce ancora: «L'olandese di mia invenzione in cui scrivevo mi aveva offerto una libertà senza precedenti, grazie alla quale erano venuti meno nella mia mente tutti i vecchi freni culturali, religiosi, letterari e politici. Non c'era più traccia di autocensura (...)

Le porte arrugginite della memoria cedevano sotto la spinta della lingua. Fui travolto da un'enorme valanga di vecchi ricordi». La lingua diventa un ponte: l'unico che possa davvero congiungere il passato e il presente e far nascere un nuovo Io - sottraendo l'esule (e il migrante) alla condizione sospesa fra il luogo di partenza e quello d'approdo, illusoriamente transitoria ma spesso permanente e asfissiante. La scelta del pubblico olandese è stata un evento fondamentale nella storia della letteratura europea, di cui forse è sfuggita la portata. Kader Abdolah (in realtà uno pseudonimo) ha esordito con racconti autobiografici sui primi tempi del suo esilio (culminati con Il viaggio delle bottiglie vuote ), ma poi ha liberato una originale vena narrativa, insieme elegiaca ed epica, fiabesca e realista, in una serie di romanzi sulla storia della sua famiglia ( Scrittura cuneiforme ), dell'Iran ( La casa della moschea , Il re , Uno scià alla corte d'Europa ) e dei rifugiati ( Un pappagallo volò sull'Ijssel ). In tutti, con una scrittura fresca e chiara, che maschera il sostrato filosofico e la disseminazione colta delle citazioni, Abdolah intreccia le sue culture e i suoi mondi, la tradizione letteraria persiana e quella olandese, la storia e la contemporaneità, nella convinzione che un mondo nuovo sarà possibile ed è anzi già nato.

Così anche nell'ultimo, Il sentiero delle babbucce gialle (Iperborea), dedicato al poeta Said Sultanpur, giustiziato dopo la Rivoluzione (il protagonista, Sultan Farahangi, è ispirato a lui, anche se Abdolah gli presta pure sue esperienze, visioni e incubi). Insediato in una fattoria nella pacifica campagna dei Paesi Bassi, Sultan consegna i quaderni con le sue memorie allo scrittore, già suo ex compagno di lotta, perché ne tragga un libro: è l'omaggio esplicito di Abdolah al classico della letteratura olandese Max Havelaar , che inizia nello stesso modo. Le storie di Sultan sono cucite insieme dalle scarpe del titolo: le babbucce gialle che suo padre crea amorevolmente per la madre zoppa perché possa camminare, e che lui poi s'ingegna a fabbricare e donare alle donne della sua vita - come pegno d'amore e invito alla libertà. Dalla conservatrice Arak, dove trascorre un'infanzia solitaria, minacciata dalla violenza degli adulti e illuminata dalla scoperta della magia della macchina fotografica, lo seguiamo a Teheran, dove avrà successo come regista di film d'azione e poi documentarista, fino alla fuga in Pakistan e in Olanda. Ingenuo e temerario, sedotto dal nuovo ma imbevuto di credenze ancestrali, irrequieto come un cavallo, Sultan immortala con le foto e poi con la cinepresa e la videocamera le tumultuose trasformazioni del suo Paese e dei suoi abitanti: l'americanizzazione voluta dai Pahlavi (imposta eppure seducente), la guerriglia anti-regime, la rivoluzione popolare del 1979, la guerra patriottica contro l'Iraq, la vittoria della teocrazia khomeinista, la diaspora delle comunità iraniane in America. Fedele solo al suo jinn (sorta di daimon), disposto a diventare la Riefenstahl dei Pahlavi e delle Guardie della Rivoluzione, pur di testimoniare gli eventi, sempre pronto al sacrificio di sé e di chi gli è caro per avviarsi lungo i nuovi sentieri che il caso e la storia gli propongono, Sultan serve e tradisce un gangster dal braccio mozzo, l'anglofona ed emancipata cugina, la bella amante artista, la regina Farah Diba e il venerato e temuto Ayatollah. Ma la concisione cinematografica degli episodi (talvolta ricalcati sugli hard-boiled di Mickey Spillane), la vivacità dei personaggi e la scorrevolezza della trama non devono ingannare.

Quello di Sultan è in realtà un percorso interiore alla ricerca di sé - come del resto rivela la scelta del prologo: un brano del Verbo degli uccelli , opera mistica medievale di Farid al-Din 'Attar Nishapuri, «messo in cima a quel mucchio di fogli come una pietra, perché il vento non li portasse via». E così Abdolah, con la saggezza di un maestro sufi, consegna al lettore una sorridente lezione sulla pazienza e un invito a non temere futuro e cambiamento, perché, come spiega il nonno, «il jinn è dentro di te. Ogni essere umano ne ha uno, uno spirito che abita nel suo corpo. Tu desideri una cosa e lui trasforma il tuo desiderio in realtà. Tu cerchi una cosa e lui la trova per te. Devi avere fiducia nella vita»

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