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Approfondimento

Ho molte identità ma solo quando mia madre morirà sarò libero di essere davvero me stesso

Data | Martedì 15 Settembre
Orario | 13:12

Intervista a Kader Abdolah di Laura Pezzino, pubblicata su Tuttolibri - La Stampa sabato 5 settembre 2020

Per il dizionario, un ponte è «una costruzione che congiunge tra loro due punti fissi sul terreno, divisi da un ostacolo naturale o artificiale». Le storie, lo sappiamo da lungo tempo, funzionano da ponti, congiungendo talvolta il passato al presente, l'oriente con l'occidente. In casi rari, possono anche salvare la vita, come fecero con Sherazade, figura archetipica di donna cantastorie e musa invocata dallo scrittore di lingua olandese, ma di origini iraniane, Kader Abdolah nel Sentiero delle babbucce gialle, il nuovo romanzo che traccia un percorso tra l'antica città iraniana di Arak e la moderna Olanda, dove uno scrittore raccoglie la sfida di tradurre il manoscritto affidatogli da un vecchio compagno di lotta, Sultan Farahangi, «regista con una pistola infilata nella cintura dei pantaloni». Mescolando elementi favolistici e autobiografici, Abdolah, che dovette lasciare il suo Paese in quanto oppositore del regime degli ayatollah, rievoca con una lingua esatta e poetica la propria storia attraverso l'infanzia di Sultan in una casa-castello, tra un nonno enigmatico, una cugina proto femminista, un padre assente a se stesso, una madre invece onnipresente, un bandito senza un braccio e uno zio-genitore. Collegato al mondo esterno da un cannocchiale, che da adulto si trasformerà in quella cinepresa che sarà arma vitale del suo lavoro di regista, Sultan si trova nell'occhio del ciclone della Storia, protagonista di avvenimenti che coinvolgono anche la moglie dello scià, Farah Diba, e conteso dalle opposte fazioni politiche. Tra gli incontri più significativi c'è quello con l'ayatollah Khomeini, «che si atteggia «come un santo medievale», che gli chiede di girare un documentario sulla propria vita. Sono pagine, queste, che hanno un forte magnetismo dato dal peso della Storia che recano in sé. Se Sultan accetta l'incarico, non è solo per paura delle conseguenze, ma per quell'accezione estrema di «missione» che è il volere consegnare alla Storia una testimonianza straordinaria. È in fondo proprio questa la tensione che guida tutta 'esistenza di Sultan - tra l'altro ispirato a Said Sultanpur, un importante poeta e regista iraniano giustiziato nel 1981 e molto ammirato da Abdolah: al di là del carcere, le torture, le fughe, le perdite, Kader-Sultan crede davvero che quando la vita ci guida su un nuovo sentiero non dobbiamo avere paura. E poiché si è molto parlato di ponti, strade e sentieri, è il caso di tornare alle babbucce gialle del titolo: si tratta delle umili calzature che il silenzioso padre di Sultan confezionava alla moglie per aiutarla a camminare fino alla svolta che l'avrebbe portata fuori dell'ennesimo dolore. L'amore, in fondo, è quella cosa lì.

L'INTERVISTA
Tra Delft, nei Paesi Bassi, e Arak, Iran centrale, ci sono 5300 chilometri e infiniti mondi. Quando - era la metà degli anni Ottanta Kader Abdolah, inviso al regime degli ayatollah, decise di abbandonare il proprio Paese non aveva idea che la meta finale sarebbe stato il suo esatto opposto: dalla catena montuosa dello Zagros, la stessa di Esfahan la sontuosa, all'altitudine marittima della città della Ragazza con l'orecchino di perla, da un posto dove le donne uscivano di casa velate, a uno tra i luoghi che, fino a qualche tempo fa, era considerato tra i più libertari d'Europa. «Le montagne e il mare: ci sono entrambi nella mia letteratura. Per questo i miei libri sono diversi da quelli degli scrittori iraniani e da quelli degli olandesi. Così, ci sono solo io», dice dal suo studio domestico che non lascia quasi mai (non va mai in vacanza, si sposta solo per lavoro), e pare un attore di teatro, con la voce impostata e le mani che ipnotizzano. Oggi Abdolah ha 65 anni e, nel suo Iran, non è mai più tornato. Nel frattempo ha scritto una decina di libri, tutti in olandese (quando decise di scrivere in quella lingua, pensò di essere ammattito e consultò uno psicologo che gli disse che o proseguiva su quella strada oppure c'era solo l'elettroshock). L'ultimo si intitola Il sentiero delle babbucce gialle ed è, come quasi tutto quello che scrive, una lettera d'amore a un Paese, alla sua storia e a quella della famiglia da cui fieramente discende.

Iniziamo dal suo vero nome, che non è quello che appare sulle copertine, ma Hossein Farahani. Come mai lo pseudonimo?

«Quando scrissi il mio primo libro, mi trovavo nel Kurdistan in guerra con gli ayatollah. Un editore mi disse che sarebbe stato troppo pericoloso pubblicarlo con il mio vero nome. Proprio in quei giorni, il regime aveva giustiziato due miei compagni, Kader e Abdolah. Decisi che mi sarei chiamato così, un nome molto più bello del mio».

Che non bastò però a proteggerla, e nel 1985 dovette fuggire in Turchia. Non smetterà mai di scrivere del suo Paese?

«Non potendo farlo fisicamente, l'unico modo che ho per tornare a casa è scriverne. Volevo che i lettori conoscessero il ragazzo che sono stato, la casa che pareva un castello, il nonno. Quella era la nostra vera vita».

"Il sentiero delle babbucce gialle" è un romanzo in gran parte autobiografico, quindi.

«Sì. Però c'è stata una cosa di cui non sono stato consapevole fino a che non ho finito di scrivere: il padre del protagonista Sultan non dice una sola parola per tutto il libro. Mio padre, morto parecchi anni fa, era sordo e muto. Così anche involontariamente ho creato un personaggio uguale a lui».

Una volta lei ha detto che la sua non è stata una vera infanzia.

«Sono stato il padre di mio padre: lui era il figlio, io l'uomo di famiglia. Fin da quando avevo 7-8 anni, ho iniziato a considerare mio zio come figura paterna. Non è un caso che, nel libro, la madre di Sultan sia molto più attiva del marito, è lei che fa e disfa tutto».

Quel bambino-uomo che adulto è diventato?

«Un uomo e uno scrittore serio.Quando mio padre è morto mi sono sentito in parte liberato. Lo amavo molto, ma sentivo di averlo sulle mie spalle. Mia madre, che è molto anziana, è stata molto più importante per me. Nonostante questo, sento che quando anche lei non ci sarà più solo allora, per la prima volta, mi sentirò completamente libero di essere me stesso».

Lei che tipo di padre è?

«Forse perché il mio non ha mai avuto un controllo sulla mia vita, io sono il suo contrario. A volte guardo le mie figlie e penso: "Povere loro, c'è sempre papà Abdolah che vuole sapere e vedere tutto". Mi dispiace, ma non posso essere altrimenti».

Kader, Hossein, padre, scrittore, rifugiato: lei ha molte identità. Ce ne è una che sente più vera?

«Le mie storie, i miei libri sono la mia vera identità. Io non sono questo uomo che lei vede: io sono Sultan, io sono i miei personaggi».

Il giovane Sultan viene a contatto con la cultura occidentale tramite un giornaletto, le avventure di Mike Hammer, un detective privato di romanzetti hard-boiled di fine anni '50, tutto pupe, sparatorie e sprezzo della legge.

«Mike Hammer ha davvero cambiato la mia vita. Ad Arak c'era una biblioteca piena di libri religiosi. Quando mi sono imbattuto in questo americano circondato da donne, alcol e pistole, mi si aprì un mondo. Fu lui a guidarmi verso la vera letteratura, verso Il vecchio e il mare , Gabriel García Márquez. Io già allora volevo diventare uno scrittore, ma non sarei mai stato in grado di scrivere libri come quelli della biblioteca. Quando lessi Mike Hammer pensai: "Ecco, questo è facile da scrivere!"».

Prima un cannocchiale, poi una camera: è così che Sultan, che diventerà un famoso regista, riesce ad avvicinarsi al mondo. È una metafora?

«Gli artisti sono persone speciali non sempre in grado di socializzare. Io stesso non parlo facilmente con gli altri, ma questo cambia se devo fare una lezione o tenere una conferenza. Allora sono un uomo intero. Molti amici registi, timidi, si sentono più potenti se hanno la loro camera con sé. Questi strumenti sono finestre dalle quali guardare il mondo. Come il cannocchiale del piccolo Sultan: le stelle, la luna e Marte sono lontanissimi, ma il cannocchiale lo mette in contatto con loro».

Il mio personaggio preferito è Akram jon, una giovane donna single che veste all'occidentale e apre ad Akram una scuola d'inglese per ragazze. Una vera femminista. Anche lei è ispirata a una persona vera?

«È mia cugina, fu lei a insegnarmi l'inglese. La nostra è una famiglia molto orgogliosa delle proprie origini, dove tutti si sono sempre considerati persone molto importanti, pur non essendolo nella realtà. Anche le donne sono state cresciute potenti come delle principesse, per questo sono riuscite a fare le cose che hanno fatto. Io stesso dico alle mie figlie: "Ricordate che appartenete a una famiglia molto importante", ma loro si mettono a ridere!».

Lei si è laureato in fisica e ha detto che studiare questa materia è una pratica fantastica per uno scrittore.

«Per via delle formule matematiche. In una formula non puoi togliere nessun elemento, ed è stato quel tipo di pensiero esatto e compatto che ho portato nella mia scrittura. Nelle mie frasi, non è possibile togliere una sola parola senza stravolgere tutto».

Pensa che esista una cosa come la «letteratura di migrazione»?

«Quello è solo un titolo. Prima che io scrivessi in olandese, nessuno straniero aveva mai scritto in quella lingua. Io sono arrivato come migrante, ma non sono uno "scrittore migrante", sono uno scrittore e basta. In Europa ci sono altri Kader Abdolah, e quello che stiamo facendo è un nuovo tipo di letteratura europea. È l'Europa stessa è essere cambiata, grazie al fatto che negli ultimi decenni sono arrivate 30-40 milioni di persone da fuori».

Che differenza c'è tra l'immigrato Abdolah e gli immigrati di oggi?

«Nessuna. Loro non lo sanno, e non lo sapevo nemmeno io, ma quello che stanno cercando è una nuova identità, un nuovo sé».

Pensa che gli iraniani corrano dei rischi reali a causa della politica trumpiana?

«No. Trump è un uomo troppo piccolo e non è in grado di cambiare nulla. Negli ultimi 5mila anni, gli iraniani hanno sempre vissuto in guerra, perciò direi che questo è un buon periodo per loro».

Recentemente ha avuto notizie da Arak? «Ne ricevo ogni giorno, quando sento mia madre su Skype. Vive con mia sorella e ormai ha quasi del tutto perso la memoria, spesso mi scambia per mio padre o mio fratello. Le chiedo sempre di Arak: quando ero bambino era una città molto tradizionale, oggi per le ragazze è normale rifarsi il naso».

Se potesse tornare nel suo Paese, dove andrebbe?

«A casa. E poi a fare una passeggiata nel bazar».

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