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Sciatti siparietti di provincia per desideri impresentabili

Data | Martedì 19 Maggio
Orario | 21:29

Recensione di Antonio de Sortis pubblicata su Alias - Il Manifesto domenica 17 maggio 2020

Nel suo romanzo del 2014, «Questi sono i nomi» Tommy Wieringa aveva immaginato una città fittizia al limitare della steppa orientale: l'avamposto pseudo-polacco faceva da teatro a un mondo in disfacimento. Sulle tratte dei migranti al confine post-sovietico, il piatto orizzonte si alternava specularmente alla solitudine del protagonista Pontus Beg, un poliziotto senza passato che ora si arrabattava partecipando alla disinvolta circolazione di merci e tangenti.

«La schiuma del commercio è meglio del grasso del lavoro, era la sua amara lezione», esclamava Pontus, provando a ricordare le lagne del padre, ormai svalutate come zloty contro euro. Ciò che tra quelle pagine giocava sugli effetti di dissolvenza (biografie che sbiadiscono su uno sfondo rarefatto) si riaccende sotto i neon dei night club, alla luce cisposa dei fast food di periferia, in «Santa Rita» , il nuovo romanzo dell'autore olandese (tradotto magnificamente da Claudia Cozzi, Iperborea, pp. 320, e 18,50). Questa volta il confine non è solo suggerito, ma ricostruito nel dettaglio: Wieringa torna nei luoghi del suo esordio «Le avventure di Joe Speedboat» , e con tratto deciso descrive una provincia stanca e impoverita, quella delle origini - il Twente, a ridosso del confine tedesco.

Proprio oltre quel confine il protagonista Paul Krüzen, scapolo cinquantenne che vive trincerato nella fattoria di famiglia assieme al vecchio padre, ha avviato il suo sgangherato business: anche lui ha a suo tempo approfittato del crollo della Ddr, e da anni colleziona e rivende memorabilia militari, una fascinazione che risale alla sua infanzia, quando un russo in fuga dall'Unione Sovietica era atterrato nel campo di granturco della fattoria, e aveva alla fine sedotto sua madre.

Wieringa ripesca ancora oltre la cortina di ferro, un topos forse non inesauribile ma di certo assai capiente. Le giornate del protagonista sono cadenzate dai pasti nelle rosticcerie cinesi, e il sesso a pagamento viene consumato in patetici quanto animati locali notturni della sua Mariënveen. Una piccola comunità asiatica si è insediata silentemente, forse un po' ottusamente, modificando in maniera quasi impercettibile il sonnolento microclima del borgo. Paul non ha che un amico, Hedwiges, gonzo, impacciato e come lui devoto a Santa Rita, la protettrice delle cause perse: la sua, presto si trasformerà in un grosso guaio.

Wieringa rinuncia alle cupe vampe del gotico di provincia e avvicina il più possibile la sua lente alla prosaicità delle vite narrate. Se la prima parte del romanzo ha un andamento sornione, che estetizza in qualche misura il white trash e i suoi tipi, in seguito a non lasciare scampo saranno la paura e l'indebolimento spirituale. In apertura, gli sciatti siparietti della vita da bar, la ruvidezza della gente di campagna che fa tanto street credibility: Wieringa è abile a rendere sfasata la nostra percezione, i suoi personaggi chiedono intima compassione e al tempo stesso risultano odiosi, impresentabili. I due amici protagonisti subiscono piccole angherie, via via sempre più eclatanti, finendo per ricorrere alle armi. Tremanti, grotteschi, affrontano le nuove minacce come nevrastenici Don Chisciotte, bardati in vecchie uniformi.

Se in altri suoi libri la fede biblica vibrava di una carica apocalittica, in «Santa Rita» Wieringa rievoca la devozione dell'infanzia: i salmi recitati a mente ricordano una nenia materna, le statuette votive che arredano il Twente sono testimoni esclusive della paura per eccellenza: l'abbandono. E della provincia cosa resta? In «Santa Rita» viene da chiedersi se il nostro mondo l'abbia davvero spuntata, all'indomani di un grande smantellamento che ha sparigliato le carte: «Avrebbe presto scoperto - scrive Wieringa di uno dei suoi personaggi - che nel mondo i desideri abbondavano, erano come l'ossigeno, ce n'erano abbastanza per tutti, e in effetti la vita non era che una continua, assillante esortazione a desiderare, ma poi il problema era soddisfarlo, il desiderio, perché ciò che veniva promesso a tutti era accessibile solo a pochi». Nel luogo di serie B che con disperata ironia Wieringa elegge a sfondo del suo romanzo, ogni desiderio è una stortura.

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