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Approfondimento

L'"homo sovieticus" di Frank Westerman

Data | Martedì 07 Aprile
Orario | 13:49

Recensione di Fulvio Panzeri pubblicata il 3 aprile 2020 su Avvenire

In "Ingegneri di anime" l'autore olandese indaga i travagli degli scrittori sotto Stalin, che ammetteva solo un'arte capace di trasformare le coscienze.

La forza di costruire veri e propri romanzi-reportage dello scrittore olandese Frank Westerman è ormai nota e consolidata, anche presso i lettori italiani, che hanno potuto leggere i suoi libri sempre "interroganti" su questioni cruciali della contemporaneità, dallo straordinario Ararat che nel 2010 ha vinto il Premio Kapuscinski (della cui tradizione Westerman risulta degnissimo erede) fino all'ultimo I soldati delle parole sulla questione del terrorismo, grazie anche alla casa editrice Iperborea, della quale è diventato un autore di punta. E ora ripropone, nell'ottima traduzione di Franco Paris, uno dei suoi primi libri, Ingegneri di anime , in cui mette in gioco i fondamenti della sua formazione, quella degli studi sull'ingegneria idraulica e quelli dello scrittore indagatore di "misteri", attraverso i quali ricostruire le ansie e i momenti bui, le aberrazioni e le contraddizioni di mondi legati alle questioni che vengono poste dalle ricerche che descrive e dettaglia nei minimi particolari. Questo suo libro, probabilmente, è stato un po' sottovalutato, perché le questioni riguardanti l'ex Unione Sovietica sono senz'altro calate nell'interesse generale, anche perché l'apertura degli archivi sembra aver "normalizzato" o in qualche modo reso giustizia alle questioni aperte da quegli anni bui e terribili. Invece Westerman ci dimostra che sono ancora molti i conti che bisogna fare con l'epoca staliniana e che c'è un diverso modo di approcciare e spiegare un grande e mastodontico "sogno socialista" che aveva l'ambizione di spostare il corso dei fiumi, di utilizzare le risorse saline del mare, di cancellare dalla loro posizione originaria sulle cartine geografiche le montagne, per passare da un mondo fondamentalmente rurale ad un altro che avrebbe portato l'Urss a diventare una grande potenza.

È minuzioso lo scrittore olandese nel raccontarci una storia che intreccia ingegneria e letteratura, che evoca fantasmi, che finalmente pone l'attenzione in maniera forte, sulla desolazione di quegli scrittori, che non avevano manifestato un dissenso assoluto, che avevano accettato, per varie ragioni, un compromesso con la realtà di quella situazione storica che stavano vivendo, ma il cui destino è stato identico, se non addirittura più tragico, di chi invece si è subito sottratto ai ricatti del regime e alle imposizioni del "realismo socialista" (Mandel'stam, Pasternak, Achmatova).

È il caso di un grande scrittore, proposto a più riprese in Italia, nei decenni scorsi, ma per il quale non è mai scattato quell'interesse che invece in realtà merita. Parliamo di Andrej Platonov, ingegnere e scrittore, che era caduto in disgrazia agli occhi di Stalin, a causa di un libro, che al contrario di altri non era stato condannato ai lavori forzati, destinati agli intellettuali che non corrispondevano ai dettami del potere che credeva molto, per un cambio di prospettiva, nell'apporto degli scrittori, che avrebbero dovuto avvalorare quel sogno di cambiamento epocale e mastodontico che agli inizi degli anni Trenta veniva proposto all'Unione Sovietica.

È proprio Westerman che ricostruisce le tappe di quel cambiamento di prospettiva e che racconta di una riunione che si era svolta, nell'ottobre del 1932, a casa di Gor'kij, scrittore dal valore tutto da dimostrare ancora oggi, ma in grado di tessere ottimi rapporti con il potere e non a caso a capo dell'Unione scrittori. Si tratta di un momento di svolta cruciale in cui Stalin rivela in un modo che non lascia nessun dubbio quale dovrà essere il ruolo dell'intellettuale, a partire da quel momento: una sorta di fiancheggiamento e di sostegno alle trasformazioni dell'uomo. Impone così una letteratura che non è più libera, ma che ha la possibilità di esistere solo nei termini di una trasformazione delle coscienze, in poche parole deve diventare propaganda del regime, "ingegneria dell'anima". Stalin così si rivolge agli ospiti in quella giornata di fine ottobre: «I nostri carri ar mati non valgono niente se le anime che devono guidarli sono di argilla. Per questo dico: la produzione delle anime è più importante di quella dei carri armati... Qui qualcuno ha osservato che gli scrittori non possono restarsene zitti e fermi, che devono conoscere la vita del loro paese. L'uomo è trasformato dalla vita, e voi dovete aiutarlo nella trasformazione della sua anima. La produzione di anime umane è importante. E per questo brindo a voi scrittori, perché siete ingegneri di anime».

Platanov tenta di aderire al progetto, lui è uno scrittore vero e i suoi libri non corrispondono espressamente a quelli che sono i dettami del potere: il potere sarà più infido con lui, non lo colpirà direttamente, ma attraverso il figlio, confinato in Siberia e a lui riserverà un isolamento da portinaio che lo porterà ad una morte prematura.

È una delle tante storie che racconta Westerman, con un tono dolente, con una precisione documentaria incredibile, con un'indagine sul campo che rende questo libro terribile e inquietante, che parte dall'osservazione di una cartina geografica e dalla scomparsa di un'insenatura del Mar Caspio, il golfo di Kata-Bogaz. Dalle domande che si pone nasce il libro, composto da due viaggi, uno, reale, nel luogo scomparso dalla cartina, seguendo l'indicazione trovata in un libro degli anni Trenta; l'altro, «immaginario e parallelo al primo, attraverso la letteratura sovietica».

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