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Approfondimento

«Il razzo sulla bicicletta»

Data | Giovedì 05 Marzo
Orario | 18:21

di Susmita Mohanty (trad. Gioia Guerzoni), pubblicato su Tuttolibri - La Stampa del 29 febbraio 2020

UMILI ORIGINI
La storia del programma spaziale indiano e delle sue origini fa quasi tenerezza.
Erano gli inizi della repubblica quando Vikram Sarabhai, laureato in fisica a Cambridge e rampollo di una ricca famiglia di industriali, determinato a dare il suo contributo allo sviluppo della nuova nazione, volle convincere il primo ministro Jawaharlal Nehru dell’importanza della creazione di un programma aerospaziale indiano. In Nehru trovò un valido alleato: con il sostegno del governo, Sarabhai fondò l’Indian space research organisation (Isro), l’equivalente subcontinentale della Nasa.
Nei primi anni Sessanta, il team di giovani scienziati di Sarabhai era andato in cerca di un luogo ideale per il lancio sperimentale del razzo che aveva progettato. Optarono per Thumba, un minuscolo villaggio di pescatori vicino all’equatore magnetico a Trivandrum, nello stato meridionale del Kerala. Sulla spiaggia di Thumba c’era una vecchia chiesa che sembrava perfetta per un ufficio, un laboratorio e un’officina dove avviare le prime avventure spaziali. A quel punto dovevano solo convincere il vescovo di Trivandrum, capitale del Kerala, a dare loro il permesso di usare la chiesa di Santa Maria Maddalena a Thumba per avviare la missione.
A.P.J. Abdul Kalam, ex presidente indiano e ingegnere aerospaziale, scrisse che durante una funzione il vescovo aveva incoraggiato i parrocchiani, in prevalenza pescatori, ad accogliere il programma spaziale. Dopo un silenzio nervoso, la congregazione aveva pronunciato un caloroso «Amen». E così, in una graziosa piccola chiesetta, nacque il programma spaziale indiano.
Il titolo di questo pezzo va preso alla lettera. Il leggendario fotografo francese Henri Cartier-Bresson, la cui moglie era in ottimi rapporti con la famiglia Nehru, era sempre il benvenuto in India per fare da testimone alla nascita della nazione. Nella sua foto iconica, scattata intorno al 1966, si vede l’ogiva del razzo trasportato a Thumba su una bicicletta. In quel primo periodo, i giovani pionieri si dovevano arrangiare con quello che avevano. Ma nulla poteva fermarli.
Gli scienziati lavorarono sodo sotto lo sguardo incuriosito di Maria Maddalena, progettando carichi utili e lanci con strumenti minimi. Fecero la storia con un Us Nike-Apache, un piccolo razzo sonda con a bordo strumenti francesi, che fu lanciato nello spazio il 21 novembre 1963, appena cinque anni dopo che lo Sputnik russo aveva orbitato beatamente intorno alla Terra.
Ecco, in breve, la storia della nascita del programma spaziale indiano, uno dei primi al mondo, preceduto solo da Russia, America e Cina.

LA STORIA DI DUE RAZZI
Dal primo lancio del razzo sonda di fattura americana nel 1963 l’India ha fatto moltissima strada. Non solo ha cominciato a costruire i propri razzi sonda, ma anche a fabbricarne di più grandi e potenti. Essendo una delle poche nazioni al mondo con consolidate capacità di lancio, anche l’India ha due razzi principali.
Il più piccolo, il Pslv, viene usato per mandare in orbita satelliti da telerilevamento (osservazioni terrestri) ed è stato lanciato per la prima volta nel 1993. Nella sua categoria è un razzo molto affidabile e maturo. Nel 2017, il Pslv ha stabilito un nuovo record mondiale, lanciando 104 satelliti in una volta sola e superando abbondantemente i 37 della Russia.
Il lanciatore più grande è il Gslv, un sistema in grado di trasportare in orbita geostazionaria satelliti per le telecomunicazioni, che pesano diverse tonnellate. Il Gslv volò per la prima volta nel 2001. La storia del motore criogenico, fondamentale per la capacità del razzo di sollevare pesi ingenti, è stata l’archetipo dell’intrigo internazionale del periodo della Guerra fredda. Per accelerare i tempi, l’India aveva deciso di procurarsi i motori dalla Russia, che non solo era disposta a venderglieli ma anche a condividere la tecnologia per produrli localmente. Gli Stati Uniti erano contrari, per quella che ritenevano una violazione del regime di controllo della tecnologia missilistica, e avevano costretto la Russia a tirarsi indietro. Questo e altri esempi di intimidazione diventano ancora più evidenti se si pensa che l’India, la democrazia più grande del mondo, è anche una delle più pacifiche, non avendo combattuto nessuna guerra non provocata: l’ultima nel 1971, con il Pakistan.
Ma i numerosi ostacoli posti dalla superpotenza mondiale sul tragitto del nascente programma spaziale non riuscirono a demoralizzare gli scienziati indiani, che con risorse limitate e determinazione infinita riuscirono a offrire un singolare esempio di ingegnosità portando l’India sotto i riflettori dei migliori programmi spaziali del mondo.

RISCHIARE O NON RISCHIARE
Persino oggi, a cinquant’anni dalla nascita dell’Indian space research organisation, sento chiedere: «Perché l’India ha avviato un programma spaziale quando nel paese ci sono ancora tanti problemi da risolvere?»
Dopo che l’India nel 1950 divenne una repubblica, il primo ministro Nehru, un progressista, mise tra le priorità del paese l’«indipendenza tecnologica». La nuova nazione non poteva permettersi niente di meno se voleva rimettersi in piedi.
Sarabhai, l’architetto dell’Isro, scriveva infatti: «C’è chi mette in dubbio l’importanza delle attività spaziali in un paese in via di sviluppo. Ma per noi non ci sono ambiguità nell’obiettivo che ci siamo posti. Non fantastichiamo di competere con le nazioni economicamente più avanzate nell’esplorazione della luna, dei pianeti o nei voli spaziali con equipaggio umano. Ma siamo convinti che se vogliamo ricoprire un ruolo significativo a livello nazionale e nella comunità delle nazioni non dobbiamo essere secondi a nessuno nell’applicazione di tecnologie avanzate ai problemi reali dell’uomo e della società.»
I frequenti uragani sono un ottimo esempio di come i dati forniti dai satelliti e i modelli meteorologici servano a predire accuratamente i parametri ciclonici, dare un preavviso tempestivo, evacuare e salvare milioni di vite. Negli ultimi vent’anni il numero delle vittime di questi disastri naturali è diminuito di cento volte, e ora le cifre relative al nostro paese sono tra le migliori al mondo.
Il successo dei programmi spaziali di potenze asiatiche come l’India o la Cina non dovrebbe sorprendere le menti illuminate. A volte mi viene chiesto se si può parlare di una «gara spaziale» tra i due paesi. Non proprio, dico io, ma se insistono ricordo loro la favola di Esopo e dico che sì, la Cina è la lepre e l’India è la tartaruga.
La Cina è l’unica nazione a essere atterrata di recente sulla luna, nel dicembre del 2013, e poi ancora nel gennaio del 2019. L’ultima volta che gli americani vi hanno messo piede è stato nel 1972, i russi nel 1976. Il recente tentativo dell’India è risultato in un atterraggio duro – gli atterraggi planetari morbidi ancora oggi sono una grande sfida.
Qualche anno fa ho ricevuto una telefonata da una produttrice di National Geographic che stava cercando un input per una miniserie per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’ultimo sbarco dell’Apollo. Le ho chiesto se sapeva che un rover cinese stava trotterellando sulla luna. Sembrava sorpresa.
In campo spaziale, India e Cina sono senza dubbio tra le massime potenze mondiali, insieme a Stati Uniti, Russia, Francia, Giappone. Quindi fa sorridere che qualcuno le definisca potenze spaziali «emergenti». L’ignoranza deriva da un malriposto senso di superiorità occidentale, amnesia storica e stereotipi diffusi dai media.
I film di Hollywood hanno ricoperto un ruolo fondamentale nel modellare la percezione mondiale di chi è in cima al totem della conquista spaziale. I protagonisti sono invariabilmente maschi caucasici, gli alieni atterrano quasi sempre negli Stati Uniti e gli asteroidi preferiscono città come Parigi e Los Angeles. I russi sono i cattivi, le stazioni spaziali cinesi sono ridotte a un paio di bastoncini fluttuanti e l’India non compare proprio. Ma le cose stanno cominciando a cambiare.

COREOGRAFIA ORBITALE AL RISPARMIO
Per quasi cinque decadi, l’Isro ha sviluppato un po’ alla volta progetti grandiosi che evolvevano in modo organico, praticamente senza nessuna pubblicità. Il sostegno pubblico e politico è sempre stato solidissimo, e questo non sorprende se si considera che la matematica, l’astronomia e la scienza fanno parte delle narrazioni della nostra civiltà da secoli.
I primi sovrani dell’India hanno avuto il ruolo di mecenati nello sviluppo dei saperi fondamentali. Un esempio grandioso è il Jantar Mantar di Jaipur, commissionato dal maharajah Jai Singh II del Rajasthan. Questo gruppo di giganteschi strumenti astronomici costruiti in marmo e arenaria all’inizio del 1700 oggi fa parte del patrimonio nazionale dell’Unesco.
Man mano che le nostre risorse diminuivano – grazie a due secoli di colonizzazione inglese – parte di quell’iniziale grandeur si è trasformata in ingegnosità. Il programma spaziale indiano può essere letto come una cronaca di quella fase di creatività e inventiva. Di recente, nell’agosto del 2019, l’Isro ha lanciato la sua seconda missione lunare, Chandrayaan-2, con meno di 150 milioni di dollari, una frazione di quello che oggi costerebbe un blockbuster hollywoodiano. Invece di sbrigarsela in un paio di giorni lanciando un mega razzo dritto sulla luna, gli scienziati dell’Isro hanno optato per una mossa molto più intelligente: hanno progettato una sofisticata coreografia orbitale intorno alla terra e usato la gravità della luna per attirare Chandrayaan-2 nella sua orbita. I 48 giorni in più che ci sono voluti per raggiungere il satellite rendevano il lancio molto vantaggioso sia dal punto di vista economico che ambientale.
Un’altra occasione in cui l’Isro ha catturato l’immaginazione internazionale è stata la prima missione indiana verso il pianeta rosso nel 2013 – Mangalyaan-1. L’India è diventata il primo paese al mondo a conquistare Marte al primo tentativo. Eppure, l’ambiziosa missione è stata completata con pochissime risorse e anche in tempi record, soltanto 15 mesi dopo l’approvazione del budget, quando la media per le missioni planetarie è di sei-sette anni.
Le imprese spaziali Isro sono l’immagine di silenziosa efficienza, agilità ed elasticità mentale – caratteristiche che spesso mancano nelle agenzie spaziali più grandi e con risorse molto più abbondanti.
La fantasia popolare si è ormai messa al passo con il programma spaziale indiano, che è arrivato a ispirare un film di Bollywood, Mangal, con la missione indiana su Marte. Mangal si è rivelato uno dei maggiori blockbuster del 2019.
Di solito la scienza fa solo da sfondo a narrazioni popolari di trionfo sulle avversità e di vittoria del bene sul male, cosa che rende la fantascienza un’impresa particolarmente difficile.

DONNE NELLO SPAZIO
Nel 2013 Mangalyaan-1 ha catapultato l’Isro nell’empireo glorioso dei social media quando una foto delle sue scienziate in sari di seta e con i fiori nei capelli è diventata virale. Tra le agenzie spaziali, l’Isro è quella con il maggiore equilibrio tra presenze maschili e femminili: il team Mangalyaan comprendeva cinquecento scienziati da dieci centri Isro, con un terzo delle posizioni dirigenziali in mano a donne.
Alla guida della recente missione Chandrayaan-2 due donne: la direttrice della missione Ritu Karidhal e la direttrice del progetto M. Vanitha. Un’altra scienziata dell’istituto è finita sotto i riflettori negli ultimi tempi, la dottoressa V.R. Lalithambika a capo della missione Gaganyaan, che lancerà i primi esseri umani nello spazio entro il 2022.
Essendo da sempre affascinata dai nomi delle missioni spaziali, sono una fan delle scelte russe e giapponesi, ma anche le nostre sono interessanti. Le missioni su Marte sono intitolate Mangalyaan, quelle sulla luna Chandrayaan, e la missione con gli umani si chiamerà Gaganyaan. «Yaan» in sanscrito significa veicolo, trasportatore. Mangalis è Marte, Chandra la luna, Gagan il cielo.

LE STELLE CI CHIAMANO
Ricordate Edmund Hillary e Tenzing Norgay, che per primi scalarono l’Everest nel 1953? Hillary era un ricco neozelandese, Tenzing un coolie sherpa. Erano intrepidi alpinisti con origini sociali ed economiche completamente diverse.
Ma scalare l’Everest o andare su Marte non è soltanto una questione economica, ci vuole un’enorme forza di volontà per superare i propri limiti, resistere, tentare l’impossibile. Un passo dopo l’altro, senza troppa fanfara, I’Isro ha fatto passi da gigante. Non esplorare lo spazio sarebbe stato come negarsi la possibilità del successo.
L’India ha una popolazione molto giovane; quasi il 65 per cento ha meno di 35 anni. L’ottimismo, l’audacia che il programma spaziale incarna, offre ai giovani qualcosa per cui sognare, osare, uno scopo che trascende i nostri obiettivi esistenziali. Come diceva giustamente il buon vecchio Oscar (Wilde):
«Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle.»

Di Susmita Mohanty (trad. Gioia Guerzoni)
Pubblicato su Tuttolibri - La Stampa del 29 febbraio 2020
Foto © Gaia Squarci, Prospekt Photographers

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