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Approfondimento

Jan e Chiune, diplomatici per caso consumano le mani a firmar visti per gli ebrei

Data | Lunedì 24 Febbraio
Orario | 15:05

Recensione di Elena Loewenthal a «I Giusti» di Jan Brokken su Tuttolibri - La Stampa del 18 febbraio

«Anime Baltiche» di Jan Brokken, giornalista olandese appassionato di storiografia, è stato un libro che ha lasciato il segno. Un po' memoir un po' narrazione pura, ma sempre sul filo di una perfetta aderenza ai fatti storici e soprattutto di una empatia straordinaria, questo libro dal genere indefinibile ha commosso e appassionato tantissimi lettori. «I Giusti», nella traduzione di Claudia Cozzi e in uscita in questi giorni sempre per la benemerita Iperborea, è una sorta di seguito naturale della avventura narrativa in quell'angolo dell'Europa Nord Orientale, dopo alcune parentesi di rievocazione storica che hanno portato Brokken sulle tracce di altri eroi, da Rudy Truffino e Dostoevskij. E ancora una volta in quest'ultimo libro si rivela la sua straordinaria, anzi alchemica capacità di unire in un unico tessuto in cui trama e ordito sono indistinguibili le sorti individuali e quelle della grande Storia.
Brokken riesce ad accompagnare il suo lettore in minuziose descrizioni domestiche che però risultano sempre perfettamente incastonate in un racconto collettivo che tutti ci coinvolge. In questo libro è difficile capire chi sta al centro, proprio perché al centro si trova un'umanità variegata. Accomunata, con qualche eccezione, dal rifiuto di «vedere l'incombere di un olocausto. Si lasciavano scivolare addosso le informazioni frammentarie in cui si imbattevano, come se fossero sporcizia in un fiume in piena. A non guardare da vicino, l'acqua sembra ancora abbastanza pulita. Se sentivano qualcosa, si voltavano subito dall'altra parte, oppure si concentravano su un diversivo piacevole».
Non è così per gran parte dei personaggi - reali - di questo libro, corredato da un significativo apparato di fotografie. Non è così in primo luogo per Jan Zwartendijk, un intraprendente manager olandese distaccato a Kaunas, Lituania, sin dalla fine degli anni Trenta, a dirigere lo stabilimento della Philips. Da un giorno all'altro Mr Radio Philips si ritroverà, senza alcuna ragione precisa, a fare anche il console onorario dei Paesi Bassi in quella regione che sta per diventare un tragico crocevia di forze belligeranti, fra i russi dell'Armata Rossa e i nazisti del Terzo Reich in avanzata. Senza alcuna pretesa di passare per eroe, senza una particolare spinta morale che non sia quella di intuire il pericolo non per sé ma per il prossimo, Zwartendijk comincerà di sua iniziativa a rilasciare visti per le Indie Occidentali e Curaçao, territori d'Oltremare dell'impero olandese, agli ebrei in fuga.
Non è così soprattutto per Chiune Sugihara, diplomatico giapponese che a quell'epoca era viceconsole in Lituania. Grazie a una incredibile catena della solidarietà, Sugihara preparava per quei profughi un nulla osta per l'ingresso nel suo paese: ogni documento gli costava una gran fatica calligrafica, sua moglie doveva regolarmente massaggiargli le mani dopo lunghe sequenze di otto, nove righe di ideogrammi per ogni pezzo di carta. Figura leggendaria con dei trascorsi assai avventurosi, dallo spionaggio filo polacco a una passione per la Russia segnata dalla precoce conversione al cristianesimo ortodosso e da un primo matrimonio con una donna di Mosca, Sugihara salvò migliaia e migliaia di ebrei, traghettandoli dall'Europa al Paese del Sol Levante lungo la Ferrovia transiberiana, poi per nave e per terra in diverse città del Giappone, prima fra tutte Kobe, ma anche Shangai.
Il libro di Brokken si legge come un romanzo, ma è ben di più. L'autore ricostruisce per filo e per segno le esistenze tanto dei salvatori quanto di molti salvati. Fa emergere un'umanità multiforme, una geografia che spazia per mondi diversi. Racconta vite vissute come se le avesse di fronte. Come quel giorno in cui, uscendo da un negozio per comprare delle caramelle ai suoi figli, Sugihara «si trovò davanti un bambino che sembrava aver perso la gioia di vivere». Era il piccolo Solly, che si apprestava a celebrare una triste Hanukkah, senza neanche «un soldo per comprarsi le caramelle». Di lì cominciò un'amicizia, perché Sugihara fu invitato a celebrare la festa ebraica a casa di Solly e poco tempo dopo capì che bisognava muoversi, fare qualcosa per salvare tante vite in pericolo. Del resto, lui era nato il primo gennaio del 1900 e «nella mitologia giapponese un bambino che viene al mondo in una notte di gelo è benedetto da qualità speciali e la sua vita sarà diversa da quelle dei comuni mortali».
Brokken racconta questa vita straordinaria - immortalata in un francobollo commemorativo emesso recentemente dalla Lituania e insieme a quella di Zwartendijk inserita fra i «Giusti fra le nazioni» (Sugihara è l'unico giapponese in questo elenco). Racconta soprattutto il mondo che ruota intorno ai due eroi in quegli anni terribili in cui potevano anche avverarsi storie come queste, piene di vita e di speranza, nonostante tutto.

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