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Approfondimento

Nella mia infanzia c'era un uomo che si chiamava Adolf

Data | Lunedì 13 Gennaio
Orario | 16:56

L'incipit di «Mamma è matta, papà è ubriaco» di Fredrik Sjöberg (in uscita il 22 gennaio)

Kanabriel

Nella mia infanzia c’era un uomo che si chiamava Adolf. È l’unico Adolf che abbia mai conosciuto, o anche solo visto. In effetti aveva un nome antiquato. Come facesse di cognome non lo so; tutti lo chiamavano con il nome di battesimo, e quel che lo rendeva speciale era che possedeva una Volvo 142 bianca, anche se questa era solo una delle sue peculiarità.
L’altra era che nelle notti d’agosto più tiepide, quando il mare era calmo, andava a pescare le anguille con la fiocina a mano nelle acque basse della baia di Grantorpsviken, subito sotto il vivaio – le serre e il recinto con le ortiche dove in seguito sono state costruite delle ville.
Già allora quel tipo di pesca era severamente proibito, ma lui non se ne curava e ogni estate, in agosto, fissava alla prua della sua barchetta a fondo piatto una lampada a cherosene dall’intensa luce bianca e poi se ne stava là, immobile, a guardare l’acqua stringendo bene in tutt’e due le mani la lunga asta della fiocina. Una volta ero sul molo, al buio, a guardare la lampada nella baia – la lampada, la barca, la fiocina e Adolf, che nelle tante ore in cui restai là solo e invisibile in quell’odore di catrame e fango non pescò mai nulla.
All’epoca non sarei voluto andare in nessun altro posto.
Solo molto tempo dopo mi misi a cercare qualche riflesso di quel misterioso buio denso, buono per la pesca all’anguilla, nei paesaggi della pittura romantica dell’Ottocento, quando i motivi come questo, tratti dalla vita quotidiana, avevano visto il culmine della popolarità. Pesca notturna con lampara. Alfred Wahlberg, Marcus Larson, Kilian Zoll. Credetemi, un’infinità di artisti. Ogni anno scopro almeno cinque o sei quadri, tutti con la stessa luna piena, lo stesso fuoco. Niente all’altezza di quel posto.
E mi sa che un altro Adolf non lo incontrerò mai. È un nome ancora un po’ sfortunato. Va bene per gli animali da compagnia, soprattutto per i gatti, direi, e questo mi fa ripensare al nostro gatto di un tempo, del quale per tutta la mia infanzia tra il mare e il bosco si diceva che fosse scomparso, che fosse scappato lo stesso giorno in cui ero nato io. Si chiamava Kanabriel.
Fu così che già da piccolo sviluppai una certa sensibilità per i nomi. Gli altri bambini si chiamavano, non so, Peter e Gunilla, nomi così, che a quanto ricordo erano in generale abbastanza azzeccati, ma c’era sempre un bambino con un nome che sembrava essergli stato proprio cucito addosso.
Mi piace pensare che sia questa la ragione per cui alla fine mi sono innamorato di «Om namnets invärkan på personligheten» («Sull’effetto del nome sulla personalità»), un librino tanto esile quanto raro, scritto dal pittore e poeta Torsten Wasastjerna e stampato a Helsinki nel 1899. Una cosetta, roba leggera, ma l’ho trovato per caso ed è per questo che mi piace, come per una specie di lealtà, non so bene nei confronti di chi o che cosa. Forse proprio del caso, che mi ha ben servito in molte occasioni, anche se non sempre. Il bello di quel libro è che non riesco a capire fino in fondo se l’autore sia serio quando scrive che metà della formazione del carattere sta nel nome. Mi prende in giro?
I Wasastjerna sono una famiglia nobile dell’epoca di re Gustav IV Adolf, e siccome gli aristocratici, con il loro isolamento sociale, sono spesso un po’ introversi, hanno uno sguardo sul mondo limitato, ma Torsten in fin dei conti era un bravo pittore che in gioventù aveva studiato all’Accademia di Düsseldorf e poi era arrivato a Parigi. Segregato non lo era di certo.
Forse era solo che in quella burla un po’ civettuola non riusciva a vedere o a separare quel che c’era di vero.
Così l’ho lasciato perdere e sono tornato a quel turbinio di libri che è la mia biblioteca, ritrovandovi l’ancor più esile libretto «Ål och turbiner» («Anguille e turbine»), pubblicato nel triste anno 1941 dall’Associazione svedese per l’energia idrica. Un giovane professore associato, che avrebbe poi avuto la sua cattedra, si era assunto l’incarico di scoprire quante anguille sopravvivessero attraversando l’impianto idroelettrico Untraverket, nel Dalälv.
Le anguille, alla fine della loro lunga vita, migrano verso il mar dei Sargassi per accoppiarsi, ma siccome sono una specie che ama stare nei luoghi più inaspettati dell’entroterra, durante il viaggio trovano numerosi ostacoli, tra cui le chiuse delle centrali idroelettriche.
L’esperimento era semplice. Furono catturate tutte le anguille che si poté e le si spedì in una turbina della potenza di diecimila cavalli motore, quindi si esaminò che cosa usciva dall’altra parte. Ne sopravvisse un numero sorprendentemente alto. Un po’ stordite, certo, ma vive. La Svezia era un paese civile. E sarebbe migliorata ancora. Ma tutto poi finì nel dimenticatoio, per ragioni che nessuno ha mai capito. Che a Grantorpsviken ci sia ancora qualcuno che pesca anguille non mi pare verosimile. L’acqua è tuttora limpida e bassa e le notti estive sono nere come corvi, ma niente di più. Da quella volta che imparai l’espressione «lampada a cherosene», persino il buio ha trovato nuovi nomi. Di anguille non ce ne sono quasi più.
Tra l’altro, anche i due fratelli dell’autore diventarono professori, uomini dotti che scrissero molti libri e si fecero un nome destinato a essere ricordato ancora a lungo. Fama. Onore. Anche se ormai non significa più granché. Nulla è per sempre. Ora devo andare. Che da bambino non sarei voluto andare in nessun altro posto era una bugia. Invece è vero che il gatto sparì, e che si chiamava Kanabriel.

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