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Intervista

«Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale»: la parola al traduttore

Data | Giovedì 12 Dicembre
Orario | 11:53

Il grande Nord nella letteratura per l'infanzia

Ricercatrice in Filosofia teoretica, studiosa di Søren Kierkegaard, esperta di letteratura scandinava, Ingrid Basso ha tradotto «Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale» di Kim Leine, una fiaba tenera che, intrecciando l’incanto del Natale con la storia del legame tra un bambino e il suo papà, ci porta in volo nella natura semplice ed estrema delle latitudini subpolari.

Uno dei motivi di fascino di questo libro è l’ambientazione nel grande Nord groenlandese. Ci racconti qualcosa del legame dell’autore con questa isola?

Credo non sia esagerato dire che il legame tra Kim Leine e la Groenlandia sia tutto. La Groenlandia segna di fatto l’identità di Leine come scrittore. Un’identità tormentata come la stessa grande isola, scossa tanto dagli elementi naturali quanto dagli eventi storici. Leine, forse non tutti lo sanno, è norvegese, sebbene scriva in danese. È nato a Bø, nel Telemark, e solo nel 1978, a sedici anni, si trasferisce in Danimarca: con le poche corone norvegesi che ha messo da parte, acquista un biglietto per Copenaghen, dove va a vivere dal padre, lontano dal villaggio in cui è nato e in cui era oppresso dalla comunità di testimoni di Geova di cui faceva parte la madre. Vuole diventare scrittore, ma nella sua comunità esprimere un sentire personale, voler emergere come individuo significa tradire la collettività. A Copenaghen è frastornato come solo un ragazzo di provincia può esserlo all’arrivo in una capitale europea in un’epoca in cui non è ancora scoppiato il fenomeno della globalizzazione. Studierà per diventare infermiere, ma sempre con l’idea che un giorno sarà scrittore: la sua è un’ossessione, e arriverà a pensare che se non debutterà entro i quarant’anni, la farà finita. Dieci anni dopo, nuovamente messo alla prova dai problematici rapporti famigliari, «fugge» ancora, sempre alla ricerca di un’identità che non sia quella imposta dal mondo. Nel 1989 sceglie di trasferirsi in Groenlandia, «fuori dal mondo», anzi, nel «rovescio» del mondo, dall’«altra parte»: questo il significato del titolo del suo romanzo del 2009, «Tunu», ambientato in un villaggio groenlandese di tremila anime che ospita una stazione sanitaria. E sempre in Groenlandia è ambientato anche il romanzo di debutto di Leine, «Kalak», del 2007. In Groenlandia in realtà Leine perde se stesso per ritrovarsi definitivamente: sono anni decisamente bui per lui. E quella tra lo scrittore e l’isola artica è una vera e propria relazione sentimentale, come ha dichiarato lui stesso in un’intervista del 2017, ormai trasferitosi definitivamente in Danimarca: «… ma spesso le relazioni sentimentali sono complicate. Il mio rapporto con la Groenlandia è come quello con una vecchia fidanzata da cui ci si è allontanati, ma che non si riesce a lasciare andare completamente.» Il rapporto di Leine con la Groenlandia è quindi legato alla sua morte e rinascita come uomo e come scrittore, al suo definitivo allontanamento dalla propria famiglia alla ricerca di un sé che ha dovuto vedere distruggere, per poi ricomporlo pezzo dopo pezzo, secondo una vera immagine di sé. Oggi Leine è uno scrittore che ha vinto i maggiori premi letterari a cui possa aspirare un autore del Nord Europa, il Nordisk Råds Litteraturpris e il Gyldne Laurbær, e la sua vita è scandita da una disciplina ferrea: ogni giorno alla scrivania dalle 7.30 alle 15, e poi c’è una nuova famiglia, una moglie, due bambini.

Di Kim Leine hai tradotto anche «Il fiordo dell'eternità», che è un romanzo rivolto agli adulti. Immagino che lavorando a questo libro per bambini tu abbia riscontrato significative differenze di stile. È così? E quali sono state le maggiori difficoltà?

Lo stile in un testo per bambini è per forza di cose diverso rispetto a quello di un testo per adulti: dev’essere uno stile piano, semplice, lineare, e così è lo stile di Leine nel bel racconto di debutto per l’infanzia. La storia è basata su un’esperienza vissuta davvero da Leine quando viveva in Groenlandia con i figli avuti dalla prima moglie, ora adulti. E però a ben guardare, pur nei contorni favolistici di un paesaggio natalizio in cui le montagne di un bianco accecante sembrano staccarsi dal cielo nero, trapuntato di stelle, il contenuto della storia mantiene nel fondo un che di perturbante: abbiamo a che fare con un papà che non crede nella magia del Natale, nel cui passato qualcosa resta oscuro e che invano cerca di mascherare dinanzi all’entusiasmo di un bambino che ha il diritto di vivere le sue illusioni. E poi c’è l’incombere di una minaccia – l’orso – che si avverte, ma non si vede mai… Sono sollecitazioni angosciose che sicuramente un adulto può cogliere, non un bambino, ma fanno sì che questo libretto possa essere letto a più livelli, oltre al fatto che contiene delle illustrazioni splendide. Leine ha detto tra l’altro in un’altra intervista per la stampa danese di ritenere buona cosa il poter utilizzare temi seri e cupi anche in una storia per l’infanzia: «Credo si possa scrivere di qualsiasi cosa per i bambini, purché si trovi la prospettiva giusta. I bambini devono sapere che anche se succede qualcosa di brutto esiste la possibilità di rimettersi in piedi.»
Certo, tradurre «Il fiordo dell’eternità» è stata altra cosa, ma la capacità visionaria di Leine è sempre la medesima, la sua capacità di farti immergere in un’atmosfera più che di descrivere degli oggetti è quello che fa di lui un vero scrittore. Questo nel «Fiordo» è certamente più evidente, perché la prosa è più concitata, i periodi sono lunghi e in numerose scene si susseguono come onde di un mare in tempesta. In certe descrizioni di paesaggio Leine ricorda lo scrittore danese classico Stangerup, quando in «Lagoa Santa» del 1981 (un romanzo ormai fuori catalogo che Iperborea pubblicò alla fine degli anni Ottanta e che sogniamo di rivedere stampato nuovamente prima o poi ristampato!) raccontava il paesaggio brasiliano agli occhi degli esploratori di metà Ottocento. E anche questo segna il rapporto con la Groenlandia di cui dicevamo prima: Leine ha dichiarato spesso di non «conoscere» l’isola quanto potrebbe conoscerla uno storico o un archeologo, eppure di «sentirla» come pochi sanno fare. E queste sensazioni Leine è capace di farle vivere anche al lettore, adulto o bambino che sia.

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