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Intervista

«L’uccellino rosso»: la parola al traduttore

Data | Mercoledì 04 Dicembre
Orario | 15:56

Il mestiere di tradurre Astrid Lindgren – e i grandi classici scandinavi per l’infanzia. Intervista a Laura Cangemi

Rinomata traduttrice ed esperta di letteratura svedese per l’infanzia, punto di riferimento per la nostra collana «i miniborei», Laura Cangemi ha tradotto «L’uccellino rosso», una raccolta di quattro racconti di Astrid Lindgren finora inedita in Italia. Le abbiamo fatto qualche domanda sull’esperienza di tradurre i classici e quella che è considerata la grande maestra della narrativa scandinava per ragazzi.

«L’uccellino rosso» è la terza raccolta di racconti di Astrid Lindgren pubblicata da Iperborea e si differenzia dalle prime due per il sapore antico, le atmosfere fiabesche, le tematiche più complesse e stratificate, gli impianti narrativi raffinati ed emotivamente densi, capaci di conquistare i lettori di ogni età. I racconti parlano del bene e del male con una poesia che ricorda storie come «La piccola fiammiferaia» e che ha la capacità di depositarsi nel lettore, toccarlo nel profondo. Da conoscitrice di Astrid Lindgren, come collochi questi racconti all’interno della sua produzione?

«Sunnanäng» – questo il titolo originale – è una raccolta del 1959 in cui Astrid Lindgren, ormai scrittrice matura e affermata, sperimenta l’ennesimo genere letterario. Anche se infatti in Italia è nota soprattutto per il libro che l’ha resa famosa in tutto il mondo, «Pippi Calzelunghe» (1945), con le opere successive aveva spaziato dalla narrazione realistica (tinta della sua impagabile ironia) di titoli come «Il libro di Bullerby» al poliziesco per bambini con la trilogia su Kalle Blomkvist a quello che oggi definiremmo fantasy di «Mio piccolo Mio», passando per due raccolte di racconti che mescolavano stili e soggetti diversi e rappresentavano in qualche caso degli «studi» di personaggi destinati a tornare in libri successivi. La terza raccolta di Astrid Lindgren si stacca nettamente dalle due che l’hanno preceduta sia a livello di impianto narrativo che a livello linguistico. Già il fatto che tutti e quattro i racconti comincino con le stesse parole («Molto tempo fa, nei giorni della miseria…») dà un’idea del «progetto» che l’autrice mette in atto con questa raccolta: il filo rosso (che è stato colto molto bene dall’illustratrice italiana, Anna Pirolli) è la fantasia, strumento magico capace di riscattare i protagonisti dalla loro vita segnata da tante difficoltà.

Quali sono le maggiori difficoltà e gli aspetti più piacevoli o appaganti di tradurre Astrid Lindgren? Con «L’uccellino rosso» hai incontrato difficoltà specifiche o diverse da quelle degli altri suoi libri che hai tradotto?

Come ho già avuto occasione di scrivere, sono molto contenta di avere avuto il grande onore di tradurre le opere di questa fuoriclasse della letteratura per ragazzi solo negli ultimi dieci-dodici anni, perché senza il ventennio di esperienza accumulata prima non sarei stata in grado di affrontarle e avrei rischiato di rovinare pagine preziose. Tradurre Astrid significa assumersi una grande responsabilità e lei stessa ne era ben consapevole, come testimonia la corrispondenza con alcuni dei suoi traduttori, a cui chiedeva grande rigore e coerenza. A differenza di quanto si potrebbe pensare, le maggiori difficoltà non sono rappresentate dai giochi linguistici, che pure danno a volte del filo da torcere (tanto per fare un esempio, in «Lotta Combinaguai» mi sono inventata una «quasi parolaccia» che doveva tornare in due giochi di parole diversi e mi ha costretto a salti mortali notevoli), e nemmeno dai tanti riferimenti a fenomeni e oggetti che non hanno corrispondenza nella realtà italiana, ma dalla resa del tono, del ritmo e dell’apparente semplicità di una narrazione in cui in realtà fino all’ultima parola è dettata da scelte precise. Il grande vantaggio è che, quando si trova la voce giusta, la soddisfazione è immensa. Tra i racconti dell’«Uccellino rosso», tutti caratterizzati da una prosa molto poetica e quindi particolarmente difficile da rendere, quello che ha richiesto più tempo e dedizione è stato senz’altro l’ultimo, che è anche molto più lungo dei precedenti: in «Messer Nils di Eka» la lingua è ispirata alla tradizione medievale, ma il medioevo scandinavo è cosa ben diversa rispetto al nostro e già questo è un problema non da poco. Inoltre qui Astrid ha voluto sperimentare un lessico più arcaico, ricercato e complesso rispetto alla linearità che caratterizza di solito la sua scrittura, e calibrare la traduzione per ottenere lo stesso effetto sul lettore/ascoltatore italiano non è stato facile.

Tradurre un’autrice del passato significa non poterla contattare per eventuali dubbi o domande sul testo. Ti è mai capitato con Astrid Lindgren di avere un dubbio di comprensione o interpretativo e in tal caso come hai risolto?

Mi è capitato alcune volte, sì. In più di un caso per risolvere l’impasse è bastato ascoltare il passo in questione letto dalla voce di Astrid stessa (immensa risorsa, questa degli audiolibri realizzati all’epoca, anche se purtroppo non per tutti i suoi titoli), ma in qualche altra occasione mi sono consultata con i discendenti, che ancora oggi curano i diritti relativi alle sue opere, e in particolare con la figlia Karin. Non sempre hanno una risposta da darmi, ma già questo è un dato utile per decidere come comportarmi.

Un'altra questione da affrontare quando si traduce un autore del passato è che la lingua si evolve, per cui il traduttore si trova di fronte a un testo che ha espressioni, forme sintattiche, a volte anche tono desueti, e deve scegliere se riprodurre quanto più fedelmente questa lingua attraverso un italiano in qualche modo antiquato oppure modernizzarla per renderla più familiare e vicina al lettore. Tra i classici per l’infanzia da te tradotti per Iperborea c’è anche «Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson» – opera di un’altra grande scrittrice svedese, Selma Lagerlöf, primo Premio Nobel donna per la letteratura nel 1909 – che deve aver posto lo stesso problema. Che scelte hai adottato in questi due casi?

Questa è una domanda talmente vasta che sull’argomento si potrebbe scrivere una tesi di dottorato. Qui mi limiterei a dire che, se lo scopo è rendere disponibili questi capolavori ai lettori di oggi – e lo scopo che si è prefissa Iperborea pubblicandoli è senz’altro questo – la lingua deve risultare accessibile. Questo però non significa semplificare o appiattire l’originale e nemmeno rinunciare al rigore filologico indispensabile quando ci si avvicina a opere del genere. Le parole «difficili» non devono spaventare e non si deve partire dal presupposto che scoraggino per forza. A volte, proprio perché incomprensibili, certe parole esercitano sul lettore, anche molto giovane, un fascino tutto particolare. Inoltre questi libri sono perfetti per la lettura a voce alta, e il bambino curioso che voglia capire un termine sconosciuto potrà chiederlo all’adulto che gli legge il libro. Al traduttore spetta l’arduo compito di trovare un equilibrio tra le diverse esigenze e, soprattutto, di rendere vivido e magico il racconto per il lettore italiano quanto lo è l’originale per il lettore svedese.

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