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Approfondimento

Non scriviamoci lettere

Data | Lunedì 18 Novembre
Orario | 11:32

La postfazione di Margherita Carbonaro al romanzo di Regīna Ezera

Quando Regīna Ezera scrisse «Il pozzo» («Aka») aveva una quarantina d’anni, alle spalle un primo matrimonio fallito e concluso, un secondo matrimonio fallito ma non ancora sciolto, tre figlie e un cane. Anche il secondo marito sarebbe uscito a un certo punto dalla sua vita, i cani invece – furono in tutto cinque, il primo dei quali si chiamava Azazello, come il demone del «Maestro e Margherita» – l’avrebbero accompagnata fino ai suoi ultimi giorni. E non a caso «L’uomo ha bisogno del cane» («Cilvēkam vajag suni», 1975) è intitolata fra l’altro una sua bella raccolta di racconti.
A quell’epoca, fra gli anni Sessanta e Settanta, la Lettonia era una delle quindici repubbliche sovietiche e lo sarebbe rimasta ancora saldamente a lungo, fino al dissolversi dell’URSS nel 1991. La sua letteratura stava in parte uscendo dalle maglie dell’assoluta obbedienza alle regole imposte dal socialismo in campo artistico. Erano attivi autori che sarebbero diventati moderni classici lettoni; fra loro Zigmunds Skujiņš, che il lettore italiano ha già avuto modo di conoscere attraverso «Come tessere di un domino» (pubblicato da Iperborea nel 2017).
Anche Regīna Ezera era discretamente nota, ma la valutazione che lei stessa diede di sé in una lettera – «Mi rendo conto di essere una fra i tanti, al mondo gli scrittori come me sono migliaia, una massa grigia» – in quel momento non era del tutto lontana dalla realtà. Alla fine degli anni Sessanta Ezera era autrice di alcuni romanzi e raccolte di racconti – oltre che di un fascio di venticinque lettere, scritte fra il 1966 e il 1968 e mai spedite, indirizzate a un Tu amato che non aveva mai dato segno di accogliere e ricambiare il suo sentimento. Destinatario di quelle lettere era Gunārs Priede (1928-2000), drammaturgo allora già molto noto in Lettonia, collega e amico di Regīna. Un giorno lei decise di raccoglierle e di mandargliele, accompagnate da un biglietto che diceva: «Bruciale se vuoi, lette o non lette, perché non ti impongono nessun dovere.» E poi ancora: «Avevo la sensazione di fiorire – ed era invece un bruciare. Adesso ho perso le mie foglie e il vento fa dondolare i miei rami nudi. Mi sono rassegnata al fatto che non fiorirò mai più.» Pochi giorni dopo l’incarto tornò al mittente, accompagnato da poche secche parole: «Non scriviamoci lettere, ma ciascuno scriva le sue opere letterarie.» È possibile che dell’omosessualità – un grave reato in Unione Sovietica – di Gunārs l’autrice delle lettere non sapesse nulla.
Regīna soffrì del rifiuto. E iniziò a scrivere «Il pozzo», romanzo su un amore impossibile. E con «Il pozzo» nacque una grandissima autrice, una delle voci più alte della letteratura lettone, all’altezza della migliore produzione europea del secondo Novecento. Viene spontaneo concludere che se quel fascio di lettere non fosse andato e ritornato da una riva all’altra del fiume Daugava «Il pozzo» non sarebbe mai stato scritto. Regīna abitava infatti in campagna, a una cinquantina di chilometri da Riga, in una località chiamata Brieži, a pochi passi dal bosco e non lontano dalla Daugava. Gunārs viveva sulla sponda opposta del fiume. Una barca poteva attraversarlo senza difficoltà. In quel punto, a causa della vicina diga di Ķegums, la Daugava è così ampia e placida, bordata dagli alberi, che sembra davvero un piccolo lago.
«Il pozzo» viene pubblicato nel 1972. Quello stesso anno Regīna riceve il premio statale della Repubblica socialista di Lettonia. Nel 1976 viene girato il film «Ezera sonāte» («La sonata del lago»), basato sul romanzo. Come «Il pozzo» è diventato un classico – particolarmente amato dal pubblico – della letteratura, così «La sonata del lago» è un classico – non meno amato – della cinematografia lettone.
In Lettonia Regīna Ezera è un’indiscussa maestra di stile e una figura addirittura leggendaria. La "grande dame" della prosa lettone, come la definisce la scrittrice Nora Ikstena. O la strega della prosa, come la chiama lo scrittore e critico Guntis Berelis.

Regīna Šamreto nacque il 20 dicembre 1930 a Riga, in un quartiere modesto e in una famiglia tutt’altro che agiata. La futura dama della letteratura lettone imparò in realtà questa lingua solo all’età di sei anni. In casa Šamreto si parlava infatti il cosiddetto «gergo polacco», una mescolanza di lettone, polacco e bielorusso. «Solo un quarto di me è lettone, cioè la parte del mio nonno materno. Delle altre non sono certa fino in fondo.» Un po’ di sangue bielorusso c’è sicuramente, e anche polacco. E poi chissà. Nonno Vincents Šamreto era stato ufficiale dell’esercito zarista, mandato in servizio dalla Polonia in Lettonia. Ma il suo nome e soprattutto il cognome parevano a Regīna segni di una possibile origine italiana – cognome che lei pronunciava «Sciamretto», lasciando indugiare la lingua sulla «t» che finiva per suonare doppia e degustando la caduta dell’accento sulla penultima sillaba; le parole e i nomi schiettamente lettoni sono invece sempre accentati sulla prima sillaba. «Forse perché il lettone non è la mia prima lingua ho sempre sentito il bisogno di ampliarlo», affermò con quella certa civetteria che le era propria. «Tuttora il libro che leggo e utilizzo più assiduamente è il dizionario dei sinonimi.»
Durante l’occupazione nazista della Lettonia, in piena guerra mondiale, il padre di Regīna, il carpentiere Roberts Šamreto, viene mandato a inchiodare casse in un aerodromo. Nel 1944, quando l’Armata rossa entra da oriente nel paese e i tedeschi iniziano a ritirarsi, lui sceglie di seguirli in Germania, per paura di ritorsioni da parte dei nuovi padroni sovietici. La famiglia finisce in un campo profughi vicino all’Elba e alla linea di demarcazione fra Est e Ovest. Sarebbero stati trasferiti tutti in Occidente se la madre, Lucija, non avesse voluto tornare invece in Lettonia ormai divenuta sovietica. E così «diventammo cittadini sovietici. Se fossimo rimasti là sarei ora una lettone d’occidente, e forse non saprei nemmeno parlare la lingua».
Dopo gli studi alla facoltà di giornalismo di Riga, Regīna inizia a lavorare per la rivista Bērnība (Infanzia) e riesce abbastanza presto a dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Nel 1965 acquista una casa a Brieži, in campagna, a una cinquantina di chilometri da Riga. Qui vive con il secondo marito e le figlie, e poi per molti anni ancora in compagnia solamente dei suoi cani, fino alla morte nel 2002. L’incendio che nel 1985 distrugge completamente la casa e ciò che contiene, compresi i libri e l’opera che sta scrivendo in quel momento, è l’evento più traumatico della sua vita. Nel giro di pochi mesi la casa viene ricostruita: Regīna non riesce a immaginare di poter vivere altrove. La sua esistenza e la sua scrittura non possono dispiegarsi in nessun altro luogo. La vita di Regīna a Brieži, così come lei la descrive, è fatta innanzitutto delle banali attività quotidiane: lavare i piatti, pelare le patate, accendere la stufa. E di lunghe passeggiate, anche di ore intere, nel bosco insieme al cane. È fatta di solitudine e soprattutto di scrittura – del desiderio, della necessità, dell’ossessione della scrittura. Perfino quando va a passeggio nel bosco o a raccogliere funghi (altra sua grande passione) Regīna porta con sé carta e penna, per fissare se necessario una parola, un pensiero. Per vivere nella scrittura, per inseguire un’irraggiungibile formula di vita, quel mai trovato «sentiero, più o meno certo, che conduce dalla vita al libro. Non sono mai riuscita ad afferrare la cosa essenziale che trasforma in arte il materiale della vita».

In letteratura Regīna debutta con il cognome del primo marito, Lasenbergs, ma decide presto di adottare lo pseudonimo Ezera – per non essere immediatamente riconosciuta in determinate occasioni, spiega. In lettone "ezers" significa «lago». Perché proprio Ezera? «Ho sempre desiderato abitare nelle vicinanze di un bosco, e dove c’è dell’acqua.»
La vita ritratta nel «Pozzo» è circondata dall’acqua. Sta nel suo segno, e l’acqua la avvolge, con la sua fluidità rende fluidi e sfumati i contorni, le gradazioni della luce, i rapporti fra le persone e ciò che accade dentro di loro. L’acqua separa casa Tomariņi dal mondo che sta sulla sponda opposta del lago (benché il villaggio al di là sia chiamato Upesgals, cioè «località sul fiume»), un po’ come fa «il momento che separa il giorno dalla notte», con cui si apre la narrazione – sorta di chiave musicale dell’intero romanzo. Nel testo originale il lago a volte è chiamato semplicemente "ezers"e a volte "Zalktis", cioè «Biscia». Nella mitologia e nella tradizione popolare baltica "zalktis" è un animale sacro, intermediario fra il mondo dei vivi e l’aldilà. È un simbolo importante: la biscia è benefica, sta per l’energia vitale, il suo rinnovamento e la saggezza.
La biscia ama l’acqua. E l’acqua della Biscia è quasi un liquido prodigioso che accoglie in un altro piano di realtà: «Laura si diresse lentamente verso la Biscia. Si era levata una nebbia che aveva completamente coperto la sponda opposta e l’acqua appariva torbida, di un bianco fumoso, come se vi fosse stato versato del latte. Sulla riva si spogliò, lasciò i vestiti sul pontile, camminò a lungo sul fondo sabbioso finché l’acqua non diventò profonda e vi entrò con tutto il corpo – e la nebbia avvolse anche lei. Nuotava senza vedere o sentire nulla, in un paesaggio fatato, irreale.» (p. 30)
Il lago è una creatura che vive e respira, per esempio quando il vento «verso sera cominciava lentamente a calare, ma la Biscia non riusciva ancora a placarsi – si sfregava contro le rive e respirava pesante e irrequieta, come un grande animale agitato» (p. 171).
Col suo alito umido "Zalktis", la Biscia, crea corrispondenze, echi, richiami – poi li attutisce e li nasconde. Suggerisce allusioni, presentimenti, sfuma le azioni. Nel romanzo nulla è raccontato fino al compimento. Nulla si compie davvero.

Quando ho letto per la prima volta «Il pozzo» ho provato subito il desiderio di tradurlo in italiano. Mi hanno affascinato la lingua, il ritmo, il passo, la maniera in cui il non detto parla, in tono appena sussurrato, attraverso ciò che invece viene detto. Nel lavoro di traduzione mi sono imbattuta anche in parole molto belle per le quali l’italiano non dispone di un equivalente esatto e immediato. Per esempio "vižņi", che nel dizionario lettone è definito come il ghiaccio che galleggia sulla superficie dell’acqua, che si forma a causa del gelo o della neve caduta nell’acqua e dei frammenti di ghiaccio che si staccano dalla riva. Nel romanzo però siamo in tarda estate e "vižņi" sono «scintillanti schegge di sole sull’acqua». Oppure "lāsmenis", cioè un punto dove l’acqua non è ancora completamente ghiacciata, o dove il ghiaccio si è sciolto. Lo incontriamo quando Laura sogna di trovarsi insieme al marito Ričs «su un immenso lago gelato da poco, sulla cui superficie nereggiavano i punti in l’acqua non si era ancora rappresa e si vedevano le alghe fluttuanti sotto il ghiaccio azzurro e sottile dell’autunno» (p. 133). Oppure la differenza fra "apvārsnis", cioè l’orizzonte vero e proprio, e "pamale", tratto del cielo o della terra vicino all’orizzonte. E le tante sfumature della luce nel suo lunghissimo sorgere e calare.
Ci sono poi i rumori. Nel regno di Tomariņi e della Biscia ogni movimento, sia delle creature animate che delle cose, è accompagnato da un rumore. Ezera sembra invitare a chiudere mentalmente gli occhi, durante la lettura, e a percepire i suoni raccontati sulla pagina. «La notte aveva steso la sua coperta di tenebra sotto la quale solo i suoni vivevano ancora» (p. 32). I suoni sono sempre vigili, anche quando tutto il resto è già cieco.
Parla qui la sensibilità di chi è abituato ad ascoltare il silenzio che permette ai suoni di manifestarsi – e i suoni che, infondendo vita al silenzio, salvano da questo. «Qual è il mio limite di tolleranza dei rumori?» scrive Ezera. «Ho bisogno di un metro cubo di silenzio non guasto. È poco o tanto? È nostalgia o atavismo, un lusso o una necessità? […] Il silenzio si chiude come la volta di un sotterraneo. Sono rinchiusa dietro una porta di silenzio. Sono sepolta viva in una tomba di silenzio. Sento solo il mio polso. Posso percepire solo il fruscio secco delle mie ciglia. […] Liberatemi dal silenzio che mi strangola in un cappio d’inesistenza! […] Il rumore precipita in me come una cascata. Sono viva!»
Proprio alla fine del romanzo incontro un’altra parola estremamente affascinante: Rūdolfs «beveva, parlava, addirittura scherzava, ma dentro di lui l’inquietudine e l’ansia covavano come un fuoco segreto/di torba ("zemdegas")» (p. 330). In lettone "zemdegas" è la terra ("zeme") che brucia senza fiamma, il fuoco che cova sotto la terra o la cenere, il fuoco di torba. Ma è anche – grazie a Ezera – ciò che continua ad ardere sotto il livello della coscienza, nel subconscio ("zemapziņa", dove "zem" è la preposizione «sotto»).
È proprio Regīna Ezera che con una mossa geniale ha esteso il significato della parola alla sfera dell’animo umano. "Zemdegas" è per così dire il suo neologismo. L’opera successiva, dopo «Il pozzo», è intitolata infatti così, «Zemdegas» (1977), ed è un testo che da un punto di vista formale e stilistico imbocca altre strade. «Sorge l’impressione che [nel «Pozzo»] l’autrice abbia giocato come un asso la struttura lineare del romanzo tradizionale», scrive Guntis Berelis, «ma abbia capito poi che la volta dopo il colpo non sarebbe più riuscito, che non sarebbe stato più un colpo da maestro (uno dei peccati più grandi che può commettere uno scrittore è ripetersi), e nelle opere seguenti ha utilizzato combinazioni di carte completamente diverse con altri assi.» E a proposito degli ultimi romanzi di Ezera, li definisce «spedizioni alla periferia della letteratura, verso un territorio dove il romanzo tradizionale muore e dominano forme di scrittura molto diverse: prefazioni, note, lettere, diari, riflessioni, frammenti ecc». Nella solitudine di Brieži, priva di contatti con il mondo occidentale, Regīna Ezera percorre strade prodigiosamente affini a quelle di molta narrativa europea a lei contemporanea, usa «combinazioni di carte» del tutto differenti che producono però sempre opere altissime. Dopo «Zemdegas», chiamata «fantasmagoria», inizia a lavorare al progetto di una quadrilogia intitolata «Pati ar savu vēju» («Io e il mio vento»). Riesce a realizzarne solo le prime due parti, i romanzi «Varmacība» («Violenza», 1982) e «Nodevība» («Tradimento», 1984), e frammenti della terza parte che avrebbe dovuto intitolarsi «Esamība» («Esistenza»).

Regīna Ezera è autrice di una ventina di opere. La sua attività di scrittrice si dispiega quasi interamente in epoca sovietica. Già negli anni Sessanta Ezera era entrata nel Partito comunista, partecipava alle riunioni prescritte, e a cinquantuno anni venne insignita del titolo di Scrittrice del popolo della Repubblica socialista di Lettonia. «Non siamo noi a scegliere l’epoca in cui vivere», annota nel diario. Di fatto tutto questo le era distante, non suscitava in lei alcun interesse, e non per spirito di conformismo ma perché il suo cammino personale di scrittrice puntava ad altro. «Non avrebbe mai potuto essere né una rivoluzionaria né una dissidente», scrive Nora Ikstena, «non avrebbe mai potuto essere una zelante portavoce della prosa sovietica perché il suo spirito irrequieto, il suo talento e la sua ossessione per la lingua la conducevano a indagare le profondità dell’esistenza umana, e qui la censura non poteva fare niente. L’hanno accusata di eccessivo psicologismo, ma nel complesso l’hanno lasciata in pace. Il talento si è dimostrato più forte delle risorse del potere.»
Regīna Ezera morì nel 2002, dopo aver trascorso gli ultimi anni di vita in povertà e tormentata dal bisogno dell’alcol. È sepolta a Tome, vicino al fiume Daugava che attraversa tutta la Lettonia e sfocia nel golfo di Riga – il fiume che nel «Pozzo» è diventato un lago: "Zalktis", la Biscia. Poco lontano dal cimitero, nel giardino della biblioteca di Tome, c’è un piccolo semplice monumento dedicato a lei: un cane di pietra tiene fra le zampe un libro di pietra.

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