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Approfondimento

I numeri (33) e i giorni (533)

Data | Lunedì 18 Novembre
Orario | 10:57

Intervista di Alessandra Iadicicco a Cees Nooteboom, pubblicata su LaLettura del Corriere della Sera il 10 novembre

C'è tutto Cees Nooteboom nel suo «533. Il libro dei giorni», un diario novo, come lo definisce lo stesso scrittore olandese: né nuevo , alla spagnola, né nuovo, all'italiana. Ci sono le sue passioni e i suoi autori, i ricordi di viaggio e il presente di osservatore pensoso e arguto. È uno scritto che pare rapsodico e rivela però una forma singolare. «Non è mai stata mia intenzione fare di queste annotazioni un diario», scrive. «Volevo spingermi all'interno, non più all'esterno».
Si tratta dunque di una ricerca intima, addirittura segreta. Come mai ha deciso di farne un libro?

«Il libro è nato dopo che avevo scritto molti romanzi, saggi, resoconti di viaggio, poesie... Ci ritornavo di tanto in tanto, sempre a Minorca, dove da quasi mezzo secolo ogni anno trascorro molti mesi in estate. Avevo l'abitudine di scrivere quotidianamente, e alla fine i miei appunti hanno preso la forma di un libro. Esistono anche i miei diari, certo, vi annoto ogni giorno e li trascrivo poi al computer digitando sui tasti come una segretaria, e anche quello è un lavoro, un esercizio, ma non sono pubblicati. In questo caso invece non si tratta propriamente di un diario, dagenboek in olandase, Tagebuch in tedesco. Piuttosto, come è ben scritto nell'edizione italiana, di un "libro dei giorni", Buch der Tage . Non è la stessa cosa. Somiglia a quello che nella Francia medievale si chiamava “Livre des jours“, che è diverso da journal . Non contiene il resoconto di quello che si è visto e fatto, dei posti dove si è stati e delle persone incontrate. È invece un libro meditativo e personale. La natura ha un ruolo importante. Come pure le letture, Szentkuthy e Borges, Gombrowicz e Esterházy... Resta aperta la domanda: perché pubblicare una cosa del genere? Le reazioni in Italia e in Francia mi hanno dato ragione. Pubblicando su scala internazionale, le reazioni nei diversi Paesi sono diverse. I miei traduttori sono ottimi, rileggo personalmente le versioni dei miei testi. Ma critica e pubblico hanno reazioni imprevedibili. E spesso i miei libri godono di maggiore fortuna in Italia che in Olanda».

Il numero preposto a «Il libro dei giorni» nel titolo è 533. Non è una cifra tonda. Alla fine del testo lei riporta le date entro cui il libro è stato composto: dal 1° agosto 2014 al 15 gennaio 2016. Sono esattamente 533 giorni. Il numero è casuale o rimanda a un periodo particolare della sua vita?

«Io sono nato nel 1933. È una data che ripeto continuamente da allora. Data di nascita? La risposta è sempre quel numero. C'è poi una mia raccolta di poesie, tradotta da Einaudi, «L'occhio del monaco», che contiene 33 componimenti. Sono brevi liriche composte su due isolette olandesi sperdute nel mare del Nord, mi sono arrivate tutte con la stessa struttura metrica, tre strofe di quattro versi ciascuna e alla fine, come sigillo, o conclusio , due o tre parole finali. Mi hanno "assalito" e quando, scrivendole, ho raggiunto il numero di 33 poesie, ho pensato che la silloge fosse compiuta. Un critico ha osservato: "Ma 33 sono i canti delle tre cantiche della Divina Commedia!". Io non avrei mai detto una cosa del genere, sarebbe stato sciocco, né ho intenzione di paragonarmi a Dante. Ma è proprio così! Il 1933 è anche l'anno in cui Hitler salì al potere, e anche quella è una data che, a me, figlio della guerra, ha segnato la vita. E poi 33 sono gli anni di Cristo. Sono alieno da qualsiasi mistica dei numeri e non ho nozioni di numerologia. Queste sono semplicemente allusioni, l'eco di questa cifra. Arriveranno altri a segnalarmi nuovi rimandi che non avevo notato né calcolato, e io starò al gioco delle associazioni. Ma al di là di tutte le evocazioni trovo che 33, proprio come immagine grafica, sia un numero molto bello».

Lei vive ogni estate a Minorca, i tre mesi invernali in Germania, alta Baviera, e viaggia spessissimo. Ha sempre una lingua straniera nelle orecchie e questo, scrive, in certi momenti le rende estranea la sua stessa lingua. È un bene per la letteratura?

«Facciamo un esempio: Joyce visse a lungo in Italia, ma scrisse sempre in inglese. Nabokov... no, lui scriveva meglio in inglese che nella sua madrelingua. Noi stiamo facendo questa conversazione in tedesco, e in Germania, o nella svizzera tedesca, faccio continuamente letture o presentazioni. Quando mi intervistano gli spagnoli parlo castigliano, e solo quando il discorso si fa complicato ricorro all'inglese, allora i giornalisti si stupiscono, perché parlo un inglese di gran lunga migliore del loro e mi dicono "Perché non scrive in inglese? Venderebbe il doppio dei libri!". È che amo la mia madrelingua. Scrivere in olandese è come suonare un organo, un grande strumento che abbraccia vari registri e contiene i suoni di tutta un'orchestra. Scrivere in inglese sarebbe come suonare la chitarra. Ho vissuto una buffa situazione di recente. Mi hanno assegnato la laurea ad honorem allo University College London e, io che non sono laureato, mi sono ritrovato in tocco e toga a parlare a 427 studenti di tutto il mondo. Dopo le superiori ho iniziato a viaggiare per l'Europa in autostop ed è così, soprattutto sui camion che mi raccoglievano, che ho imparato il mio francese, lo spagnolo e l'italiano».

Tra i cactus del suo giardino minorchino vivono due tartarughe: l'animale, scrive, che più somiglia allo scrittore «forse per via del guscio», emblema di solitudine. Ma lei non è mai da solo, c'è sempre Simone Sassen con lei, sua moglie, fotografa: siete una coppia di artisti e avete fatto tanti libri assieme.

«Quando ci siamo conosciuti cinquant'anni fa lei studiava Storia e lavorava in un museo di Amsterdam. Poi abbiamo iniziato a viaggiare assieme, lei ha sempre fatto le sue fotografie e molte compaiono nei miei libri, a illustrare i racconti dei viaggi sudamericani e per mare, le Tumbas e le annotazioni dal giardino di Minorca. Simone non è mai partita da sola per fare reportage né io, che sono sempre con lei; non ho mai scritto noi nei miei libri bensì ho sempre usato la prima persona singolare. Io sono da solo quando scrivo e Simone è da sola quando scatta le sue foto. Ed è meraviglioso che possiamo fare questo insieme! Tra l'altro ci sono le sue fotografie anche nel mio libro su Venezia, una città che per me ha significato tantissimo e dove torno periodicamente da sempre, si intitola «Il leone, la città e l'acqua», è già uscito in Germania e in Olanda e uscirà l'anno prossimo in Italia. Simone illustra anche il mio pellegrinaggio a Saigoku, la prossima uscita da Iperborea nel 2020, descrizione di un cammino che si snoda fra 33 - ancora quel numero fatale! - templi giapponesi».

Non saranno 33 anche i cactus della sua collezione nel giardino di Minorca?

«Non così tanti. Alcuni di loro, i più vecchi, c'erano già quando sono arrivato, più di quarant'anni fa. Poi via via ne ho piantati altri, che mi ricordano la vegetazione vista in Messico, in Colombia, in Cile... Sono resistenti, vivono a lungo, sopportano il grande caldo e i venti gelidi dell'inverno. Sono diventati miei amici, così me li immagino. Tradiscono appena un po' di malumore quando ritorno dopo un'assenza troppo lunga. Ma sanno che non potrei abbandonarli. Tra una decina di giorni, dopo il mio passaggio a Milano, tornerò a Minorca per stare con loro un paio di settimane».

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