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E i barbari alla fine sono arrivati

Data | Martedì 12 Novembre
Orario | 12:38

Intervista di Fabio Deotto a Tommy Wieringa, pubblicata su LaLettura del Corriere della Sera il 27 ottobre

«A volte basta un ricordo per convincerti a raccontare la tua storia. Nel mio caso è stata l'immagine di mio padre alle prese con i fornelli, un uomo che non aveva mai preso in mano una padella e che d'un tratto si ritrovava a dover nutrire un figlio di dieci anni».
Tommy Wieringa affonda la forchetta in una cheesecake alla frutta e mi rivolge uno sguardo buono, in attesa che gli faccia la prossima domanda. Ha voluto che ci incontrassimo nella brasserie dell'Hotel Ambassade, un posto a tratti mitologico, affacciato sulle acque pigre dell'Herengracht, in cui pernottano quasi tutti gli scrittori stranieri che transitano per Amsterdam. Se siamo seduti a questo tavolo, in una mite giornata d'autunno, è per parlare del suo nuovo romanzo, «Santa Rita», in uscita il 30 ottobre per Iperborea (traduzione di Claudia Cozzi).
È la storia di Paul Krüzen, un uomo che a cinquant'anni conduce una vita ingessata dalla routine nello stesso paesino in cui è nato, Mariënveen, una comunità di poche migliaia di anime aggrappata a un passato idealizzato e irriproducibile. La vita di Paul si esaurisce nel bar che frequenta da sempre, nel bordello dove lavora l'inconquistabile Rita, nel capanno in cui gestisce una rivendita di cimeli militari, nella casa in cui accudisce il padre malato. È il racconto di un uomo che non è mai riuscito a trovare una propria identità al di fuori del perimetro del suo villaggio, ma anche quello di un'Europa lontana dalle grandi città, dove le nazionalità si integrano senza il lubrificante di un'infrastruttura sociale urbanizzata, dove la novità si comunica sempre per strappi e avanzamenti di fronte.

Il villaggio di Mariënveen è ricalcato sul modello di Geesteren, il paese al confine con la Germania in cui Wieringa è cresciuto, e i punti di contatto tra lui e Paul sono tali da far credere che abbia voluto immaginare che vita avrebbe avuto se non se ne fosse mai andato. Qualcuno l'ha definito un ritorno all'autobiografia, ma per Wieringa la questione è più complessa. «Dopo i primi due romanzi, in cui la componente personale era preponderante, ho capito che volevo inventare storie. Ultimamente però mi sono ritrovato a ripensare al tempo trascorso con mio padre dopo che mia madre l'aveva lasciato. Il ricordo di lui che impara a preparare cinque diversi piatti a base di patate ha smosso le braci, ma mi ci è voluto tempo per incastonare i miei ricordi nella giusta storia». Wieringa del resto lavora così, isola il seme di un libro e può aspettare anche anni prima di trovare il terreno adatto in cui piantarlo. In questo caso, a sbloccare gli ingranaggi è stata la lettura di «Aspettando i barbari» di Konstantinos Kavafis, in cui una città-stato si paralizza nell'attesa dell'annunciato arrivo di una compagine di barbari. «Hanno paura degli stranieri - spiega Wieringa - ma allo stesso tempo aspettano che succeda qualcosa. Alla fine, quando un messaggero porta la notizia che i barbari non arriveranno, la popolazione cade nello sconforto. La loro paura aveva un rovescio di speranza».

A più di cent'anni da quando il poema è stato scritto, il tema della comunità stagnante che attende l'arrivo del "diverso" come una minaccia capace di rivitalizzarla è ancora attuale; ma a differenza dell'opera di Kavafis - e di altre ad essa accostabili, non ultima «Il deserto dei Tartari» di Buzzati - in «Santa Rita» i barbari sono arrivati, hanno fornito nuova linfa vitale al villaggio, ma ora se ne stanno andando, richiamati anche loro dalle grandi città e dalle opportunità che custodiscono. «Ho ripensato a Kavafis mentre assistevo alle proteste contro i richiedenti asilo nelle città della provincia olandese. Le persone protestavano quando arrivavano, ma anche quando venivano trasferiti. Ho voluto mostrare questa alternanza contraddittoria, e immaginare cosa succede quando quella sorgente di paura e speranza svanisce». La provincia raccontata in Santa Rita affronta la migrazione come un fenomeno meteorologico, qualcosa da cui ripararsi, ma solo per poi provare a inglobarlo, a calcificarlo in un'architettura di abitudini e dinamiche relazionali che garantisce un riparo dalle rivoluzioni tecnologiche e politiche. I cittadini di Mariënveen non vedono gli immigrati di buon occhio, ma si sono ormai abituati a considerare quelli che vivono lì da più tempo come nuove fibre utili a rafforzare un tessuto sociale che si va sfaldando.

Wieringa non ha scelto questa cornice in modo strumentale, semmai ha trasposto su pagina quello che ha osservato nelle zone più periferiche dei Paesi Bassi, e che trova risonanza in una tendenza globale. Gli ultimi dati dell'Onu rivelano che già oggi, nel mondo, il 55% delle persone vive in città, una percentuale che di qui ai prossimi trent'anni si prevede arriverà a toccare il 68%. «Ho sempre notato l'esistenza di una sorta di barriera invisibile tra città e provincia, superata la quale, anche a pochi chilometri di distanza, tutto cambia: il clima, il tessuto sociale, persino lo scorrere del tempo. Si ritrovano paesaggi che potrebbero risalire al XIX secolo, ma allo stesso tempo si registrano cambiamenti più bruschi di quelli riscontrabili nelle città».

Per Paul l'arrivo di migranti da est rievoca il pilota russo atterrato nei campi dietro casa sua quando era bambino: era la prima volta che qualcuno giungeva in paese da così lontano, gli abitanti lo accolsero come un eroe, il padre di Paul lo ospitò e accudì mentre le ferite guarivano, in cambio l'aviatore scappò con sua moglie.

Accoglienza e abbandono, una dinamica che gli abitanti di Mariënveen si ostinano a proiettare sulle famiglie cinesi che hanno resuscitato la vita sociale del paese e che ora stanno per andarsene. C'è una scena, a metà del romanzo, in cui tutti si ritrovano al bar per vedere in televisione un concittadino che è arrivato in finale a X Factor. Quando la presentatrice chiede al concorrente quale sia il suo desiderio più grande lui risponde «trasferirmi a ovest». Seguono imprecazioni e insulti. La diagnosi è chiara: chi resta è un fallito. «In un certo senso, l'arrivo di qualcuno dall'altro capo del mondo li rassicurava sul fatto che quel posto avesse un valore».

Mentre parla, Wieringa tiene a portata di mano un blocchetto per gli appunti e un laptop, ogni tanto si interrompe per fissare su carta un pensiero, ogni tanto per cercare su internet un dato. Decido di provocarlo e cavo di tasca l'interminabile dibattito sull'opportunità di integrare le nuove tecnologie nei romanzi ambientati nel presente: in «Santa Rita», per dire, compaiono a malapena i cellulari. Lui afferra e rilancia: «Ci vuole tempo prima che un'innovazione si integri in modo saldo nel nostro immaginario. Se ci pensi, dopo la rivoluzione industriale, ci sono voluti quasi cent'anni prima che le ciminiere e le fabbriche venissero raffigurate nei dipinti». Come i paesaggi pre-industriali, anche la provincia tratteggiata da Wieringa sembra cristallizzata nel tempo: ad accentuare questo effetto interviene lo spopolamento di intere zone, che rapidamente vengono riconquistate dalla vegetazione e dagli animali. «Chi rimane si sente lasciato indietro, tagliato fuori dalla narrazione del successo globale e questo risentimento finisce per alimentare i movimenti populisti. Basti pensare che oggi, nella Germania della ex Ddr, ci sono 12 mila persone di estrema destra che si dichiarano pronte a prendere le armi. Il fatto che in queste zone praticamente non ci sia polizia di certo non aiuta».

I cittadini di Mariënveen non sono solo la cartina tornasole di un'urbanizzazione galoppante, sono anche i rappresentanti di una generazione privata del futuro, paralizzata nel presente, persa in una rassegnata contemplazione del passato. È in questo contesto che si incardina la santa che dà il titolo al libro. La religione, del resto, è un tema ricorrente nei romanzi di Wieringa (basti pensare ai rimandi biblici presenti in «Questi sono i nomi»), e non solo perché fornisce preziose sponde allegoriche per inquadrare in modo più vivido le problematiche attuali, il rapporto dell'autore con il mondo religioso è legato in modo curioso al suo processo creativo: «Ogni volta che devo scrivere un libro, per trovare la giusta concentrazione, vado a bussare alla porta di un monastero. Per alcune settimane prendo parte alla vita dei monaci, vado a messa, ascolto i sermoni, mangio con loro».

Wieringa si prende una pausa per raccogliere i pensieri, poi inaspettatamente libera una piccola risata: «Il mio dio è la letteratura - dice - ma la concentrazione che cerco di dedicarle non è così dissimile da quella di un monaco».

Paul Krüzen porta con sé una medaglietta di Santa Rita, un regalo del suo amico d'infanzia Hedwiges. Rita da Cascia è nota per essere la santa delle cause impossibili, e dunque, transitivamente, la protettrice dei deboli e delle persone ai margini. Paul ed Hedwiges però non si rivolgono al cielo per essere salvati, ma per essere visti, per avere conferma del proprio diritto ad abitare un mondo in cui sembra imperativo darsi una direzione e perseguirla. «Non penso che qualcuno si aspetti davvero la salvezza da una santa, semmai - spiega - un po' di conforto. Alla fine non è quello che tutti cerchiamo?».

Fuori la coltre di nuvole si è schiusa quanto basta a gettare una bava di sole sugli alberi che incorniciano il canale. Prima di alzarci da tavola chiedo a Wieringa se si consideri un uomo religioso. Lui cala un berretto di cotone a coprirsi la fronte e allarga un sorriso amaro: «No», dice. «Per nulla».

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