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Approfondimento

Ma Aloïs vuole tornare a casa

Data | Martedì 29 Ottobre
Orario | 17:50

Estratto di «Santa Rita» di Tommy Wieringa pubblicato su IL - Il mensile del Sole 24 Ore

La seconda tappa del viaggio di nozze era Amsterdam. Scesero all’hotel Neutraal sul Damrak. Tende sintetiche alle finestre, la tappezzeria che cadeva a pezzi. Tutto era così decrepito che gli prese la ridarella.

Faceva caldo e c’era il sole, uscirono. Provarono a passeggiare come se avessero dei diritti sulla città, che era anche la loro capitale, ma erano intimiditi dai giovanotti con i capelli lunghi e le ragazze che fumavano per strada; dall’atmosfera di allegra provocazione che li circondava. Fu da queste cose che capirono qual era il loro posto. Erano dei provinciali, che sgranavano gli occhi davanti a tutto ciò di cui avevano letto e sentito nel loro angolino sperduto di Paese. Un Paese piccolo, eppure a giudicare dalle differenze tra centro e periferia sembrava grande come un continente.

Erano davvero ad appena quattro giorni da casa?

Più strani di tutti erano i neri che vedevano per strada. Aloïs si girava a guardarli. Là da dove venivano lui e Alice non c’erano neri, non ce n’erano mai stati. Erano esseri umani come lui, non c’era dubbio, eppure doveva fare uno sforzo per convincersene. Uno così poteva esser nato nella giungla, in un villaggio dai tetti di foglie di palma sulle sponde del Marowijne o del Corantijn. E adesso era lì, quell’uomo nero, a camminare per le strade della capitale del regno, straniero come lui, anche se con quella pelle scura lo si notava di più.

Fecero un giro per i canali a bordo di un battello della compagnia P. Kooij. Aloïs osservava i palazzi e i magazzini del XVII secolo trattenendo il fiato per l’ammirazione. Che case grandi. E più grande ancora era la gloria del Secolo d’oro. Che naviganti intrepidi, che mercanti e banchieri scaltri. Pietra su pietra, avevano edificato delle città, e ora all’ombra dei loro palazzi si aggiravano i provo e i punk o come diamine si chiamavano. Per loro la storia non esisteva, erano insieme inizio e fine, il tempo che li precedeva bisognava distruggerlo, e dopo di loro il diluvio. Aloïs Krüzen li ammirava e li temeva; sul giornale si diceva che erano un tumore da estirpare, da bruciare – la gogna per loro non bastava. Così scrivevano di loro, e Aloïs, pur nutrendo un’istintiva avversione per la modernità, sapeva che a scrivere commenti del genere erano signori spaventati, al declino del loro dominio.

Navigarono sull’IJ. Lui guardava la sua nuovissima sposa e cercava di immaginarsi una vita in quella città, tra quelle persone. Avrebbe potuto dare lezione a studenti che l’avrebbero preso in giro per il suo dialetto. Avrebbe potuto cambiare stile d’abbigliamento e adattare le sue abitudini, ma sarebbe stata solo una messinscena. E Alice? Lei sarebbe stata oggetto dell’ammirazione segreta di poeti e amante di pittori – sarebbe stata una musa, una musa con un accento dell’Est del Paese, che loro non avrebbero trovato provinciale ma esotico.

La Stazione centrale scivolò via; oltrepassarono il porto orientale, le isole e i magazzini con i loro nomi di continenti lontani. Navi mercantili che arrivavano da tutto il mondo risalivano l’IJ cariche di ricchezze. In quel minuscolo punto del globo forse non si erano sempre comportati come si deve, pensò Aloïs, ma erano stati bravi. Si erano fatti un nome che risuonava da una parte all’altra della terra. La Genesi metteva in guardia dalla superbia umana, ma l’olandese era stato sia superbo sia timorato di Dio e aveva avuto in ricompensa tutte le ricchezze del mondo.

Così fantasticava Aloïs Krüzen con lo scintillante riflesso dell’acqua negli occhi, e provava nostalgia per un’epoca che non era mai stata la sua.

La loro seconda sera ad Amsterdam, sentendosi d’umore audace, entrarono in una casa da gioco sulla Halvemaansteeg. Aloïs, tornato dal bar, trovò Alice a un tavolo della roulette. Lei, senza alzare gli occhi, gli prese di mano il bicchiere di vino bianco dolce. «Credo di aver capito come funziona», disse. La pallina girò, il disco ruotò sempre più lentamente finché la pallina non finì in un settore rosso. Un cinese dall’altra parte del tavolo aspirò bruscamente dall’angolo della bocca. Il croupier fece girare di nuovo la pallina, una vecchia signora e il cinese spinsero piccole pile di fiche sulle caselle del tappeto.

«Signora Krüzen…», la sollecitò Aloïs quando lei tornò dalla cassa. Alice puntò, il suo sguardo cercava di forzare la pallina nel suo viaggio sulle caselle rosse e nere. Perse, vinse, tornò a perdere, e poi perse ancora. «È divertente», sospirò. «Se ogni tanto però vincessimo…».

«Sfortunata al gioco, fortunata in amore», disse Aloïs, ma lei non lo ascoltava già più.

Un’ora dopo erano di nuovo fuori. L’acqua dell’Amstel aveva perduto il suo scintillio, scorreva fosca sotto i ponti. Loro tacevano. Era come se avessero buttato denaro al vento, biglietti da dieci e venticinque presi dalle buste degli invitati al matrimonio. Avevano perso al gioco centocinquanta fiorini. Non era grave, si dissero, ne avevano ancora a sufficienza, certo che però era un peccato.

«Domani sarò più fortunata», disse lei. Gli lesse in faccia lo spavento e aggiunse: «Scusa, non fa ridere».

Quando in un caffè sulla Leidseplein lui tornò dal bar con due bicchieri in mano, lei gli chiese: «Ma stai cercando di farmi ubriacare?».

«Dipende», disse lui.

«Magari mi metto a ballare sul tavolo, che ne sai».

Lui ridacchiò. «Stiamo a vedere, allora».

Lì, in quel caffè, le raccontò per la prima volta dei fiori schiacciati sulla Bunderweg, quando quella era ancora una strada di mattoni su cui sfrecciavano i trattori del piano Marshall.

«Ma anche se li avessi visti», disse Alice stupita, «come avrei fatto a sapere per chi erano?».

«L’avresti saputo».

«Che erano per Marion?».

«Oh, smettila».

Così dovevano andare le cose, pensò, così lui voleva essere e così voleva che fosse lei, e fu orgoglioso e felice quando più tardi ballò con lei in un locale in una stradina laterale intorno alla piazza, dove sembravano essersi radunati tutti i neri che avevano incrociato quel giorno.

I musicisti suonavano musica kaseko e latina, tutti bevevano ed erano allegri. Il leader del gruppo fece un cenno ad Alice e disse: «Questa canzone è dedicata a una signorina molto bella». Le rivolse un piccolo inchino. Attaccarono un brano veloce e allegro che fu accolto con grande entusiasmo. Il leader del gruppo cantò con brio: «Una bella donna non basta per essere felice, sarà davvero fedele come dice? E quando finalmente la tieni fra le braccia, ecco hai già altri pirati davanti alla faccia…».

Il pubblico applaudiva e cantava a pieni polmoni, era una canzone che conoscevano tutti. Alice sorrideva timida, Aloïs si muoveva meccanicamente al ritmo della musica. Decine di uomini guardavano sua moglie, avevano bevuto e dio solo sa cos’altro avevano fatto. Maledisse il momento in cui lui e Alice erano entrati in quel locale. A parte il pianista, il bassista e altre due coppie, lì dentro erano gli unici bianchi. Vide spuntare dall’ombra mani che si protendevano verso di lei, l’afferravano, si chiudevano intorno alla sua bocca e ai suoi seni, scomparivano sotto la sua gonna, se la portavano via, e lui, che aveva promesso di occuparsi di lei e di proteggerla, era inchiodato al pavimento. Si riscosse da quello stato di immobilità e si chinò un po’ per nascondere l’erezione, mentre Alice ballava imbarazzata e raggiante in mezzo a quella tribù di negri sovreccitati.

Aveva voglia di tornare a casa.

Quella notte, la città dietro le tende. Non era un uomo, era tutti gli uomini. Gli occhi di lei brillavano al buio come occhi di vitello. Lui piantò i pugni sul materasso e la possedette. La bocca aperta di lei, il vino nel suo fiato. Non era ancora mai stato così. La stupenda tensione del suo membro. Il corpo di lei che si tendeva come un arco.

Cinque, sei minuti: tanto durò il suo dominio.

Chissà se ci stava pensando, si chiese a colazione. Il respiro di lei nell’orecchio, quel luccichio tra le sue cosce. Avevano così poca esperienza, e il matrimonio non sembrava adatto per farsene. I loro sguardi si sfioravano. Il futuro appariva cupo, disperato.

Lui rivolse lo sguardo al piatto.

Lei lo guardava, osservava la meticolosità con cui spalmava il burro. Il coltello che raschiava lentamente sul pane tostato. Dopo un po’ gli chiese: «Riesci a farlo anche più in fretta?».

Lui scosse la testa.

«Non è che prendi anche la frutta, eh?», disse lei scherzosa.

A quel punto lui lo disse: «Voglio tornare a casa».

Lo guardò: diceva sul serio?

Lui scrollò la testa. «Sono sempre stato così. Non riesco a stare a lungo lontano da casa».

«Ma che succede, Aloïs», disse lei, «non avrai mica nostalgia!».

Il lungo tragitto del coltello fino alla burriera e ritorno.

«Anche ad Amsterdam?», chiese.

«Conto i giorni».

«Quanti ne mancano?».

«Tre», disse lui, senza doverci pensare.

Il silenzio durò a lungo. Poi lei disse: «Però è la nostra luna di miele».

«È vero».

«Una volta», disse lei. «Una sola volta nella vita».

Lui annuì. Con il coltello, invece di tagliare il pane lo spezzò.

Si accorse che lei cercava di reprimere lo scherno nella voce quando disse: «Avremmo fatto meglio ad andare, non so, a Bad Bentheim, per esempio».

Lui annuì di nuovo. «Sì, è più vicino a casa, sì».

Tacquero.

«Così stanno le cose», riprese lui poco dopo.

«Non potevi dirlo prima? Non so, avremmo…».

«Non lo sapevo», disse lui, «non così». Tirò un respiro profondo. «Voglio proprio tornare a casa».

Lei annuì. «Certo che torniamo a casa. Solo che mi avrebbe fatto piacere saperlo prima».

Photo credit: Alec Cani

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