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«The Passenger» racconta Berlino. Intervista a Marco Agosta

Data | Martedì 22 Ottobre
Orario | 16:22

Intervista realizzata da Giovanna Taverni per «L'indiependente»

Dopo averci raccontato i paesi e portato in giro per il mondo dall’Islanda al Giappone, «The Passenger» è uscito con il primo volume dedicato a una città, Berlino. Nel trentennale della caduta del Muro il libro-magazine per esploratori edito da Iperborea omaggia la capitale tedesca: raccolte di inchieste, reportage letterari e saggi narrativi che ci dirottano dall’est all’ovest di una Berlino ancora divisa tra Clubkultur e vecchi fantasmi. Per l’occasione Marco Agosta, caporedattore di «The Passenger», ci ha raccontato qualcosa in più sul nuovo volume dedicato a una città che conosce bene. Come sempre, pronti a partire con «The Passenger» in borsa.

L’ultimo numero di «The Passenger» è dedicato a Berlino e racconta una città che conosci bene, in cui hai vissuto. Da caporedattore del progetto si tratta di un numero un po’ speciale per te?

Senza dubbio, Berlino è la mia seconda casa, e il tedesco la mia seconda lingua – per queste due ragioni è sicuramente un numero speciale. Poi è stato un numero speciale un po’ per tutti, anche perché è il primo numero dedicato a una città, quindi ci siamo misurati con questa novità anche all’interno del progetto «The Passenger.»

Perché Berlino come prima città? È una capitale che rappresenta un po’ un mondo a parte rispetto all’intera Germania?

Questa è una ragione. Però la ragione principale è l’anniversario dei trent’anni dalla caduta del Muro, un’occasione che offre una riflessione. L’idea è comunque quella di fare uscire nei prossimi anni un numero all’anno dedicato a una città.

In questo numero troviamo anche un bellissimo racconto dello scrittore olandese Cees Nooteboom sull’effetto che gli aveva fatto tornare in una città riunificata nella primavera del ’91. A distanza di 30 anni invece credi che sopravvivano ancora tracce di Est e Ovest a Berlino?

Diciamo che se vuoi vedere il vero Est, devi andare un po’ più a est di Berlino. Berlino è stato il luogo dove la riunificazione è stata più veloce: ne parliamo nel pezzo sulla musica e sulla nascita della techno, di questo movimento di inizio anni Novanta in cui la gioventù dell’Est e dell’Ovest balla negli stessi locali. Mentre quando parliamo degli aspetti un po’ più problematici della riunificazione, lo facciamo in un articolo che in realtà si svolge in provincia e non a Berlino città. C’è però un articolo di calcio che racconta le due squadre principali di Berlino Est, e di come queste due squadre incarnino un’identità dell’est. In un certo senso sfruttano quest’identità e tentano di uscirne – però vengono ancora viste come due squadre dell’est. È un aspetto interessante, che mostra anche il Muro nelle teste di cui parlava Nooteboom. Un muro che non è più percettibile, ma che c’è quando lavori con delle persone che sono cresciute nella Germania Est con certi valori e in una certa società: che nel bene e nel male si vede. Mentre un turista o una persona che passa qualche mese a Berlino avrà difficoltà a riconoscere certe sfumature.

È molto affascinante anche il ritratto di Ellen Allien, anche perché ci fa rivivere quel momento quasi magico di Berlino in cui la musica techno è stata grande protagonista. Ancora oggi quando pensiamo a un certo immaginario berlinese pensiamo ai suoi club, ai suoi spazi di creazione e contaminazione, all’elettronica, a una scena underground in generale. Pensi questa vocazione di città estremamente aperta sia nata parzialmente in risposta agli anni vissuti quasi da separati in casa tra i berlinesi in città? E che ruolo ha giocato la musica?

Senza dubbio una parte dell’entusiasmo e dell’estasi che si sono create all’interno di questo mondo – tra questi pionieri che hanno cominciato a lanciare un certo tipo di musica, a suonarla, a organizzare feste nei primi anni Novanta − ha a che fare con la caduta del Muro, ha a che fare con il passaggio dalla fine di un regime in cui i momenti di svago, l’intrattenimento, la cultura, la musica, tutto era gestito dallo stato, e quindi tutto era molto ingessato. Era una situazione in cui ogni festa doveva essere avallata dal partito, e in cui solo a fatica verso la fine degli anni Ottanta si riescono anche a organizzare cose interessanti come concerti di Bruce Springsteen, Joe Cocker, e sempre più artisti internazionali cominciano a suonare anche nella DDR – ma a parte questi grandi nomi resta comunque tutto ingessato.

E improvvisamente si passa da questa situazione qui alla libertà assoluta: ognuno poteva aprire una stazione radio, o un locale, suonare, fare esperienze con le droghe – tutte cose che nella Germania Est non c’erano, o se c’erano erano per un’élite. Quindi il successo di questa musica ha a che fare con quel clima particolare, e soprattutto il 1990 è un anno che ancora viene ricordato molto perché è l’anno del cambiamento: un interregno tra la fine della Germania Est e la riunificazione. E in particolare in quell’anno lì vige – soprattutto a Berlino Est – una sorta di anarchia: ognuno può fare quello che vuole, la polizia di uno stato che ha i giorni contati sostanzialmente non ha più alcuna legittimità. Vengono organizzate feste addirittura nei bunker dell’esercito della Germania Est, mentre fino a qualche mese prima chi organizzava feste doveva falsificare dei documenti e poteva arrivare qualche poliziotto per verificare che tipo di festa fosse. Quindi il successo di questa musica è inscindibile da questo momento storico.

Berlino è una città sempre in movimento, in perenne ricostruzione – ogni volta che ci metti piede trovi che qualcosa è cambiato. Il numero di «The Passenger» coglie questo movimento, lo fa ripescando nel passato della città, con il racconto di spazi e cantieri, portandoci a zonzo tra Postdamer Platz, Prenzlauer Berg, il senso delle Kneipen e i parchi. È stato difficile mettere insieme un volume che riuscisse a raccontare questo continuo movimento berlinese, e la sua storia che è una storia di cambiamenti?

Sicuramente è stato uno stimolo, dovevamo scegliere tra vari aspetti. Rispetto ai numeri legati ai paesi in questo volume ci sono più storie che partono da un luogo. Ecco, questa è una differenza che si può notare. C’è anche un articolo che è una riflessione sull’architettura della città – e anche questo aspetto lo abbiamo trattato raramente nei numeri dedicati ai paesi. E poi abbiamo due articoli che affrontano il tema della gentrificazione. Oggi a maggior ragione quando parli di città europee – ma non solo – non puoi non affrontare questo tema. Negli altri numeri quando si trattava di parlare di un paese intero, non abbiamo mai affrontato direttamente la questione gentrificazione, mentre per la città questo è un aspetto più significativo. A maggior ragione a Berlino, perché Berlino è minacciata più pesantamente rispetto ad altri paesi, e rispetto ad altre città. La sua bellezza non è tanto monumentale, non è estetica – è più legata a uno stile di vita, alla vita notturna, ai locali, a un’atmosfera. E quando questa atmosfera è guastata dalla gentrificazione la città è minacciata, la ragione per cui i turisti vengono rischia di non esserci più. Soprattutto perché si tratta di un turismo anche molto giovane, soprattutto negli ultimi venti o trent’anni, giovani che vengono a Berlino per assaporare quest’atmosfera che ora sta scomparendo.

In questi giorni insieme a Vincenzo Latronico – che ha firmato un bel pezzo sull’aeroporto di Tempelhof nell’ultimo numero – sarete a Matera per I Boreali, il festival sulla cultura nordeuropea ideato da Iperborea. Poi andrete a Genova al Book Pride per un incontro su Berlino, i berlinesi e i 30 anni senza Muro. Cosa ci racconterete in questi due incontri?

Con Vincenzo credo che partiremo proprio dal suo pezzo come spunto di riflessione, che è molto bello e racconta l’ex aeroporto di Tempelhof chiuso nel 2008 e che è stato trasformato nel parco più grande della città. Un parco che, come scrive lui, è uno spazio quasi illogico, senza senso, perché è gigante, non è un vero parco perché non ci sono alberi, anche perché fino a qualche anno fa gli aerei atterravano lì. Secondo lui è un parco che incarna l’attrattiva di questa città: cioè il vuoto, gli spazi vuoti e le possibilità che questo vuoto offre. Che poi è un tema che ritroviamo anche nell’articolo sulla musica. In realtà dal dopoguerra a oggi Berlino è caratterizzata da spazi vuoti lasciati dalle bombe, poi spazi vuoti lasciati dal Muro – quando è stato smantellato il muro ovunque c’era la striscia della morte, quindi un cuscinetto di spazi tra est e ovest vuoto. Quindi è pieno di spazi non edificati in pieno centro. E in questi eventi partiremo proprio da questa riflessione.

Tornando a «The Passenger» è un oggetto davvero particolare e innovativo nel panorama dei progetti editoriali. Una rivista, un libro, una raccolta di reportage o taccuini alla Kapuściński, una guida ai luoghi del mondo – con una cura del dettaglio anche visivo. Com’è nata l’idea?

L’idea è nata da un nostro bisogno di viaggiatori. Nel senso che viaggiando ci eravamo accorti che mancava uno strumento del genere, quando dovevamo preparare i nostri viaggi andavamo in libreria e trovavamo le solite guide, Lonely Planet eccetera, oppure guide letterarie o anche i libri di Kapuscinski e tanti altri, ma mancava questa guida al presente. La riflessione è partita quindi da un bisogno personale. Poi abbiamo cominciato a vedere se effettivamente qualcuno all’estero avesse fatto qualcosa del genere, e abbiamo trovato qualcosa che si avvicinava ma nemmeno all’estero c’era proprio esattamente quello che avevamo in mente noi, e a quel punto abbiamo proprio visto una lacuna sul mercato e ci siamo buttati.

E ora vi tradurranno anche in inglese.

Sì, dall’anno prossimo insieme a Europa Editions saremo tradotti in inglese e presenti sul mercato in lingua inglese. Partiamo a maggio dell’anno prossimo traducendo i volumi sulla Grecia e sul Giappone, che sono andati benissimo in Italia e speriamo vadano bene anche all’estero.

Su «The Passenger» c’è anche una bella playlist che racconta Berlino. Qual è la canzone che secondo te coglie meglio la città e consiglieresti ai lettori de L’indiependente?

Scelgo «Stadtkind» di Ellen Allien. Perché è iconica, e anche un po’ nostalgica, è una hit del 2001. La abbiamo messa anche sulla quarta di copertina: è così importante che di solito lì mettiamo un estratto del libro, mentre invece stavolta abbiamo messo una citazione dal testo della canzone.

Foto di Torben Conrad

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