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Approfondimento

Sono andata nel bosco e ho ritrovato la luce

Data | Giovedì 19 Settembre
Orario | 11:51

Alessandra Iadicicco intervista Long Litt Woon per «La Lettura»

Ci incontriamo sul presto al LykkeCafé di Grünerløkka, il quartiere alternativo di Oslo colorato da localini, gallerie d'arte, negozi di vestiti usati e una folla di studenti. Long Litt Woon sceglie la prima parte della mattina per il nostro appuntamento, è appena tornata dalla Malaysia e approfitta del jet lag per giocare d'anticipo sulla stanchezza che la assalirà entro sera.
È fresca, accogliente, sorridente, elogia il sapore del pane casereccio che va a ruba ed è subito esaurito nella sua caffetteria-panetteria di fiducia e, dopo una veloce colazione, ci conduce nel suo piccolo cottage, proprio dietro l'angolo, negli orti comunali di Oslo, dove per prima cosa si fionda in cucina e taglia metà della pagnotta appena acquistata per regalarcela. Riesce subito seduttiva ed energica, sensuale e generosa questa signora orientale ormai da molti anni di casa nel grande Nord. Si muove con eleganza e sicurezza, senso pratico e spirito di iniziativa: è un po' anche il carattere della sua scrittura, lo stile della sua opera prima, La via del bosco in cui, a cuore aperto, con slancio e genuina sincerità, ha intrecciato (recita il sottotitolo) «Una storia di lutto, funghi e rinascita».
Qualcosa ci dice che sarà lei a condurre la conversazione. Infatti, dopo un rapido giro nel suo giardino, che in sua assenza si è trasformato in un'abbondante selva fiorita, Long Litt Woon inizia a raccontare.

«La via del bosco» porta «verso un altro sole», dicono i versi toccanti che ha messo in epigrafe alla sua - come definirla - «confessione»?

«All'inizio la mia intenzione non era quella. L'idea era di scrivere un libro sui funghi, di raccontare il mio nuovo hobby, la formazione e l'esperienza che mi hanno fatto diventare un'esperta di micologia e poi un'ispettrice. Era stata un'avventura appassionante, mi ci ero dedicata con tutte le energie dopo l'improvvisa scomparsa di mio marito. In corso d'opera però mi sono resa conto che era proprio la sua morte la ragione per cui scrivevo e per cui avevo scelto di mettermi a studiare e a cercare i funghi. Così si è sviluppato un lavoro diverso. Era di lui che stavo scrivendo, senza volerlo. Di Eiolf e della mia perdita. Di come piano piano, rovistando nel bosco, mettendo un piede davanti all'altro nel buio tunnel del lutto, ho trovato una via verso la luce. Quei versi in exergo esprimono questo, li ha composti un poeta norvegese, Kolbein Falkeid, immaginando, dopo la morte del figlio, di procedere nelle tenebre su una barca a remi "verso un altro sole".»

È stata una ricerca solitaria: il passaggio al bosco e l'introspezione attraverso la scrittura? Nel suo libro però parla di una vivace società di fanatici!

«È straordinario quanto democratica sia la società dei fungaioli. Al mio corso ho conosciuto gente di ogni età, cultura ed estrazione. Cadevano le differenze, nettissime qui in città, tra la gente di Oslo est e di Oslo ovest. A nessuno dei miei compagni di studio e di scampagnate importava che lavoro facessero gli altri, dove abitassero, a che ceto appartenessero. C'era un solo argomento di conversazione e una sola passione comune: i funghi. È stato facile stringere nuove amicizie anche se, va detto, una virtù singolare accomuna i cercatori di funghi: la reticenza riguardo ai posticini più fruttuosi. Fanno di tutto per tenerli segreti, ne sono gelosissimi! Quanto alla scrittura, sì, c'è stata l'intima esplorazione, ma anche la composizione di questo diario aveva dei risvolti molto pratici: sui funghi volevo fornire delle informazioni.»

Il bosco, la selva, il selvatico e il non coltivabile qui a Oslo sono dentro la città...

«È così, c'era tutto un mondo da scoprire, stava davanti alla punta delle mie scarpe e non me n'ero mai accorta prima attraversando il parco a piedi per andare al mio precedente lavoro di funzionaria pubblica. A dire il vero qui a Oslo ci sono foreste sterminate al capolinea di ogni tram, non serve prendere l'auto per andare a cercare funghi. Ma, a conoscerle, queste bizzarre creature che rifiutano di farsi addomesticare e coltivare, spuntano anche dentro i parchi cittadini e i giardini privati. Del resto, come racconto, ne ho raccolti anche a Central Park a New York. Guardi come giro attrezzata ovunque vada: ho sempre nella borsetta gli attrezzi del mestiere: una lente di ingrandimento, un sacchetto di carta, un coltellino.»

Lei arrivò qui da studentessa...

«E per amore di Eiolf, mio marito, ho deciso di lasciare il mio Paese e di trasferirmi in Norvegia.»

Non aveva certo la conoscenza del bosco che hanno i norvegesi.

«Ah no, in Malaysia il bosco non è certo un posto dove fare gite domenicali. La foresta pluviale è inaccessibile, a meno di non munirsi di un machete e di antizanzare. I funghi poi, per la mia famiglia, erano cibo per i poveri da mangiare durante la guerra, non certo una prelibatezza per buongustai. Devo dire però che proprio qui ho scoperto la gioia che può dare camminare tra gli alberi.»

È la gioia che l'ha riportata alla vita? Nel libro la descrive come il piacere dello sportivo allenato durante una prova difficile, o come la beatitudine del monaco zen.

«Dapprima è una gioia infantile, l'eccitazione di scovare un tesoro nascosto. Poi ti accorgi che è come la meditazione zen: non c'è nient'altro, è questo il momento, sei semplicemente lì, nel qui e ora. Infine provi gioia anche se non trovi il fungo e il concetto di gioia si estende fino ad abbracciare tutta l'esistenza.»

Una bella sfida è stato descrivere l'odore, il sapore, il colore delle diverse specie: richiedeva un gusto imparentato con la letteratura?

«Distinguere gli odori ha una necessità pratica: occorre riconoscere il fungo commestibile e quello velenoso. D'altra parte, sì, cercare funghi è un'attività sensuale, coinvolge tutti i sensi. Devi avere la sensibilità di percepire il profumo, l'aroma, la trama, la consistenza della polpa al tatto. E allora inizi a godere di sapori delicati e inusuali: dei funghi che sanno di farina bagnata, di mandorla amara, di pane appena sfornato...»

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