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Approfondimento

Gli abissi primordiali dell'umanità

Data | Lunedì 09 Settembre
Orario | 13:08

Intervista di Ingrid Basso pubblicata su «Il Manifesto» del 4 settembre 2019

Dove lo stretto di Karmsund si assottiglia fino a diventare l’angusto canale di Salhusstrømmen, nella contea di Rogaland, a sud-ovest dell’antica Norðrvegr o «via per il nord» – Norvegia – sembra di vedere adagiato, ormai inerte, il gigantesco e malvagio serpente del Miðgarðr di cui parla l’Edda poetica, ucciso finalmente dal dio Thor dopo il Ragnarök, la lotta finale tra luce e tenebre che ha posto fine al mondo norreno. Una lunga scia argentea che si snoda tra morbide alture verdi in un’aria salmastra tagliata dalla luce bianca dell’inizio dell’estate.
Poco distante, c’è l’antico insediamento di Avaldsnæs, «ove un tempo gli uomini non aprivano la porta di casa se non impugnando un’ascia», il più importante centro di potere del mondo scandinavo nel IX secolo d.C., residenza di sovrani come Harald I Hårfagre (Aroldo I Bellachioma), ora sito archeologico e museo. È qui che incontriamo lo scrittore islandese Bergsveinn Birgisson – già noto in Italia grazie al romanzo Risposta a una lettera di Helga (Bompiani) – del quale esce in questi giorni Il vichingo nero (Iperborea, traduzione di Silvia Cosimini, pp. 448, euro 19), monumentale storia di Geirmundur Heljarskinn, vichingo vissuto trenta generazioni fa, variamente definito da diverse fonti «re del mare», «il più nobile dei colonizzatori islandesi» e, addirittura, «il più famoso dei vichinghi in Occidente».
I frammenti che si trovano su di lui nelle diverse saghe lo collegano a ben quattro paesi: il Rogaland in Norvegia, dove era nato e cresciuto alla corte reale; il Bjarmaland o la regione siberiana di Permia – luogo di nascita della madre; l’Irlanda, dove si era insediato nei pressi di Dublino; infine l’Islanda, dove sembra essere stato uno dei primi colonizzatori. Eppure non esiste una saga che porti il suo nome, o almeno non ci è stata tramandata. «Geirmundur è un’ombra, una voce nel buio tra la preistoria e la storia, e in quel buio si celano molte domande a cui nessuno ha mai dato risposta». Bergsveinn Birgisson ha deciso di gettarsi nel Ginnungagap (abisso primordiale) della storia, ripercorrendo ogni traccia del suo progenitore nel tentativo di ricostruire non un asettico scheletro mettendo insieme frammenti di ossa à la Cuvier, bensì un uomo vero, vivo, fatto di carne e di sangue, la cui «ruvida lingua norrena» ricorda «i colpi d’ascia sulla legna da ardere».
Sebbene i documenti storici non rivelino nulla sulla personalità di Geirmundur, sul perché fosse definito «Heljarskinn» («di pelle nera», da «Hel», femminile personificazione della morte, «nera come i corpi dei trapassati su cui regna»), e «brutto come uno schiavo», pur appartenendo a una stirpe di re, Birgisson non si rassegna: supplisce con fondata immaginazione alle domande su di lui, «se quando sorrideva gli si scoprivano i denti consunti, se era spietato oppure equanime con i sottoposti o se riusciva a vedere il lato comico dell’esistenza». Se dunque «nel sepolcro abitato dallo storico c’è solo il vuoto», come scriveva il filosofo Michel De Certeau, Il Vichingo nero ha voluto «rendere un’ombra sufficientemente viva perché qualcuno desiderasse leggerne la storia».

Prima di cominciare a scrivere lei aveva già in mente come poter trasformare i dati storici in «materia viva»? O l’ha scoperto in corso d’opera?

Devo ammettere che è stata una cosa che ho imparato scrivendo. Avevo già scritto dei romanzi in passato, così come avevo pubblicato lavori accademici, la tesi di dottorato (in filologia norrena ndr), per esempio, che ho discusso nel 2008. Le scienze sociali le chiamiamo «umane», eppure scrivendo per l’accademia, io sentivo fortemente repressa la mia umanità. Che cosa vuol dire essere un uomo? Il metodo che noi utilizziamo per produrre letteratura scientifica nell’ambito delle cosiddette humanities è mutuato dalle scienze naturali, non abbiamo fatto altro che adattarlo, perciò non copre tutti gli aspetti dell’umano.
È come se cercassimo assurdamente di far stare un cerchio all’interno di un quadrato. È proprio per un’esigenza di metodo che ho lasciato l’accademia per gettarmi nell’oceano della letteratura, e non sapevo se sarei stato in grado di farcela. Volevo essere un romanziere, ma senza rinunciare alle capacità acquisite nel corso dei miei studi. È stata una specie di ribellione: oltre alla ragione, noi esseri umani abbiamo anche i sentimenti, non è possibile neppure pensare in modo razionale senza fare uso dei sentimenti, l’ha dimostrato la scienza stessa. È impossibile percepire qualcosa in modo «oggettivo», così come riferirlo. Il dualismo cartesiano è solo un’illusione. Del personaggio di Geirmundur a me interessava sapere qualcosa di più come uomo, non scoprire soltanto ciò che avesse fatto o i luoghi in cui fosse stato: volevo conoscere la sua persona, cosa avesse provato.

Nella prima parte del suo libro lei spiega che gli antichi compilatori di saghe nascondevano scrupolosamente ogni personale contributo alla narrazione, e inoltre che la letteratura psicologica moderna sarebbe stata considerata da un vichingo alla stregua della pornografia…

Al contrario di quegli antichi compilatori, io mi impegno affinché il lettore sia consapevole del mio apporto: per conoscere Geirmundur ho dovuto ricorrere alla mia di umanità. Se dovessimo raccontare soltanto dei fatti ci basterebbero i computer: sono molto più precisi e più veloci di noi! Nella mia narrazione, c’è un contributo che va oltre i meri dati storici, ma non voglio che il mio libro venga annoverato tra l’infinita quantità di romanzi fantasy che esistono sul periodo vichingo, lasciando in ombra la fondata ricerca che c’è dietro. Laddove non ho certezze supplisco con quella che definirei röksaga, una «fantasia basata sulla conoscenza». Quando si scava molto indietro nel passato non si può fare a meno di servirsi di qualcuno che interpreti la storia e faccia luce su aspetti ancora oscuri. Se i vichinghi poi non parlavano dei loro sentimenti era perché questo li avrebbe esposti, messi in pericolo. Però per far defluire i sentimenti avevano la poesia, con una funzione catartica. Alla morte dei due figli, il re dichiara alla moglie di volersi ammazzare, lei gli risponde che lo seguirà, ma prima gli chiede di mettere quel dolore in versi, e così magicamente quel dolore si attenua.

Lei scrive che il legame dei nordici con le proprie radici e cultura, in realtà, è molto superficiale…

A scuola si studia la storia greca, romana, mentre il pensiero norreno è completamente assente. Perché? Abbiamo la nostra storia, la nostra cultura, che non sono da considerarsi primitive. Conoscerle potrebbe darci molto. È stato nel leggere i poemi norreni durante gli anni di dottorato che mi sono reso conto che dovevo cancellare il mio modo «greco» di vedere le cose per cercare di entrare nella mentalità degli scaldi (poeti di corte nell’epoca vichinga, ndr). Il loro era un modo di vedere che non mi era familiare e questo mi infastidiva. Dovevo disimparare me stesso: com’era possibile che i miei stessi progenitori mi risultassero estranei e bizzarri?

Quali sono le peculiarità di questo modo «bizzarro» di vedere e capire il mondo?

L’immagine del mondo dei vichinghi è, per così dire, «fatta in casa»: il microcosmo della fattoria si espande in macrocosmo, i miti e la poesia rispecchiano la vita quotidiana. Le navi diventano i «cavalli del mare», il cielo è una «ciotola rovesciata»: parafrasi poetiche di cose e fenomeni, o kenningar. Immagini per noi «assurde», che bisogna cercare visualizzare. Questo è anche un modo di vedere le cose che serviva per ricordare, la cultura vichinga non è scritta, è una cultura in cui vi sono immagini sensazionali che hanno una valenza estetica particolare. Mentre l’arte, secondo la cultura greco-romana è imitazione della natura, mìmesis, in quella vichinga gli scaldi deformano la natura in modo surreale.
Una buona metafora, secondo gli scaldi, si costruiva accostando fenomeni che non avevano nulla a che fare tra loro se non qualche dettaglio insignificante, oppure erano talmente diversi che risultava assurdo paragonarli. Il piacere estetico consisteva nel fatto di ripensare a quell’immagine – magari nel buio invernale – e interpretarne il significato in seguito. Sono dovuti passare altri mille anni prima che gli europei si riappropriassero di un simile modo di pensare, con il Surrealismo. Un ritorno al pensiero «nella sua condizione naturale», prima che l’estetica greco-romana diventasse misura di ogni creazione artistica.

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