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Approfondimento

Un’Islanda di orgoglio e disillusione

Data | Mercoledì 03 Luglio
Orario | 10:03

La recensione di Marta Morazzoni pubblicata su Domenica-Il Sole 24 Ore il 30 giugno

Quando nel 1955 gli accademici di Stoccolma decisero di assegnare il Nobel a Halldór Laxness, fecero una scelta felice: lo scrittore poco più che cinquantenne veniva da una terra a margine del mondo, piccola, aspra e feconda di storie di cui, ancora bambino, si era nutrito, come pare succedere a molti spiriti sensibili in questa regione di ghiacci. Ma lui, Halldór Guöjonsson (questo il suo vero nome), le aveva ascoltate con un orecchio particolare, tanto ricettivo quanto ironico, tanto appassionato quanto critico. Ne sarebbe sortita una vena narrativa tra le più profonde della letteratura di ogni tempo e luogo, affidata a una mente curiosa del mondo e nutrita della tradizione islandese, una mente capace di immedesimazione e di ironia. Per Laxness è cominciato così, dipanato in tante opere, il racconto della sua isola, da cui è stato a lungo lontano quasi per vederla meglio, un racconto che coinvolge il lettore nella storia di un popolo di poche anime con dietro e dentro di sé il grande patrimonio poetico e letterario, che è stato la sua forza. Mi sembra che nasca da lì, dal legame con le rime e le saghe, dalla continuità nel tempo di quella stessa lingua, il fascino dei personaggi di Laxness, raccontati nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti, tipi umani guardati da molto vicino e affidati alla sensibilità del lettore, senza una parola di commento che istradi, perché bastano loro, nell’agire, nel parlare, a dare la misura di caratteri che non conoscono idealizzazione. È questo il taglio stilistico che ritroviamo nel romanzo tradotto da Alessandro Storti per Iperborea, «La campana d’Islanda», scritto nel 1943, una lunga vicenda che intreccia la vita di tre protagonisti e si dipana per 600 pagine a inquadrare un momento difficile dell’isola, allora sotto la dominazione danese, tra carestie e epidemie (la più tremenda quella di vaiolo agli inizi del 1700), una miseria affrontata a piè fermo, in uno strano connubio di orgoglio e frustrazione: «un grasso servitore non è un grand’uomo. Uno schiavo bastonato è un grand’uomo, perché nel suo petto alberga la libertà». Lo dice nel romanzo Arnas Arnaeus, uno dei tre protagonisti, studioso e cultore di testi islandesi antichi, e nell’attribuirgli questa frase Laxness mette a fuoco la condizione del popolo d’Islanda a quel tempo angariato dai Danesi, ora, nel 1943, oggetto delle mire di nuovi, non meno subdoli invasori. Nell’ambientazione settecentesca lo scrittore trova la misura per comporre un romanzo documento del passato e insieme metafora del presente; l’Islanda è una piccola terra oggetto di tante interessate attenzioni, nei secoli addietro come nella stagione dell’autore, che non a caso nel 1947 avrebbe scritto «La base atomica», un’originale, ironica lettura del tempo in cui gli Stati Uniti aprirono una trattativa per comperare un pezzo dell’isola in cui istallarsi e costituire un fronte antisovietico all’epoca della guerra fredda. La storia come una marea che torna a battere sulle coste dell’Islanda, il cui passato è un libro da approfondire per cogliere il presente e le sue contraddizioni. Tre sono i protagonisti della «Campana d’Islanda», un contadino condannato a morte che scampa fortunosamente dalla forca, una affascinante nobildonna, un intellettuale, questo mutuato dalla figura di Arni Magnusson che raccolse nella sua biblioteca a Copenaghen quanti più possibile documenti della letteratura antica della sua terra d’origine: attorno alle loro vicende si sviluppa l’intreccio che oscilla tra peripezie picaresche e sottili argomentazioni, tra invenzione pura e quadro storico osservato nei dettagli, fino a farne il quarto protagonista del romanzo: il disegno di un’isola difficile e vessata ci si squaderna davanti, senza alcun intento pietistico, nel segno di una interpretazione lucida del bene e del male di una terra a cui Arnas dedica un momento di elegia: non c’è spettacolo più formidabile dell’Islanda che sorge dal mare. Solo davanti a quella vista si viene a capo del mistero di come sia possibile che i libri più insigni di tutta la cristianità siano stati scritti lassù. Eppure l’Islanda è una terra sconfitta e gli Islandesi! La loro sola funzione è quella di mandare a memoria la propria storia in attesa di tempi migliori, dirà poco dopo, reiterando così il gioco di orgoglio e disillusione. Orgoglio e disillusione raccontati da Laxness con abilità e passione, un connubio non scontato tra uno straordinario mestiere e la partecipazione emozionale al racconto: luoghi e volti sono cesellati con puntale nitore, che appartengano ai grandi o agli ultimi della terra, ambienti e personaggi di cui cantare la bellezza o la miseria con la stessa rigorosa lucidità, tanto più che non ci sono eroi e non ci sono figure del tutto limpide nel percorso della storia; nelle pieghe dei fatti, nello scorrere del tempo si insinuano ombre e ambiguità a intaccare ora l’altezzosità della bella Snaefriđur, Sole d’Islanda, ora la spavalderia del contadino Jón Hreggviđsson, o la sapienza di Arnas. Ne viene di conseguenza che la chiave di volta stia nella varietà dei linguaggi, a cominciare dai registri grossolani dell’arroganza del potere, nelle pagine iniziali, quando l’emissario del re viene a requisire la campana che sta sulla facciata della corte di Giustizia di Ƥingvellir, fino alla sottile struttura di dialoghi raffinati e infidi, di grande sapienza dialettica, che costruiscono un insieme orchestrale, una polifonia di cui riconoscere le voci nelle diverse tonalità, che sia il contadino Jon, che recita beffardamente ai suoi aguzzini le Rìmur di Pontus anteriori, o il colto Arnas che si intrattiene con la nobiltà di Danimarca, o gli argomenti della sagace Snaefriđur nella schermaglia con Sigurđur Sveinsson. Giostrando tra gli incastri di una trama complessa, che mette a fuoco l’epopea di un paese, la sua mitologia consacrata dalle saghe, che ne sono il tessuto connettivo, Laxness racconta una storia in cui l’epos è frenato con sapienza vorrei dire manniana dall’ironia: niente è assoluto, niente è in piena luce, nemmeno l’affascinante Sneafridur, Sole d’Islanda.

Di Marta Morazzoni
Foto di André Filipe

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