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Approfondimento

La piccola Lisbona in mezzo all’Artico

Data | Mercoledì 26 Giugno
Orario | 15:59

Un estratto da The Passenger – Norvegia anticipato su ilpost il 20 giugno

La Norvegia è la protagonista del nuovo numero di The Passenger, il libro-magazine della casa editrice Iperborea dedicato ai viaggi, uscito il 19 giugno in libreria. Ogni numero di The Passenger è incentrato su un singolo paese, con saggi narrativi, racconti, inchieste, infografiche, consigli di letture e servizi fotografici. Questo sulla Norvegia cerca di dare un’immagine sfaccettata del paese a partire dalle sue contraddizioni, come nel saggio di apertura dello scrittore Morten Strøksnes: è un modello di buon governo, con parità di genere e attenzione all’ambiente, che si regge completamente sulla scoperta del petrolio e sugli investimenti in fondi spesso contrari agli ideali etici dei suoi cittadini. La faccia oscura della Norvegia è mostrata anche dallo studioso Adam Shatz, nell’analisi del clima politico e sociale in cui si formò Anders Breivik, l’autore del massacro di Utøya in cui morirono 77 persone, nel 2011.

La leggerezza è affidata allo scrittore e sceneggiatore Erlend Loe, che fa un ritratto divertente delle differenze tra i seriosi e perfetti svedesi e i più scapestrati e ribelli norvegesi. Giuliano D’Amico racconta la storia del black metal norvegese, Marta Breen com’è essere una femminista nel paese più paritario del mondo mentre la professoressa Siri Nergaard spiega i tanti dialetti e le tante inflessioni della lingua norvegese, dove il cambio di un accento nella pronuncia di una parola rivela l’appartenenza sociale e persino politica di una persona.

Tutte le fotografie del numero sono state realizzate dalla fotografa Diambra Mariani, che collabora con l’agenzia Prospekt Photographers e ha pubblicato con riviste e giornali come Libération, Marie Claire, D - La Repubblica delle Donne, Internazionale, Vanity Fair, e ha esposto in Italia e all’estero al festival di fotografia Rencontres d’Arles, al Slideluck London, e al DOCfield Barcelona. Nel 2019 ha vinto il premio Tokio Photo Competition e il Cortona New Visions. Dal 2012 vive a Barcellona.

I numeri di The Passenger usciti finora hanno parlato di Grecia, Portogallo, Islanda, Paesi Bassi e Giappone. Oltre che sul sito, potete seguire la rivista su Instagram, Facebook e Twitter.

Di seguito, l’inizio di «La piccola Lisbona in mezzo all’Artico» del giornalista Ricardo J. Rodrigues, che descrive la storia e la vita a Husøy, un isolotto tra i fiordi, più a nord dell’Islanda e lontano da Oslo quanto Oslo lo è da Roma. Si regge sulla pesca e sull’esportazione del baccalà in Portogallo, che ne consuma ogni anno 70 mila tonnellate, e gli aspetti economici e culturali del Paese sono al centro degli interessi degli abitanti; alcuni, sette, vengono proprio dal Portogallo, hanno insegnato agli altri il fado e a cucinare il tipico bacalhau à braz, arrangiandosi con quello che c’è.

«La piccola Lisbona in mezzo all’Artico»
di Ricardo J. Rodrigues
Tradotto da Elisa Rossi

A Husøy tutti conoscono l’andamento settimanale della borsa portoghese. «Non abbiamo altra scelta» spiega Randi Karlsen, figlia di Roar e nipote di Hilbert Karlsen. Nel 1932 la sua famiglia ha occupato questa piccola isola per pescare baccalà e oggi vende tutto il pescato a Lisbona.
«Negli anni della crisi sapevamo che non valeva la pena produrre molto baccalà, perché non lo avremmo venduto. Ora che le cose stanno migliorando, ad aumentare è il prodotto di qualità superiore.» Questa storia comincia qui: la ripresa dell’economia, il deficit portoghese, le oscillazioni del tasso di disoccupazione e i periodi di austerità hanno avuto nell’Artico uno degli specchi più fedeli.
Husøy è un minuscolo isolotto del fiordo di Senya, da dove partono quasi tutte le spedizioni scientifiche per il Polo Nord. I suoi 0,12 chilometri quadrati ospitano 274 abitanti, una merceria dove si vende un po’ di tutto, una cappella che la domenica si riempie e una scuola piccola ma ben attrezzata. Si trova nella contea norvegese di Troms, molto vicina all’estremo nord dell’Europa (ben più su dell’Islanda e delle isole Faroe, per intenderci). In linea retta, la distanza che separa queste terre dalla capitale è la stessa che c’è tra Oslo e Roma. La fine del mondo. O il suo inizio.

Quando Hilbert Karlsen è arrivato qui, all’inizio degli anni Trenta, ha dovuto portarsi la casa letteralmente sulle spalle. Il fatto è che, visto che sino alla fine del secolo scorso si poteva accedere all’isola solo via mare, il fondatore di Husøy non aveva altra scelta se non sbarcare a riva con i muri e il tetto della sua abitazione in legno già montati. La storia di Hilbert e di suo fratello Aksel ha un che di visionario: i loro antenati erano arrivati in quella zona disabitata all’inizio del Diciannovesimo secolo e nel 1932 i due ragazzi avevano sbalordito l’intero clan con l’acquisto di un’isola deserta.
Pur sapendo quanto fosse inospitale, avevano capito che Husøy nascondeva un tesoro. «Mio padre e mio zio erano pescatori esperti» spiega oggi Roar Karlsen, nella stessa casa che i suoi progenitori avevano trasportato sulle onde «e avevano capito che l’imboccatura del fiordo, a un paio di leghe di distanza dall’isola, si trovava proprio al centro della rotta migratoria del baccalà.» Qui c’era qualcosa di speciale – un posto dove si poteva lasciare la rete al mattino e tornare a casa a fine giornata.
L’anno scorso, i Karlsen hanno pescato 6400 tonnellate di baccalà, di cui 5000 sono state salate a umido ed esportate in Portogallo. Le restanti 1,4 sono teste e lingue seccate al sole: il 95 per cento di questi prodotti è stato spedito verso i porti di Lisbona e Aveiro. «Non è cambiato niente rispetto ai tempi dei miei genitori» dice Roar «il centro del nostro mondo continua a essere Lisbona.» Quello che ora lo preoccupa è che il pesce tende ad allontanarsi dalla costa. «Negli anni Settanta pescavamo il doppio. Il disgelo dell’Artico ci sta causando gravi complicazioni». Ed è proprio nel paese che consuma tutti gli anni 70mila tonnellate di baccalà che più si sentiranno gli effetti del cambiamento climatico.

UNA CASA PORTOGHESE, SENZA DUBBIO
In questi giorni, nella scuola di Husøy, gli alunni iniziano a imparare il fado. «Quest’anno avremo la nostra prima studentessa portoghese e vogliamo accoglierla bene» spiega Solveig Bjerholt, l’insegnante. Nella scuola studiano 45 ragazzi – lituani e iracheni, siriani e curdi, polacchi e, ovviamente, norvegesi. Sono i figli dei pescatori che vivono sull’isola o degli operai della fabbrica di lavorazione del pesce. Ad agosto arriverà Beatrice, che ha otto anni e andrà in terza. «Siamo tutti molto entusiasti: finalmente avremo una studentessa che viene dal paese di cui i ragazzi sentono più parlare. La vita a Husøy gira intorno al Portogallo.» Diogo Graça, il padre della bambina, vedendo tutti i preparativi per l’accoglienza, quasi si commuove. È arrivato quattro mesi fa e ancora non si è abituato ai giorni che durano tutta la notte – d’estate, sopra il circolo polare artico, non c’è nemmeno un minuto di buio. Ma ha già capito che è qui che costruirà il suo futuro.

«Lavoravo nella marina, mi è scaduto il contratto e ho deciso di cambiare vita. In Portogallo le grandi imprese, anche se fatturano milioni, cercano sempre di risparmiare il più possibile sugli stipendi. Per quanto la nostalgia di casa sia forte, è molto difficile avere una vita dignitosa a Lisbona.» È uno dei sette portoghesi che vivono sull’isola. Ma il numero sta crescendo.
Marina João Barato è stata la prima ad arrivare da Seixal, un paio d’anni fa. «Sono venuta con il mio ragazzo. Sapevamo che a nord della Norvegia si poteva guadagnare bene e il fatto di lavorare nell’industria del baccalà ci spingeva ad andare, in un certo senso, più vicini a casa.» L’anno dopo è arrivata una coppia da Porto, otto mesi fa un’altra da Lisbona e ora è arrivato Diogo, anche lui della costa meridionale. «Il mese prossimo arrivano altri tre portoghesi» dice la giovane. «Penso che d’ora in poi la nostra comunità tenderà a crescere. Ci troviamo molto bene con i norvegesi.» Le sorelle che oggi conducono l’impresa, Rita e Randi Karlsen, non potrebbero essere più d’accordo. «Dato che produciamo baccalà ha perfettamente senso avere qui dei portoghesi» sostiene la prima, che va nel Sud Europa almeno quattro volte l’anno «sono estroversi, buoni lavoratori e ci aiutano a capire il mondo per cui lavoriamo».

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