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Approfondimento

Il mio pazzo, pazzo tour con i pazzi di Paasilinna

Data | Mercoledì 20 Febbraio
Orario | 17:00

Un articolo di Valerio Millefoglie pubblicato su Il Venerdì il 15/02/2019

"Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l’estate di San Giovanni". È l’incipit del romanzo di Arto Paasilinna L’anno della lepre, storia di un uomo che dopo aver rischiato di investire con l’auto una lepre, decide di inseguirla nel bosco, la trova, se la mette nella tasca della giacca e i due diventano amici inseparabili per il resto delle pagine del romanzo, in cui il protagonista abbandona la vita in città a favore di quella nei boschi. In Piccoli suicidi tra amici si legge invece: “La malinconia è un avversario più spietato dell'Unione Sovietica”. E in questo libro due sconosciuti tentano di sconfiggerla suicidandosi proprio la sera della festa di San Giovanni, festa della luce, in un fienile abbandonato. Qui s’incontrano per caso, si salvano la vita a vicenda e decidono di pensare più in grande. Mettono un annuncio su un giornale alla ricerca di aspiranti suicidi con i quali intraprendere un viaggio su un autobus alla ricerca del burrone migliore da cui lanciarsi. L’autore di queste storie è venuto a mancare all’età di 76 anni lo scorso 15 ottobre. Originario della Lapponia finlandese, è stato guardia boschi, giornalista ed è diventato uno degli scrittori nordici contemporanei più conosciuti al mondo, in Italia tutte le sue opere, edite da Iperborea, hanno venduto quasi 400.000 copie. Appresa la notizia della sua morte mi sono chiesto cosa ci lascia uno scrittore quando ci lascia. Cosa rimane in noi dei suoi libri, cosa ricordiamo di quei libri, dov’eravamo quando li abbiamo letti, come stavamo. Stavamo bene? Così, come un degno personaggio dei suoi racconti, ho intrapreso un viaggio per scoprirlo: l’Arto Paasilinna Memorial Tour. Dieci tappe in diverse librerie d’Italia, intervistando in ogni città i suoi lettori, entrando nelle loro case, sentendoli al telefono, ricevendo messaggi vocali e registrando le loro voci che sono poi diventate parte di un reading fatto, appunto, di voci, frammenti sonori, canzoni finlandesi, inni e memorie. In un’ora di spettacolo intreccio le trame dei libri di Paasilinna con le trame delle vite di chi lo ha letto. Nel mezzo, in parallelo, la geografia italiana che ho attraversato in auto: da Casarsa, “Benvenuti nel paese di Pier Paolo Pasolini”, a Camerino, in un ristorante in un container post terremoto con vista su edifici inagibili; incontrando affittacamere serbi collezionisti di mappamondi d’epoca a Modena, protezioniste di lanterne magiche a Padova, finlandesi emigrati in Italia per amore, una popolazione unica di persone assolutamente normali, proprio come i personaggi di Arto.
Ad esempio, ad Andrea, venti giorni prima del matrimonio la futura moglie dice il fatidico no. «Ti amo talmente tanto - gli spiega - che per preservarti da tutto questo dolore che ti darei se ci sposiamo, non ti sposo». Tutto era pronto: la cerimonia, le bomboniere, il viaggio di nozze. Mancava solo l’abito da sposo, era difficile trovarne uno che gli piacesse. E diventa difficile anche il periodo successivo, che Andrea allevia leggendo Paasilinna e ridendo da solo nella casa che avrebbero dovuto abitare in due. Poi un giorno vede nella vetrina di un negozio un abito che gli piace e decide di acquistarlo. L’abito rimane lì per due anni, fino a quando non si sposa con l’attuale moglie. «Ci siamo spostai in luglio e io indossavo un abito con il panciotto, invernale». “Così, il giorno di Pentecoste fu celebrato il primo matrimonio nella storia della Palude delle Renne”, scrive Paasilinna ne La fattoria dei malfattori, in quelle pagine lo sposo “aveva pensato di indossare il completo nero che tanto successo aveva riscosso in occasione della festa di Natale della polizia segreta, nel 1986”. La moglie Ilona glielo proibisce dicendogli: “Risparmia sui baci. Non sull’eleganza”.
Quindi se gli amori, le amicizie, le ditte, le vite falliscono, nei libri di Paasilinna interviene sempre una natura che porta i suoi protagonisti altrove, con orsi che celebrano messe e laghi in cui immergersi con un nuovo progetto di vita: aprire un museo della guerra in un sommergibile. Elena, mi ha raccontato di Cantarana, luogo di case sparse sull’argine che costeggia il fiume Ticino. «Ci ho vissuto per tre anni, come in una bolla, fra la nebbia, in una piccola casa insieme a un gatto dalla testa storta. Sentivo che da un momento avrei potuto trovarmi fuori dalla porta un uomo con una lepre sotto il braccio». Il luogo di lettura era la soffitta con il tetto sporgente, “che somigliava alla prua di una nave, e questa nave puntava verso l’acqua”.
Simone, un uomo di 45 anni, che fin da bambino sognava di fare la guardia forestale mi ha scritto una mail da un indirizzo di posta elettronica che porta il nome di Vatanen, protagonista de L’anno della lepre. “Avevo da pochi anni perso mio padre e la vita si rivelò in tutta la sua durezza. Dovetti rinunciare agli studi in agraria e mi ritrovai a lavorare al carico e scarico merci dell’aeroporto di Malpensa. La lettura di questo libro attivò in me una voglia irrefrenabile di vivere ciò che avevo dentro. Dovevo andarmene da un quartiere difficile della periferia ed entrai a lavorare come operaio forestale nell’oasi Zegna. Per sei anni fu come vivere in un libro di Paasilinna: contrabbandieri di grappa, cacciatori di frodo, mandrie di mucche giù per i pendii, colleghi albanesi capaci di bere grappe e di fumare in quantità inverosimile. Qualche volta si vede uno strano punto nel cielo: un essere umano a cui è stato concesso di volare, e per sei anni lo feci”.
In quello che ho soprannominato il guestbook dei Piccoli suicidi tra amici, raccolgo alla fine di ogni reading le testimonianze del pubblico. Un uomo ha scritto: “Per il mio 50° compleanno mi hanno regalato Lo smemorato di Tapiola. Qualche mese dopo, causa una caduta, ho battuto la testa perdendo brani di memoria”. Non dimentico invece il primo incontro che ho fatto grazie a questo tour, quello con Maurizio, medico romano. Nella cucina di casa, mentre la moglie era di là in salotto collegata a delle macchine, mi ha raccontato: «La scoperta di Paasilinna risale alla scorsa primavera che è un periodo molto particolare della mia vita. Si può dire infatti che non appena terminata la lettura di Piccoli suicidi tra amici, a Irene, mia moglie, mio grande amore di una vita, è stata diagnosticata una malattia fatale. La sera, (sebbene lei ormai non parli, io credo che le frasi arrivino al cuore comunque, o almeno voglio crederlo), leggo poesie e brani di prosa ad alta voce presso di lei. Di Arto non c’è una frase preferita perché amiamo ogni parola. Forse il proverbio che l’autore mette in apertura del libro: In questa vita la cosa più seria è la morte, ma neanche quella più di tanto».

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