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Approfondimento

Reykjanes, la penisola che ha cambiato la storia della geologia

Data | Lunedì 28 Gennaio
Orario | 15:30

Un estratto da «Il libro dei vulcani d'Islanda» di Leonardo Piccione, anticipato su Il Tascabile il 23/01/2019

La penisola di Reykjanes scorre sotto i finestrini e le facce incuriosite degli americani, per molti di loro sarà l’unico fotogramma islandese della vita. Non stanno atterrando per rimanere ma per ripartire: se vieni dagli Stati Uniti e vuoi andare ad Amsterdam, o a Berlino, o a Parigi, insomma nell’Europa propriamente considerata, molto spesso ti conviene fare scalo e fermarti un’ora o una notte in Islanda.
La penisola di Reykjanes è lì sotto e non dice nulla, non ha grandi montagne e nemmeno grandi idee; che presti il suo fianco più riparato all’unico aeroporto internazionale del Paese, quella è una decisione altrui, non certo sua. Sta di fatto che da più di cinquant’anni questo uncino di terra spelacchiata è il primo pezzo d’Islanda che ogni straniero avvista, e senza troppa ammirazione a dire il vero. Perché questo sputo di penisola è per lo più lava, lava nera e patacche di ghiaccio. Certi giorni il mare che la insidia pare quasi una promessa, un abbozzo di evasione, eppure in fondo in fondo nemmeno lui la dice giusta. Sono secoli che i marinai della zona riferiscono di strane interferenze: in quel tratto di oceano le bussole sembrano perdere l’orientamento; gli aghi magnetici – che dovrebbero guidare – si ubriacano.
Il comandante scandisce la velocità di crociera e la temperatura a terra, informa gli americani che a Keflavík ci sono 2 gradi e piove, quasi una bella giornata si potrebbe dire. Ripete che non c’è pericolo, i viaggiatori in transito hanno tutto il tempo per trovare il gate giusto, imbarcarsi un’altra volta e andarsene. Omette tuttavia di dire, il bravo comandante, che questa penisola silente ha cambiato per sempre la storia della geologia, e che se Alfred Wegener l’avesse saputo, se solo il grande Wegener avesse scoperto che al largo di Reykjanes c’era tutto quello che gli serviva sapere sul moto dei continenti, be’, avrebbe certamente vissuto un’esistenza più gratificante.
Alfred Lothar Wegener, berlinese, era uno di quegli uomini che a inizio Novecento ardevano dalla voglia di mettere insieme i pezzi della conoscenza umana e farne un quadro unico. Per questo, dopo aver ottenuto un dottorato in astronomia, si mise a fare tutt’altro: dacché bufere e tempeste lo intrigavano come nessun altro fenomeno naturale, decise di diventare meteorologo. Si specializzò in particolare nell’uso di aquiloni e palloni aerostatici per lo studio delle correnti atmosferiche, e nel 1906 stabilì insieme al fratello Franz il nuovo record mondiale di permanenza aerea in mongolfiera: cinquantadue ore. Il valore dei suoi studi gli valse, tra le altre cose, una serie di inviti a unirsi a prestigiose spedizioni scientifiche in Groenlandia, il cui obiettivo era mappare l’ignota costa nordorientale dell’isola e acquisire informazioni sulle caratteristiche dell’atmosfera polare. Si trattava di missioni lunghe e pericolose, Alfred Wegener non aspettava altro.
Per prepararsi attraversò da nord a sud il Vatnajökull, il più grande ghiacciaio islandese: 150 chilometri in cinque giorni, a cavallo, dalle fonti di Hvannalindir fino alle cime degli Esjufjöll. Andò tutto alla perfezione, i cavalli locali si mostrarono talmente prodi che Wegener decise di portarli con sé in Groenlandia. E anche lassù fu un successo, la mole di dati raccolti gli permise di affermarsi come uno dei maggiori esperti mondiali di glaciologia.
I guai di Wegener sarebbero però cominciati presto. Costretto in un ospedale militare alla fine della Prima guerra mondiale, pensò di approfittare del tempo libero per togliersi un paio di curiosità. Perché ogni volta che Alfred si trovava per le mani una cartina geografica – e non si può certo dire che gli capitasse di rado – i suoi tormenti erano i medesimi: com’era possibile che la costa orientale del Sudamerica e quella occidentale dell’Africa si incastrassero così perfettamente? Come mai sulle due sponde dell’Atlantico, distanti migliaia di chilometri, erano stati ritrovati fossili vegetali quasi identici? E perché poi gli Appalachi, montagne del nordest degli Stati Uniti, avevano la medesima morfologia degli altipiani scozzesi? Era davvero plausibile, come sostenevano alcuni studiosi, che un tempo America ed Europa fossero collegate da un ponte di terra poi sprofondato nell’oceano?
Altri prima di lui avevano ipotizzato che i continenti fossero stati tra loro uniti, in principio, ma nessuno mai aveva provato ad argomentare questa suggestione. Alfred Wegener, nel 1915, ci scrisse un libro intero. Nella Formazione dei continenti e degli oceani raccolse evidenze provenienti da tutte le materie in cui si destreggiava, dalla biologia all’astronomia, per provare a supportare una teoria rivoluzionaria: un tempo tutte le terre emerse formavano un unico supercontinente, la “pangea”, dalla quale lentamente iniziarono a staccarsi pezzi che allontanandosi l’uno dall’altro assunsero infine l’attuale collocazione – che del resto è tuttora provvisoria: il suolo su cui poggiamo, concluse Wegener, è in continuo movimento.
Il mondo accademico respinse pressoché unanime la teoria. Wegener fu etichettato come un intruso, un eclettico estraneo alla geologia, in certi casi addirittura un eretico. Il presidente dell’American Philosophical Society definì la teoria della deriva dei continenti un’idea “maledettamente marcia”; un geologo inglese affermò che “nessun individuo riconosciuto per la propria sanità scientifica oserebbe mai supportare una congettura del genere”. Per il resto della vita Wegener continuò ad aggiungere livelli di dettaglio al suo modello, ma ogni conferenza a cui prese parte si rivelò per lui nient’altro che un’occasione di scherno. La sua frustrazione venne ulteriormente accresciuta dalla riluttanza del mondo accademico tedesco a offrirgli una posizione: avrebbe ottenuto la sua prima cattedra, dall’Università di Graz, appena sei anni prima di morire.
Il problema di Wegener era che la sua intuizione aveva precorso di molto i tempi. A inizio Novecento mancavano gli strumenti teorici e tecnici per comprendere quali fossero le forze in grado di azionare un fenomeno paragonabile a quello che lui aveva teorizzato. Soltanto negli anni Sessanta il progresso della geofisica avrebbe spiegato che è maledettamente vero che i continenti si muovono; che la superficie terrestre è un puzzle, tessere di roccia che scivolano sopra un fluido incandescente, scontrandosi in certi casi, allontanandosi in altri, causando con la loro irrequietezza terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Una delle osservazioni decisive per la messa a punto di questa teoria, sulla quale concorda attualmente la stragrande maggioranza degli scienziati della Terra, provenne dall’Islanda. Nel 1963 i geologi inglesi Fred Vine e Drummond Matthews presero il largo dalla penisola di Reykjanes a bordo di un’imbarcazione cui avevano agganciato un bizzarro apparecchio. Si trattava di un magnetometro, uno strumento sviluppato durante la Seconda guerra mondiale per intercettare i sottomarini e da loro riconvertito a fini di ricerca. Vine e Matthews volevano studiare il comportamento magnetico delle rocce che compongono il fondale oceanico a sudovest dell’Islanda, perché si tratta di rocce basaltiche, e il basalto è dotato di proprietà magnetiche misurabili. Contiene infatti granuli di un minerale chiamato magnetite, che nella fase di raffreddamento della roccia si allineano al campo magnetico terrestre come milioni di minuscole bussole. Quando la colata basaltica si è completamente solidificata, i granuli di magnetite si immobilizzano, mantenendo il proprio orientamento e conferendo così alla roccia una sorta di memoria magnetica.
Vine e Matthews osservarono che le rocce del fondale oceanico al largo di Reykjanes erano disposte secondo uno schema magnetico alternato: a una fascia di rocce a polarità magnetica normale faceva seguito una fascia parallela ma a polarità inversa, di continuo, in modo da formare un motivo “zebrato” (normale-inversa-normale-inversa e così via) perfettamente simmetrico rispetto al prolungamento sottomarino della penisola di Reykjanes. Era questa altalena magnetica la causa delle anomalie sperimentate dai vecchi marinai islandesi. Si trattava, inoltre, di un’osservazione generalizzabile: in corrispondenza di tutte le grandi catene montuose subacquee che sono le dorsali oceaniche viene costantemente eruttato nuovo basalto, il quale si magnetizza normalmente o inversamente a seconda della direzione del campo magnetico terrestre al momento della sua solidificazione.
La scoperta dell’alternanza di fasce di rocce a polarità normale e fasce di rocce a polarità inversa al largo di Reykjanes ebbe un ruolo decisivo nel provare che effettivamente gli oceani si espandono, innescando in questo modo il movimento dei continenti ipotizzato molti anni prima da Wegener. Quando, nel 1965, la Royal Society indisse il simposio che avrebbe segnato l’inizio dell’accettazione ufficiale della teoria della tettonica a placche, il suo primo ispiratore era morto da trentacinque anni.
Nell’aprile del 1930 Wegener era partito ancora una volta per la Groenlandia, per installarvi tre nuove basi di osservazione. A causa delle cattive condizioni meteorologiche la missione si era spezzata in più raggruppamenti, il primo dei quali si era ritrovato a settembre senza carburante a sufficienza per affrontare l’inverno artico. Wegener si era allora incaricato in prima persona di raggiungere i compagni isolati. Il 24 settembre si era messo in cammino con un collega e tredici uomini del posto, dodici dei quali avrebbero deciso di tornarsene a casa dopo pochi giorni. Nonostante tutto, il 19 ottobre Wegener aveva raggiunto l’accampamento e, constatato che i viveri rimanenti non sarebbero bastati per tutti, era ripartito. Durante il viaggio di ritorno le temperature erano scese fino a -54 gradi: aveva dovuto ammazzare uno a uno i suoi cani per sfamare quelli ancora in grado di trainare la slitta, ma non era bastato.
Alfred Wegener, l’ispiratore di una delle maggiori rivoluzioni scientifiche del XX secolo, morì nel novembre del 1930, a cinquant’anni d’età, in Groenlandia, steso su una pelle di renna. La salma fu ritrovata sei mesi dopo e sepolta in quello stesso luogo, la tomba segnalata con un’alta croce. Il suo corpo, il suo diario e la sua visione diventarono parte integrante del ghiacciaio che aveva studiato così a lungo nella sua esistenza. Si stima che oggi siano sovrastati da oltre cento metri di ghiaccio e neve.

Foto © Leonardo Piccione

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