News

Approfondimento

Le donne giapponesi del periodo Shōwa

Data | Lunedì 17 Dicembre
Orario | 13:21

Estratto di uno dei saggi di The Passenger Giappone anticipato su Il Post il 25/11/2018.

Le donne del «fai da te»

SEKIGUCHI RYŌKO — Poetessa e traduttrice giapponese, vive a Parigi dal 1997 e scrive anche in francese, occupandosi spesso di cucina e cultura culinaria. Ha curato il volume Il club dei buongustai e altri racconti culinari giapponesi (CasadeiLibri Editore, 2017) e ricevuto il titolo di cavaliere dell’Ordine delle arti e delle lettere di Francia.

Traduzione di Federica Lippi

Per decenni il lavoro delle donne è stato confinato tra le mura di casa, dove hanno cucito e cucinato, creato e prodotto di tutto. Dopo essersi emancipate dal ruolo di casalinghe e aver fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro, ora – in tempi di crisi economica, stress e scarse prospettive di carriera – molte sognano un ritorno alla quieta professione di «designer domestiche».

A pensarci bene, le donne del periodo Shōwa (che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, dal 1926 al 1989) erano sempre impegnate a fare qualcosa a mano. Se durante la guerra, spinte dalla necessità, si dedicavano alle attività più disparate come costruire oggetti di uso quotidiano e lavorare i campi, dopo si sono messe a «ricamare» la loro vita con l’ago e il filo, a dedicarsi alla pasticceria per i bambini, al giardinaggio, al lavoro a maglia per i mariti, insomma muovevano continuamente le mani.
Mia madre è nata nel 1945 e appartiene senza dubbio alla seconda generazione di donne di questo tipo, quella del dopoguerra. Andava a lavorare con gonne cucite a mano da sua madre, vale a dire mia nonna (gonne che poi io stessa ho ereditato e indossato al liceo), a casa si dedicava all’ikebana – l’arte della disposizione dei fiori – arrivando a conseguire il diploma di maestra, e a inizio estate aiutava mia nonna a essiccare gli umeboshi, le prugne giapponesi salate e fermentate, che si usano come condimento. Dopo il matrimonio mi ricamò i vestitini da neonata, mi preparava tutti i giorni il pranzo da portare all’asilo, passava il pomeriggio a ideare compitini illustrati per intrattenermi e infine cucinava la cena a mio padre, diversa da quella di noi figli.
Dopo il nostro inserimento a scuola, forse perché aveva troppo tempo libero, decise di mettere a frutto la sua manualità nell’arte di intrecciare ramoscelli di glicine. Ma la creazione di scatole e piccoli contenitori non era abbastanza per lei: arrivò a costruire un’enorme libreria di glicine e si mise a dare lezioni.
Negli anni Settanta erano moltissime le massaie, ovvero la maggioranza delle donne giapponesi, che frequentavano corsi del genere. Creazioni con la carta, realizzazione di bambole, ricamo, cucito... Rispetto alla generazione precedente avevano più tempo libero e per hobby decoravano la casa e la loro vita con gli oggetti più diversi, cimentandosi con passione. Io stessa, quando andavo a casa di amici da piccola, vedevo spesso coperte patchwork, bambole che troneggiavano sul pianoforte, centrini copritelefono, fodere per la carta igienica – tutto fatto a mano dalle mamme.
In seguito, visto che i dolcetti che preparava e offriva dopo le sue lezioni erano sempre molto apprezzati, mia madre decise di tenere anche un corso di cucina. Era la seconda metà degli anni Settanta. Il complesso di case popolari dove vivevamo era un ambiente che riuniva famiglie tutte più o meno della stessa età e fascia sociale, e per lei fu una vera fortuna. Per quei vicini, sui 35 anni, con un mutuo da pagare e i figli alle elementari, l’abilità culinaria di mia madre
si rivelò una risorsa preziosa. Grazie a lei in famiglia le spese diminuivano e si avevano maggiori occasioni per passare del tempo insieme. Uscendo da scuola, a volte passavo dalla sala riunioni di zona che mia madre utilizzava ogni giorno per i suoi corsi, e facevo tranquillamente merenda lì. In quel quartiere, che talvolta tendeva a isolarsi come fosse una comunità a sé, i confini tra pubblico e privato erano piuttosto vaghi.
In seguito ci trasferimmo per via del lavoro di mio padre, e mia madre perse lo status di «maestra dei corsi». Ci spostammo dal quartiere popolare a una villetta unifamiliare con giardino di nuova costruzione, nella famosa zona marittima dello Shōnan, non lontana da Tokyo. In quanto moglie privilegiata di un impiegato, mia madre avrebbe dovuto gioire della situazione, ma ai miei occhi era evidente l’infelicità che la pervadeva giorno dopo giorno. Era un nuovo mondo dove non conosceva nessuno e per una casalinga quarantenne che non aveva mai lavorato era impossibile essere assunta da qualche parte. Forse per solidarietà femminile, mi accorsi dell’amarezza che provava; era madre e moglie, ma vedeva la sua vita scivolarle tra le dita. Mentre mio fratello l’aveva sempre vista unicamente nel ruolo di madre, io non potevo fare a meno di notare che quella era la vita che tutte le donne conducevano e che sarebbe toccata anche a me.
Poi però, non ricordo bene come andarono le cose, si aggrappò alla sua indole socievole e decise di tenere nuovi corsi di cucina. All’inizio dava lezioni private a casa.
Erano rivolte principalmente a ragazze ventenni in procinto di sposarsi, ma presto arrivarono anche le trentenni sposate che volevano imparare a cucinare meglio. Dopo la lezione restavano a bere tè e parlare del più e del meno e a volte partecipavo anch’io. Da una parte c’erano quelle piene di sogni riposti nell’imminente vita matrimoniale, dall’altra le coniugate che affrontavano la dura realtà della convivenza con i suoceri e i rapporti con i parenti. Ascoltando entrambe le campane, il periodo delle medie diventò per me una vera e propria «scuola di vita femminile».
Mia madre allargò presto le attività: aprì un caffè, offriva lezioni a domicilio, ideava menù per i bed & breakfast più in voga del momento. Erano gli anni Ottanta e il Giappone galleggiava sulla bolla. Mamma preparava torte nuziali personalizzate per le coppie che volevano qualcosa di speciale per il matrimonio, faceva il catering per i vernissage delle gallerie d’arte, e tutta questa varietà di proposte si spiegava solo con la disponibilità economica della società giapponese di allora.
Mio padre la guardava con costante avversione. Forse non voleva che l’amata moglie avesse successo? Ci sono cose che tuttora nemmeno io comprendo. Quando lei scriveva le ricette per il corso o preparava le lezioni, lui era sempre di cattivo umore e periodicamente le urlava che, se non era in grado di essere una brava casalinga, doveva lasciare quel lavoro.
Credo che lo stop simbolico alla sua attività arrivò quando le chiesero di collaborare con una rivista di cucina. Mio padre si dichiarò contrario adducendo mille motivi. Non era un problema di soldi ma non gli piaceva il fatto che si leggesse e rendesse pubblico il nome di mia madre (anche quando ho vinto il mio primo premio letterario era molto contrariato e ha usato un pretesto qualsiasi per picchiarmi, ma questa è un’altra storia). Mia madre all’inizio si mostrò molto interessata ma poi, accettando l’opposizione del marito, rifiutò dicendo che potevano sorgere problemi di responsabilità se fosse successo qualcosa ai bambini (forse riferendosi alle sue ricette per lo svezzamento). La cosa, in apparenza, non sembrò provocarle alcuna frustrazione, ma io credo che nel profondo, in quel momento, decise di rinunciare per sempre a una carriera nel mondo della cucina, scegliendo di accontentarsi del ruolo di donna che dipende dal marito.
E c’era anche il problema tipicamente giapponese dei familiari a carico. In Giappone, quando uno dei due coniugi è precario o lavora part-time è ritenuto «familiare a carico». Con uno stipendio superiore a 1.200.000 yen all’anno (circa novemila euro al cambio attuale) non si è più ritenuti a carico e si pagano più tasse, per questo molte donne, anche se lavorano, preferiscono non superare quella cifra e scelgono il part-time. Se anche mia madre non fosse più risultata a carico, penso che avrebbe guadagnato abbastanza da essere comunque in attivo con le tasse, ma decise di limitare il suo lavoro per restare in quella condizione e andare incontro al marito, cioè a mio padre. Cercò di persuadermi, e di persuadere se stessa, che non aveva scelta e che papà comprendeva benissimo la sua posizione, ma rimasi perplessa. Perché in una coppia di adulti, chiamati «coniugi», solo uno dei due deve ascoltare quello che dice l’altro? Mio padre non aveva il dovere di sentire anche lui l’opinione di mia madre? Forse per convincersi che fare la casalinga fosse da considerare una virtù – come imposto dalla società repressiva dell’epoca – e non un’assurdità, obbligò anche me a dedicarmi alla cucina. Era una cosa dalla quale mio fratello era esonerato, ma una donna doveva saper cucinare per potersi sposare. La passione per la cucina, che avrebbe potuto essere la fonte della sua indipendenza, fu confinata all’interno delle mura di casa e questo doppio legame a cui lei si aggrappava divenne il nucleo della sua identità distorta. Per mia madre, il fatto che qualcuno (specialmente una donna) sapesse cucinare o meno era un metro di giudizio, e se io per molto tempo ho odiato la cucina, la ragione è questa. Non potevo accettare che, invece di riformare i rapporti coniugali e la società, si tramandasse lo stesso atteggiamento anche ai bambini. Credo che il mio forte impulso a condurre una vita indipendente sia sotto il profilo sociale che economico sia nato allora.
Negli anni Novanta i partecipanti alle sue lezioni di cucina cambiarono. Aumentarono le richieste di corsi rivolti agli uomini di mezza età che non avevano mai toccato un fornello in vita loro. Era il periodo in cui cominciò a diffondersi l’espressione «divorzi di mezza età», che si consumavano quando gli uomini che fino a quel momento non avevano fatto altro che lavorare e il cui unico ruolo in famiglia era portare a casa lo stipendio, una volta in pensione, si ritrovavano tutto il giorno a ciondolare per casa e le mogli non li sopportavano. I mariti non sapevano fare niente e pensavano che fosse normale farsi cucinare tre pasti al giorno, ma le mogli, che fino a quel momento avevano vissuto in libertà senza dover fare da balie a nessuno, trovavano ovviamente insopportabile la convivenza. Per non essere messi di fronte alle pratiche del divorzio, i cinquantenni prossimi alla pensione cominciarono a frequentare corsi di cucina per principianti (forse obbligati dalle consorti), per imparare almeno a prepararsi da soli il riso e la zuppa di miso.
Era l’epoca in cui la parità dei sessi sul lavoro era ancora di là da venire (non che oggi ci sia) e molti si sposavano ben prima dei trent’anni, ma intorno a me aumentavano gli uomini che cucinavano e anche mio fratello quando andava dalla fidanzata portava dolci fatti da lui. Quantomeno nel privato, tra uomo e donna si stava lentamente raggiungendo qualche compromesso. Cambiò anche l’appartenenza sociale della gente che frequentava i corsi di cucina. Per esempio, c’è un manga iniziato nel 1985, e che va avanti ancora oggi, chiamato Cooking papa, il cui protagonista all’inizio nasconde ai colleghi di essere appassionato di cucina, ma a fine anni Novanta è ormai un papà abituato a cucinare a casa senza farne un mistero al lavoro. Nel 1980 erano pochissime le coppie in cui marito e moglie lavoravano entrambi ma a poco a poco sono aumentate, finché nel 1995 le donne con un impiego hanno raggiunto numericamente le massaie.
Come per mia madre cucinare, e in generale creare cose con le mani, era stato un mezzo per arrivare all’indipendenza, allo stesso tempo, per le donne dell’epoca, prendere lezioni perse la valenza di semplice hobby e aumentarono quelle che vedevano i corsi come un primo passo verso la professione di insegnante. Negli anni Novanta erano sempre di più le allieve che all’inizio delle lezioni chiedevano subito «quando sarò pronta per tenere anch’io un corso?». Era un fenomeno nato dal fatto che le donne, una volta cresciuti i figli, non potevano tornare al loro impiego precedente, né riuscivano a trovare un altro lavoro interessante, quindi mettevano tutte le loro energie nell’autorealizzazione. Il concetto di «auto- realizzazione» era molto di moda allora, e forse non sarebbe stato così determinante se per esempio la società avesse gettato basi solide per il reinserimento al lavoro delle donne. Anche loro, come gli uomini, lavoravano sodo e si tormentavano per avere una promozione, e probabilmente avrebbero volentieri fatto a meno di appoggiarsi a un’espressione così vuota.
In qualunque società in cui gli uomini occupano la maggior parte degli impieghi, la possibilità che una donna faccia carriera è strettamente connessa alla sua vita familiare e a quello che può fare nell’ambito di casa sua, che si tratti di cucito o cucina. Quello che rende speciale la società giapponese è che, pur non essendo né un paese del terzo mondo (lì non c’è lavoro nemmeno per gli uomini) né in via di sviluppo, il lavoro delle donne è stato per lungo tempo innaturalmente confinato nel territorio del «fai da te». Mentre in America e in Europa non è più così raro che le donne siano dirigenti, parlamentari, medici, avvocati (e nonostante i giapponesi credano ferma- mente di far parte di quel gruppo di paesi), in Giappone, invece di occupare quegli impieghi che la società non ha aperto loro, le donne impastano il pane, dispongono i fiori, fanno gioielli. Nell’ombra di quegli oggetti a prima vista affascinanti, si cela la profonda oscurità di una società in cui anche una cosa molto semplice come costruire la propria individualità per una donna è estremamente difficile.
Com’è la situazione oggi? Nel Giappone in cui le coppie lavoratrici hanno doppiato di numero le massaie, molte giovani vogliono diventare casalinghe. Piuttosto che dannarsi l’anima lavorando molte ore al giorno in aziende che non offrono prospettive di carriera, preferirebbero stare a casa tutto il giorno a crescere i figli. Inoltre, proprio perché adesso lavorare in due è diventato normale, non lavorare o «accaparrarsi» un uomo che guadagna bene assume un grosso significato.
Forse queste donne non conoscono l’oscura realtà che le loro antenate hanno prodotto insieme a quegli oggetti fatti a mano. A giudicare dal successo che sta avendo online, l’handmade al femminile va fortissimo. Vogliono tutte diventare «designer». Non potendo far emergere il talento in ufficio, invece di sopportare la frustrazione di non vedere esaudito il desiderio di avanzamento sociale, preferiscono non aspettarsi più niente dalle aziende e, a quanto pare, realizzare oggetti con l’idea di avviare un’attività personale. Potrebbero farlo in molti campi diversi, ma poter lavorare stando a casa è ciò che le spinge a dedicarsi all’handmade.
È dunque un modo per essere indipendenti e libere? Oppure è un mezzo per conquistarsi un territorio molto piccolo in una società che anche oggi ha una visione estremamente limitata dell’autorealizzazione femminile in altri campi?
Le donne che fanno le cose a mano continueranno a esistere per sempre?

Prossime uscite

The Passenger

Collana I Miniborei

Collana Mumin

Collana Luci

Eventi

I più venduti