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Approfondimento

L'orso, i miei demoni. E' un pastore luterano lo Sherlock del Nord

Data | Sabato 08 Dicembre
Orario | 17:30

Intervista di Alessandra Iadicicco a Mikael Niemi pubblicata su La Lettura il 3 dicembre 2018

Cucinare un orso e divorarlo. Il piatto forte apparecchiato dallo svedese Mikael Niemi vince al primo assaggio le remore dei più schifiltosi: impossibile resistere al sapore di una preda così feroce e selvaggia catturata da una trama narrativa potente. Risultato: le 500 pagine di questa storia arcaica e spietata, magica e inquietante si fanno fuori in due-tre giorni di lettura famelica senza lasciare una briciola. E i palati più fini si leccheranno i baffi, perché la scrittura di Niemi - narratore e poeta, sognatore e storyteller - sa sfiorare con la nonchalance del vero artista le vette del lirismo più delicato risalendo di slancio e con vigore gli abissi dei misteri più oscuri. Definire il suo romanzo un giallo storico è riduttivo: si racconta, sì, di una serie di delitti, consumati nel paesino lappone di Pajala - dove Niemi è nato e vive - verso metà Ottocento. Ma la soluzione del giallo sta alla fine del testo «come l’oliva nel Martini», per citare quanto Raymond Chandler, un maestro della prosa letteraria, diceva dei suoi stessi noir: ci sta, ma se ne può anche fare a meno. C’è qualcos’altro che inchioda il lettore alla pagina: la sapienza smagata del reverendo Laestadius, il pastore luterano rivoluzionario fautore nella Svezia di allora della corrente mistica del Risveglio, che si mette sulle tracce dell’assassino; l’innocenza animale, l’umiltà totalmente disarmata del piccolo trovatello Sami cresciuto del pastore, devoto al suo maestro, adorante, sciaguratamente innamorato; una religiosità insieme opprimente ed esaltante; l’ombra della fiera, l’orso; il presagio del demoniaco; l’avvilente evidenza dell’umana crudeltà… Sono solo alcuni degli ingredienti. Ma lasciamo che sia l’autore stesso a rivelarci i segreti della sua succulenta ricetta.

Leggendo Cucinare un orso si ha la sensazione di sondare un enigma più profondo di quello di una detective story. C’è però un’indagine in corso: come le è venuto in mente di trasformare Lars Levi Laestadius in un investigatore? Non è un po’ irriverente?

È vero, non è un tipico giallo. In passato ho scritto un noir, L'uomo che morì come un salmone, con un cadavere sulla prima pagina, e i poliziotti che accorrono a Pajala per indagare sull'omicidio. Ma in questo libro devi girare molte pagine prima di trovare il morto. Io sono cresciuto a Pajala vicino alla vecchia casa dove Laestadius trascorse i suoi ultimi anni e morì nel 1861. Per tutta la vita mi sono sentito vicino a lui, ho guardato la sua statua, ho letto le sue biografie e i suoi scritti, i romanzi di altri autori e le opere teatrali basate sulla sua vita. Volevo scrivere io stesso di quest’uomo affascinante, qualcosa di inedito. Poi ho avuto l’idea di renderlo una specie di Sherlock Holmes del Nord, con Jussi come suo seguace. Sulle prime ci ho riso su, era una trovata pazzesca, ma poi ho iniziato a scrivere e mi sono divertito molto.

Laestadius è dotato di un’aura tale da fare un'impressione fortissima anche sul lettore italiano che non ne sa nulla. Che cosa rappresenta ancora oggi la sua figura?

Lars Levi Laestadius era molto più che un prete: era carismatico, intelligente, scrisse di botanica, agricoltura, politica, studiò meteorologia, psicologia. Nel 2000, è stato eletto «L’uomo del millennio», il più grande personaggio nel Nord della Svezia negli ultimi mille anni. Tanti lo vedono come un vecchio duro, rigido. Ma nel mio libro volevo renderlo più vivo e più umano.

E Jussi, il piccolo Sami: sembra un animale selvatico e al tempo stesso un angelo. Chi è, che cos'è Jussi? Che cosa significa «noiadi», nella traduzione del testo «lo sciamano», per la popolazione Sami?

Jussi è il narratore di gran parte di questa storia. Non volevo scrivere dalla prospettiva di Laestadius. Nella realtà Lars Levi educò molti giovani come Jussi, insegnò loro a leggere e a scrivere, a diffondere la sua missione tra i Sami e i finlandesi nel Nord della Svezia. A quel tempo non c’erano scuole regolari per i ragazzi poveri. Jussi appartiene all’antica società dei cacciatori e raccoglitori, come i miei stessi antenati. Educato, muove i primi passi verso il moderno stile di vita. Attraversa la sua metamorfosi con molto dolore. Il piccolo mi piace molto, è ingenuo, semplice, puro. Ed è un noaidi, uno sciamano: tra i Sami precristiani un individuo dal potere magico, poteva predire il futuro, curare malattie, fare lunghi viaggi in sogno, trasformarsi in un animale… Tutto questo scomparve con l’avvento del cristianesimo, lasciando però molte tracce tra i Sami: mia nonna era Sami e ricordo che parlava agli animali e agli uccelli quando eravamo in montagna.

L'amore mette in pericolo Jussi, «la sua amata» è un demonio: perché esporlo a tanta atrocità?

Volevo fare di Jussi l’opposto di Laestadius, che amava le donne e prima di sposarsi ebbe molte fidanzate (ma senza sesso, come scrisse nella sua biografia …). Jussi fugge da una madre terribile e teme le donne. Si innamora della bella Maria, ma questo lo mette a dura prova. Non pianifico mai nei dettagli quanto accadrà ai miei personaggi e ho provato io stesso terrore quando ho realizzato che cosa sarebbe successo al povero Jussi.

Un altro diavolo si aggira per Pajala, un assassino. La gente crede che il colpevole sia un orso, un animale simbolico: che cosa rappresentava per la gente di Pajala nell’Ottocento?

L'orso è un mito per molti di noi al Nord, sembra un gigante quando si alza sulle gambe posteriori. Mi capita di vedere le orme degli orsi quando cammino per le foreste, trovo i loro escrementi, ma il bestione è così timido che non lo si incontra quasi mai. Ti osserva, ma non ti accorgi che si nasconde tra i cespugli. Ho visto centinaia di alci e migliaia di renne nella mia vita, ma un solo orso selvatico. Il nonno di mia nonna Abraham Tellstrom, un Sami, era un cacciatore di orsi, ne uccise più di trenta e compose un joik tradizionale Sami, un canto sull'orso, conservato all’archivio nazionale svedese. Ho assaggiato una volta la carne d’orso, ma l’alce e la renna sono più buoni. Laestadius una notte sognò che un orso giaceva sotto il suo letto, scrisse che era un simbolo della forza spaventosa dei diavoli.

La natura lappone è una presenza possente nei suoi libri. Certe sue descrizioni della rigidità invernale dei boschi o del disgelo primaverile fanno venire la pelle d'oca…

Qui al Nord, la natura è così enorme e impressionante che non può non diventare un personaggio. Trascorro molto tempo a caccia di alci e uccelli, vado a pesca e faccio trekking con i miei figli in montagna. Proprio ora, a fine novembre, c’è un fantastico strato di ghiaccio sul grande fiume Torne, ci pattino per molti chilometri nella breve luce del giorno. Mi sembra di volare, o di ballare su una pista gelata e provo una tale felicità, uno stato di non-mente, di meditazione, di sogno ...

Come trascorre il suo tempo a Pajala tra un libro e l'altro? Si prende tutto il tempo che le occorre per scrivere un nuovo romanzo, almeno tre o quattro anni: si avverte, leggendo, che la sua è una scrittura maturata a lungo. Che cosa succede durante questa gestazione?

Scrivo anche altro, tra un romanzo e l’altro: articoli per i giornali, testi per la radio e la TV. Compongo inoltre testi teatrali, un mio dramma viene rappresentato proprio in questi giorni nei piccoli villaggi intorno a Pajala, una commedia sulla caccia all'alce, recitata nel nostro dialetto finlandese locale. Oltre a ciò suono in una band con un amico, suono il basso e la chitarra, e canto nel coro nella nostra parrocchia. E poi lavoro nella foresta, taglio gli alberi con la mia sega a catena, riparo vecchie case, raccolgo bacche e funghi, vado a pesca, coltivo patate, carote e molte altre verdure nel mio orto. Durante l’inverno sono ossessionato dallo sci, sia da fondo che alpino da discesa. E viaggio anche molto, in numerose occasioni mi capita di parlare della mia scrittura su varie scene in tutta la Svezia. Scrivo lentamente, sì, forse perché ho iniziato come poeta, e scrivere non diventa più facile o più rapido con l’età.

Come vive il successo strepitoso ottenuto vent’anni fa con Musica rock da Vittula? Con quella storia, poetica e travolgente, ha sedotto milioni di lettori in Svezia e nel mondo. Da allora lei è una celebrità. In che modo la letteratura ha cambiato la sua vita?

Siamo tutti delle celebrità qui a Pajala, tutti sono ben noti nella nostra piccola comunità, siamo solo duemila abitanti nel mio villaggio. Però sì, in effetti quel romanzo ha cambiato la mia vita in molti modi. Da allora la mia situazione economica è molto migliorata, posso mantenere la mia famiglia senza dovermi preoccupare del prossimo stipendio in arrivo. È stato anche positivo per la mia autostima, ho imparato a fidarmi delle mie capacità di scrittura e mi sono sentito libero di seguire il mio estro e la mia strada. Mi appassionano moltissimo le storie di narrativa orale, tutte le storie che sentivo raccontare da bambino e che mi attorniavano mentre crescevo. Le persone comuni erano veri e propri autori che creavano con la voce, non scrivendo. Ricerco questa stessa sensazione quando scrivo, quella di una voce viva, una voce che parla, cerco il ritmo, il ritmo della parlata sonora, e l'umorismo tipico delle storie orali. A volte ho più voglia di parlare che di scrivere, quando sto lavorando a un nuovo libro. Ma poi metto tutto sulla carta. E spero davvero che la gente continui a leggere romanzi, a scoprire tutti i tesori che li aspettano nelle nostre biblioteche, e non solo a guardare i loro smartphone...

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