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Approfondimento

La donna che visse senza il tempo. Il nuovo romanzo di Jón Kalman Stefánsson

Data | Martedì 20 Novembre
Orario | 15:31

Recensione di Andrea Bajani uscita su La Repubblica il 19 novembre 2018

Il tempo a cui Jón Kalman Stefánsson ha abituato i suoi lettori, sin dai suoi primi libri, è quello dell'eternità. Pur nella sua piccolezza, l'uomo sta di fronte alla natura islandese, che è più forte, e in un istante può gettarlo in fondo al mare. L'uomo soccombe, ma ciò nondimeno non rinuncia a stare dentro il ciclo della vita, a essere cosa tra le cose. Così è stato, e così sarà per sempre, in un ciclo che è fondamentalmente senza tempo. Paradiso e inferno (Iperborea, 2011), era l'esempio più compiuto di quel conto con l'eterno: il tempo della tragedia, in cui l'uomo se la vede con il cosmo.

Stupisce dunque solo in parte che il nuovo romanzo di Stefánsson, Storia di Ásta (tradotto magistralmente da Silvia Cosimini) abbia il suo centro in un tempo scalmanato, che non si lascia addomesticare dalla storia. Che cioè la storia di Ásta, per l'appunto, sia raccontata per salti temporali svirgolati, dal suo concepimento su un tavolo di cucina alla sua vecchiaia, e poi tornando indietro, passando per un'adolescenza complicata e una gravidanza che invece di portare unione, porta lontananza e malinconia.

"Da quando il primo ricordo mette radici nella nostra coscienza smettiamo di percepire e pensare il mondo in maniera lineare, viviamo tutto allo stesso tempo, gli eventi passati e quelli che stanno accadendo. Eppure il desiderio di continuità è molto forte. La continuità ci dà l'impressione che ogni vita abbia un senso". Stefánsson in fondo dice questo: è solo per arroganza e desiderio di semplificazione che noi mettiamo il passato prima, e dopo tutto il resto. Il tempo va per i fatti suoi, il passato ci prende alle spalle quando vuole: Ásta è giovane e adulta insieme, è una bambina lasciata sola con la balia ed è la signora che scrive tardive lettere d'amore.

Per questo, Storia di Ásta è, tra tutti i suoi romanzi, il più spericolato e il più libero: c'è un uomo in terra, Sigvaldi, padre di Ásta, che a un passo dalla morte, in una specie di delirio, cerca di ricapitolare la storia della sua famiglia, del fratello poeta, della moglie infelice, delle figlie, una costretta alla malinconia, l'altra scomparsa troppo presto. Stefánsson non si cura che il lettore perda il filo, che la trama sfugga a chiunque provi a stare in questa storia. Non si cura nemmeno degli errori che lui stesso compie: "Un errore, cominciare il racconto come ho fatto io. E poi ne ho commesso un secondo nel mostrarvi la lettera. […] Ma senza errori, è ovvio, non c'è vita".

Dopo averci abituati a raccontare in maniera spietata la verità dei suoi personaggi, presi nella morsa della natura e del destino, con questo romanzo Stefánsson ci racconta la verità di chi scrive. A un primo sguardo Storia di Ásta potrebbe sembrare un romanzo metaletterario, agli antipodi dunque delle sue prove precedenti, così impregnate di fato e di tragedia. Il Tristram Shandy di Laurence Sterne sembra il suo nume tutelare, e il gioco del romanzo che si diverte a parlare del romanzo il suo motore.

Eppure, mettendosi sulla pagina per la prima volta (un esempio, tra tanti: "Ricordo che una parte di me ha esultato quando Donald Trump è stato elettro presidente egli Stati Uniti"), l'autore de Il cuore dell'uomo sottopone se stesso allo stesso trattamento che riserva ai propri personaggi. Scrivere una storia è mettersi di fronte alle intemperie del linguaggio, e non è detto che ci si riesca a salvare.

Si attribuisce agli scrittori il potere di salvare delle vite, quanto meno dei personaggi che lui stesso inventa. Ma lo scrittore è il primo a stare in mezzo ai flutti, il primo a naufragare tra le righe; l'alfabeto non è una scialuppa sufficiente: "Ero seduto alla scrivania, stavo osservando distratto il blu glaciale dell'oceano e ragionavo tra me su come poter aiutare Ásta. E attenuare il dolore che le prova quell'assenza. Sarà possibile, visto quanto è successo, visto com'è andata? O meglio, quanta forza hanno le parole?".

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