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La speranza del piccolo marocchino è morta prima di nascere

Data | Martedì 30 Ottobre
Orario | 12:17

Recensione di Elena Loewenthal a "La morte di Murat Idrissi" di Tommy Wieringa , pubblicata su Tuttolibri La Stampa sabato 27 ottobre 2018

Tommy Wieringa, scrittore olandese classe 1967, non è nuovo al tema della migrazione. Nel 2014 uscì infatti in italiano per Iperborea il suo romanzo "Questi sono i nomi": se il titolo è la traduzione del nome con cui l'ebraico chiama il libro biblico dell'Esodo, cioè ele shemot, il teatro del racconto non è il deserto del Sinai in cui vagano i figli d'Israele, bensì le steppe dell'Asia Centrale, dove sette disperati profughi non hanno altra meta se non verso un occidente completamente ignoto. Parabola "perfetta" dei drammi di questo presente, quel romanzo è diventato una sorta di terreno narrativo eletto per questo autore, il fondamento della sua ispirazione.

"La morte di Murat Idrissi", che esce in questi giorni nella traduzione dal neerlandese di Elisabetta Svaluto Moreolo sempre per Iperborea, è un libro molto diverso dal precedente, per ambientazione e toni. Ma al centro c'è sempre il dramma della migrazione, di chi è costretto a spostarsi da un luogo all'altro del mondo, per sopravvivere. Forse.

E' questo un romanzo breve, dalla prosa sincopata. Come se la frase a volte si strozzasse. Come se tutto dovesse correre verso una meta di cui non è dato nulla o quasi sapere. La storia ha il fiato corto, e così anche i suoi protagonisti. Al centro della vicenda, con le loro voci ci sono Ilham e Thouraya, due ragazze olandesi di origine marocchina, che vanno in Marocco per le vacanze. O meglio, per scoprire qualcosa di quel mondo cui appartengono ma di cui non sanno nulla. Troverrano assai più mistero di quanto non s'immaginassero: nelle prime pagine il lettore le accompagna nell'esplorazione della natura ma soprattutto di un'umanità povera di tutto. E così, le due ragazze attraverseranno lo stretto di Gibilterra, sulla via verso "casa", con tante certezze in meno di prima e un peso in più.

Il peso è il corpo morto di Murat. "Ha le ciglia lunghe per essere un ragazzo, pensa Ilham. Forse un giorno guadagnerà abbastanza da potersi pagare un dentista. Forse troverà persino moglie". Murat è poco più che un bambino, sua madre implora di nasconderlo nel baule dell'auto per fargli varcare quello e tanti altri confini, dargli una specie di speranza di vita in più. Si apre così l'assurda trattativa che vede da una parte la madre che chiede di portar lontano il proprio figlio, i dubbi e le paure delle ragazze dall'altra. Ilham e Thouraya sono molto diverse fra loro, ma c'è qualcosa che qui in Marocco le accomuna nel profondo: lo sgomento di fronte a un mondo disperato come quello che si trovano davanti, e la consapevolezza di quale sarebbe stato il loro destino se i loro genitori non avessero vissuto un esodo più o meno come quello di cui dovrebbero ora rendersi complici, nascondendo il ragazzo nel baule della loro macchina.

Alla fine le ragazze acconsentono. Ma una volta attraversato lo stretto di Gibilterra, scoprono di avere affidata non la vita di Murat ma un cadavere con un braccio proteso fuori dal baule della macchina e gli occhi pieni di sangue. E comincia così una corsa folle e disperata per sbarazzarsi di quel carico.
"Benché la frattura tra la placca euroasiatica e quella africana non sia che un graffio sulla crosta terrestre, separa risolutamente le parti del mondo. Qui è qui e là e là", così comincia la storia che Wieringa racconta con forza. Sono in realtà tante storie: ogni anno, ai lati delle autostrade andaluse, vengono trovati centinaia di morti anonimi, uomini e donne che non sono sopravvissuti a quella traversata da un mondo all'altro. E poi c'è la storia di Ilham e Thouraya e con loro di tutta quella seconda generazione figlia di migranti, ancora sospesa fra un mondo e l'altro, fra la piena integrazione e il richiamo di radici ignote. Ilham e Thouraya sono un poco straniere su entrambe le sponde dello stretto, vagamente affascinate dalle origini ma non certo disposte a rinunciare alle libertà della società in cui sono nate e cresciute. E poi c'è Murat, che non parla mai in tutto il romanzo, ma il cui corpo, prima vivo e poi morto, sempre più livido, fetido e ingombrante, è davvero il protagonista della storia, in quella torrida estate al sud della Spagna, a bordo di un'auto scalcinata con il suo carico ingombrante di corpi vivi e morti, di paure e sentimenti contrastanti.

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