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Approfondimento

Sjöberg, Saggi ostinati e contrari

Data | Martedì 09 Ottobre
Orario | 11:31

Recensione di Massimo Onofri pubblicata su Avvenire il 12/09/2018

Che Fredrik Sjöberg -nato in Svezia nel 1958 e ora residente sull’isola di Runmarö, dell’arcipelago di Stoccolma (la stessa in cui si ritirò burrascosamente Strindberg per alcune estati) - sia uno scrittore insolito e sorprendente, di difficile classificazione, e uno scienziato (tra le molte altre cose) che adopera come pochissimi le armi della Letteratura per raccontare del suo rapporto con la Natura, è già perfettamente certificato dai libri che Iperborea è venuta traducendo per i lettori italiani tra il 2015 e il 2017: "L'arte di collezionare mosche", un trattatello morale e metafisico che si fonda sulla sua grande passione per i sirfidi, insetti tra i più inermi del creato; "Il re dell'uvetta", su Gustaf Eisen, collaboratore di Darwin, esperto di lombrichi e poi pioneristico promotore della coltivazione dell’uvetta in California; "L'arte della fuga", ove si restituisce la figura di Gunnar Widforss pittore di acquerelli «un po' irreali», perlopiù di pini, ignorato in Svezia e invece assai amato negli Stati Uniti, legato com’è al mito dei parchi nazionali e del Grand Canyon. Arriva ora -per lo stesso editore e opportunamente dotata d’un indice dei nomi- "Perché ci ostiniamo", una raccolta di nove scritti -«saggi» li definisce nei Ringraziamenti-, per un titolo che deriva dal racconto generato da uno straordinario autoritratto fotografico di Strindberg e da quanto si poteva leggerne sul retro.
Già, i titoli, che da soli confermano questa disposizione di Sjöberg a parlare di tutto per parlare di sé, e a parlare di sé per parlare di tutto: "Bing!; Sulla tomba di Thomas de Quincey; Anna e Rutger; Papà"; e così via. Dentro ci si può trovare di tutto: da un’escursione a Streitberg del 1793 di Wilhelm Heinrich Wackenroder e Ludwig Tieck (l’inizio del Romanticismo tedesco, secondo lo scrittore) al caso di Lars Jonsson, pittore d’uccelli di formazione accademica, capace di guadagnare il «centro della scena» al tempo «delle videoinstallazioni provocatorie»; dal meraviglioso ritratto di Anna Lindhagen, la coraggiosa madre del movimento ecologista svedese, che incontra Lenin a Stoccolma nella primavera del 1917, alla restituzione di aspetti ignorati -una meravigliosa e lunga lettera- della vita del padre dopo la sua morte.
Questo libro, però, ha qualcosa di diverso da tutti gli altri, perché a Sjöberg non basta mostrarci che tipo di scrittore sia, semplicemente operando, sulla pagina, come sempre fa. Sjöberg è andato oltre: nel racconto "Sull’arte di scrivere saggi" ha voluto infatti offrirci una riflessione sul genere che ha scelto di praticare epperò, nel mentre dipana le sue considerazioni -diciamo così- teoriche, ci mostra, scegliendo il tema da svolgere, come un saggio nasca, si strutturi e infine raggiunga il suo scopo. Il tema è, al solito, tra i più curiosi: un capitolo di storia della Svezia, tra il 1718 e il 1726, ricavato dalla lettura di una tesi di dottorato del 1848, "Sui progetti e i provvedimenti della Svezia in relazione ai pirati del Madagascar 1718-1727": quando, cioè, la corona svedese tentò, per rapidi e ingentissimi guadagni, un accordo finalizzato al reciproco vantaggio, trasformando in colonia la loro base, l’Isola di Santa Maria, situata, appunto, di fronte alla costa nordorientale del Madagascar.
Le due precondizioni poste da Sjöberg sono queste. La prima: il lettore deve avere tanto tempo a disposizione, perché il saggista «può, e deve, prendersela comoda». La seconda: non potendo essere sicuro che il lettore sia interessato, deve usare con scaltrezza tutti gli accorgimenti a che ciò avvenga. Fondamentale, poi, non confondere il saggio con la «dissertazione», scritta per gli specialisti e al grado zero di confidenza col lettore: soprattutto perché lo scrittore di saggi dovrà assolvere al «proprio compito come se si trattasse di un’impegnativa conversazione a tavola in una cena elegante». Senza dire, poi, dell’importante comandamento «di non evitare mai deviazioni» e digressioni. Tra le tante affermazioni che Sjöberg ci affida per parlare del saggio -o meglio: il suo modo di intendere la scrittura- mi piace ricordare questa, davvero illuminante: «Tanti scrittori devono dedicare tempo e fatica per far sì che le loro menzogne sembrino verità, ma altri, e io tra questi, fanno il contrario: piegano le verità in forma di menzogna». Non si poteva dire meglio: a giustificare il potere ipnotico che ha l’affabulazione in queste prose.
Come si vede, si fa presto a dire saggio: per delle prose che, appunto, continuamente travalicano i limiti classici del personal essay e oltrepassano se stesse. Così come si farebbe presto a dire Montaigne. La mia convinzione, infatti, è che -fermo restando l’antico magistero del padre di tutti i saggisti- si debba includere Fredrik Sjöberg in una famiglia di prosatori, ormai sempre più vasta, non so a -dire il vero- quanto da lui letti, tra i quali si possono contare, cito così come mi vengono in mente, il Cees Nooteboom di "Tumbas" (2007), il Peter Handke di "Saggio sul luogo tranquillo" (2012) e "Saggio sul raccoglitore di funghi" (2013), per risalire sino al Winfried Georg Sebald di "Vertigini" (1990), "Gli anelli di Saturno" (1995), o "Soggiorno in una casa di campagna" (1998), che ha fatto propria, in qualche modo razionalizzandola, la suggestiva lezione del Robert Walser d’un libro come "La passeggiata" (1917). Scrittori, se m’è consentito dirlo, che hanno fatto della scrittura un modo di stare al mondo, sia nella variante del sostare che in quella del peregrinare, prima ancora che un atto di conoscenza. Meglio: che si dispongono alla conoscenza del mondo proprio a partire dal modo di abitarlo. E che, nell’invenzione del vero, hanno consegnato al carico immaginativo della loro stessa scrittura un ruolo di importanza pari a quello della ragione. Inutile dire che alle loro spalle c’è il Rousseau del suo libro più misterioso, "Le fantasticherie del passeggiatore solitario" (1782).

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