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Intervista

La storia incredibile di Rudy Truffino, l'uomo che ha perso se stesso nella giungla e diventò Fitzcarraldo (ovvero: dialogo con Jan Brokken)

Data | Martedì 04 Settembre
Orario | 10:44

Intervista pubblicata il 31 agosto su Il Giornale e pangea.it a cura di Davide Brullo.

Se dovessi esagerare direi. L’Indiana Jones che inventò Fitzcarraldo. Ovviamente. Fitzcarraldo era nella testa di Werner Herzog da un pezzo. Però. Sarà per la somiglianza – quel viso scavato in modo indecente – con Klaus Kinski. Sarà per quell’aneddoto. Arrivavi nella Gran Sabana, l’immenso altopiano del Venezuela, dove si getta la cascata più alta del mondo, il Salto Angel, fuori dal convegno degli uomini, dove avverti l’ispirazione delle anaconde e il cicaleccio dei giaguari e… l’ouverture del Don Giovanni di Mozart. La quintessenza dell’arte occidentale in uno dei luoghi più selvaggi al mondo, in quegli anni, poi “un territorio pressoché ignoto; dal punto di vista scientifico ancora inesplorato quanto la luna”. Come Fitzcarraldo – che in realtà si chiama Brian Sweeny Fitzgerald, irlandese d’origine – che vuole costruire un teatro per l’opera nei recessi dell’Amazzonia, e farvi esibire Caruso. L’uomo che ascolta ossessivamente il Don Giovanni si chiama Rudy Truffino, origini italiane – il nonno, orafo di talento, Carlo Giuseppe Domenico Truffino, veniva da Pognana Lario, sul lago di Como, e la nonna, Marta Maria Peverelli, pare avesse soddisfatto le voglie del re d’Olanda, affascinato da lei oltre che dai gioielli raffinati dal Truffino – nato in Olanda, che ha lasciato tutto per la vita nella giungla. Rudy Truffino, ribattezzato “Jungle Rudy” dalla troupe americana di Green Mansions, modesto film del 1959 ambientato in quel grumo selvaggio di mondo, con Audrey Hepburn e Anthony Perkins, è l’Indiana Jones della Gran Sabana: porta in giro ricercatori, naturalisti, nobili – il principe Carlo gli diede un po’ di noie, troppo schifiltoso – e si gode la bestiale solitudine, pur con moglie appresso – e matrimonio disastrato. Rudy, nella giungla, ascolta l’opera e legge tanti libri: forse non è un caso che si sia ritirato per sempre nel nulla venezuelano quando Alejo Carpentier pubblica I passi perduti, nel 1953 (Carpentier “partecipò a una delle prime spedizioni geografiche nella Gran Sabana, riversando poi le proprie esperienze nei Passi perduti, un romanzo sulla giungla, sui rapporti tra bianchi e indios, e sulle forme di musica più primitive; un romanzo in cui Truffino sembrava rispecchiarsi parola per parola”). Ora, però, “alla fine degli anni Ottanta”, Werner Herzog scopre l’incarnazione di Fitzcarraldo. Va a trovare Rudy Truffino nella Gran Sabana. Si parlano. Si confessano. “Truffino ascoltava le sue storie e le capiva; quell’uomo aveva fatto di tutto per realizzare i suoi sogni. Come ringraziamento per il viaggio al Salto Angel, Herzog gli mandò un nastro con la colonna sonora del film, e da allora la voce di Caruso risuonò regolarmente nelle foreste intorno a Ucaima”. Questo è soltanto uno – esemplare – tra i tanti aneddoti della vita di Rudy Truffino evocati da Jan Brokken in un libro di lussureggiante bellezza, Jungle Rudy (Iperborea 2018, pp.320, euro 18,00), tanto da evocare, nel 2006 – il romanzo esce in Olanda nel 1999 – un documentario omonimo. Brokken è geniale nello scandaglio delle vite altrui, dissotterrando episodi remotissimi, disseminando il racconto – che di volta in volta è reportage e detective story, romanzo d’avventura e analisi psicologica – di meraviglie: come aveva fatto, con diversa strategia, nel Giardino dei cosacchi, raccontando Dostoevskij, come ha fatto in Bagliori a San Pietroburgo (entrambi i romanzi sono in catalogo Iperborea) rilevando le fantomatiche esistenze di Anna Achmatova, Vladimir Nabokov, Sergej Esenin… In Jungle Rudy, senza frizioni hollywoodiane, non si cela il dolore, c’è una clamorosa storia d’amore e c’è, su tutto, il desiderio di Brokken di conoscere quell’eccentrico esploratore (“Volevo vedere la leggenda in carne e ossa; volevo sentirlo parlare, ridere, imprecare, vantarsi; volevo vedere con i miei occhi quel corpo temprato da quarant’anni di vita nella giungla”). Un desiderio, va da sé, insoddisfatto – ma è il cerchio che non si chiude, sempre, a dare avvio all’infinito labirinto della letteratura.

Come è nata l’idea di questo libro? In assoluto, come sceglie i suoi soggetti: conta lo studio, l’intuizione sporadica, la casualità?

Un libro dà nascita a un altro. Avevo scritto di avventure e di esploratori come il conte Pietro Savorgnan di Brazzà, Paul Belloni Du Chaillu, Paul Crampel e Henry Morton Stanley nel mio libro africano, The Rainbird, pubblicato in Olanda nel 1991 e in inglese nel 1995. In quello stesso anno, nel 1995, viveva nell’isola caraibica di Curaçao e alcune persone mi raccontarono di Rudy Truffino, una versione attuale del classico esploratore e avventuriero, che viveva nella Gran Sabana, in Venezuela. Bene: dalla terrazza della mia casa a Curaçao potevo vedere, durante le giornate limpide, le montagne del Venezuela. L’idea che potessi trovare lì, nel folto della foresta, un autentico esploratore mi eccitava. All’inizio pensavo che fosse italiano, ma quando ho saputo che era cresciuto a L’Aia e che suo nonno era italiano e suo padre un banchiere olandese, sono rimasto stordito. Potremmo dire: questa è intuizione, questo è il caso. Io dico: questa è una storia che fa per me.

In “Jungle Rudy” ci affascina, tra le altre cose, il mito della giungla, del ‘selvaggio’, l’esilio dal mondo civilizzato. Lei è uno scrittore: ama la solitudine o preferisce la compagnia del suo prossimo? Intendo dire… non è stato rapito dal desiderio di fare come Rudy Truffino e colonizzare un mondo vergine? Forse è quello che lo scrittore fa attraverso la letteratura…

Penso che nel profondo di ciascuno di noi viva il desiderio di andare nel completo ignoto, in una delle ultime zone vergini del pianeta… Nel profondo della nostra anima siamo tutti Rudy Truffino. Ma non abbiamo il coraggio di andare fino in fondo, perché, allo stesso momento, siamo legati alla nostra famiglia, ai nostri amici, e non abbiamo la forza di lasciare tutto alle nostre spalle, decidendo di non tornare mai più indietro. “L’ottimo viaggiatore”, dice un proverbio cinese che cito in Jungle Rudy, “sa dove sta andando; il viaggiatore perfetto dimentica da dove è venuto”. È assolutamente vero. Ovviamente, in quanto scrittore sento molte cose in comune con un esploratore: quanto inizi a scrivere un libro, hai davanti a te le pagine bianche, un mondo vergine a cui devi dare un viso e una forma; non hai idea di cosa accadrà durante i due o tre anni che ti ci vorranno per scrivere il libro. Ma in effetti, non lasci la tua casa. Durante la mia giovinezza ho desiderato vivere lontano dalle mie radici, nei tropici, in un ambiente strano e selvaggio. Quando ho iniziato a viaggiare, il mio obbiettivo era ‘lontano, il più lontano possibile’. Ho vissuto a lungo all’estero, il soggiorno più lungo, all’altro lato del mondo, è durato dieci anni. Ma non ho tagliato i legami con la mia famiglia, con le mie amicizie, con i miei colleghi scrittori. Se l’avessi fatto, cosa sarebbe successo? Questo è il motivo per cui ho voluto incontrare Rudy Truffino. Quando ero seduto sull’aereo – un DC 3 davvero vecchio – verso Ciudad Bolivar, avevo centinaia di domande in testa per Rudy, che sembravano una canzone di Bob Dylan: come ci si sente, da soli, senza una casa, come un completo sconosciuto, come una pietra rotolante, like a rolling stone…

Cosa la affascina nello studiare, con un talento da speleologo, le vite degli altri? Non è più interessante scrivere un romanzo totalmente inventato?

In questo caso, sarai sempre limitato dalla tua facoltà immaginativa. Molto presto ho scoperto che la nostra immaginazione non è così vasta come pensiamo. Avrei potuto immaginare un uomo come Truffino. Un uomo che si è lasciato tutto alle spalle, che non vuole più tornare nei luoghi che ha abbandonato. Ma non avrei potuto immaginare che un giorno, innamoratosi di una donna olandese, volesse tornare in Olanda. Era totalmente libero, ma ha trovato, con l’amore, una nuova catena. Come ho scoperto ciò? Tra le centinaia di lettere che ho trovato nello studio di Rudy a Ucaima, ho scoperto una busta piuttosto grossa, con scritto a grosse lettere “RISERVATO”… la cosa, ovviamente, ha stuzzicato la mia curiosità. La lettera era di Els, il suo indirizzo era riportato all’interno e fu facile trovarla: vive ancora nello stesso luogo. Non voleva ricevermi, per cui abbiamo parlato al telefono, o per lettera. In questo modo ho conosciuto una delle più belle (e disperate) storie d’amore che abbia mai scritto nella mia vita. Tramite quella storia, ho cominciato a capire Rudy. Tra la giungla e Els, lui ha scelto la giungla. Perché voleva perdere se stesso nella giungla. Non c’era una via di ritorno per lui. Puoi uscire dal mondo civilizzato, ma non puoi tornarci, dopo aver passato troppo tempo nei luoghi selvaggi.

Quanto di romanzato c’è nella storia di “Jungle Rudy”? Quando di Jan Brokken si riflette in “Jungle Rudy”?

Niente di romanzato. E tutto di me si riflette in Rudy. Ho scovato migliaia di fatti che riguardano la sua vita. Ne ho descritti un centinaio. Come ho operato le mie scelte? E perché? Vengo da una famiglia terrorizzata dalla Seconda guerra mondiale. Rudy lascia l’Europa perché è stato testimone di un bombardamento nella sua città, L’Aia. Ne fu disgustato. Questo sarebbe il mondo civilizzato?, si è chiesto. Ma, questo è il paradosso, non poteva vivere senza Mozart nella giungla. Questo mi rappresenta. Ma non l’ho inventato: Rudy aveva migliaia di dischi, se approdavi al fiume, potevi sentire da molto lontano il Don Giovanni… Sono uno scrittore, eppure mi creo sempre un film nella mente. Per me, questo è l’inizio di un film: arrivi lentamente nell’ansa di un fiume, vedi da lontano un campo, senti il Don Giovanni… L’ultima città è a 700 chilometri dietro di te… Sei nel mezzo del nulla. E lì: la più formidabile ouverture dell’opera europea… Rudy non potrebbe vivere senza quella – che è la summa del nostro terribile continente. Non potrebbe vivere senza dischi e libri… Ma nessuno me lo ha detto. Tutti parlavano delle sue spedizioni, dei giaguari, delle anaconde… I soli testimoni erano i dischi, i libri, ho trovato Von Humboldt e Alejo Carpentier nella sua libreria. Più tardi, ho saputo che Werner Herzog era andato a trovare Rudy Truffino perché aveva intenzione di girare Fitzcarraldo in quei luoghi. Rudy gli ha dato dei consigli…

È stato più difficile scrivere di Rudy Truffino o di Dostoevskij – è più difficile scrivere il romanzo di un uomo dei nostri tempi o di una leggenda già storicizzata?

Quando sono arrivato in Venezuela – non sapevo nulla di Rudy Truffino. Niente della sua vita, delle sue avventure, della moglie austriaca, delle tre figlie. Avevo soltanto una vaga immagine di lui. Ho scoperto molto di lui quando ho rintracciato, nel folto della foresta, i Pemon che gli hanno salvato la vita. Il loro punto di vista intorno a questo uomo bianco era assai diverso da quello degli altri, compresa la figlia Sabrina. Ho dovuto creare questo personaggio molecola per molecola, e se non l’avessi fatto, nessuno avrebbe conosciuto la vita di questo uomo straordinario. Nel caso di Dostoevskij, c’era un altro problema: tutti lo conoscono, tutti hanno un’opinione su di lui, perfino quelli che non hanno mai letto un suo libro. In quel caso, ho costruito il mio ritratto su alcune lettere sconosciute e sulle memorie di un amico completamente dimenticato, Alexander von Wrangel. Ho dovuto modificare l’immagine di Dostoevskij, per modificare le convinzioni su di lui: nel mio libro Dostoevskij è una persona diversa dal famoso scrittore. E alcune persone l’hanno odiato. Soltanto un paio di settimane fa un critico danese ha scritto che Il giardino dei cosacchi è un libro insano, indecente, che mostra un uomo in modo spietato. La mia non è una forma di voyeurismo, ma la scoperta di un uomo reale, un uomo nuovo, come direbbe Georges Simenon, e quell’uomo è incredibilmente più interessante della figura storica, della statua… Scrivendo di Rudy Truffino, ho dovuto creare la leggenda; scrivendo di Dostoevskij, dovevo distruggere il mito e mostrare un uomo in carne e sangue. In entrambi i casi, è stato un esercizio estremamente difficile ed estremamente istruttivo. Come un lungo viaggio nella giungla…

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