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Intervista

In difesa di Ted Hughes: intervista a Connie Palmen

Data | Giovedì 19 Luglio
Orario | 10:53

Intervista a Connie Palmen per L'Indice di Alice Pisu del 10 luglio 2018

Connie Palmen è una scrittrice olandese. Il suo ultimo romanzo, Tu l’hai detto, è pubblicato in Italia da Iperborea e racconta la vicenda personale e letteraria di una delle coppie più affascinanti della letteratura del Novecento: Sylvia Plath e Ted Hughes.
Connie Palmen è stata intervistata da Alice Pisu .

Da cosa nasce la scelta di raccontare la vicenda personale e letteraria di Sylvia Plath e Ted Hughes per voce e dalla prospettiva di quest’ultimo?

Avevo letto moltissimo su Sylvia Plath, sono una trentina le biografie pubblicate. Ted Hughes era ancora vivo e lo immaginavo costretto a leggere del suo matrimonio, di come si erano innamorati, dei loro figli, il racconto del suicidio e l’attribuzione della colpa a lui perché si era innamorato di un’altra donna. C’era solo una biografia in circolazione raccontata dal suo punto di vista. Ho scelto il romanzo per dare voce a Ted Hughes e consentire di raccontare a lui la storia. Sono stata aiutata dalla sua ultima raccolta di poesie, Birthday Letters, dove dopo trentacinque anni rompe il silenzio. Questi componimenti sono stati all’origine della scrittura del mio romanzo.

In questa sua scelta di strutturare il romanzo sotto forma di un flusso interiore ininterrotto, che rappresenta una confessione intima, dove risiede il confine tra riferimenti biografici e l’inevitabile componente di finzione insita nella narrazione?

La relazione tra la storia, la fiction, il racconto, il linguaggio e la realtà è sempre difficile da individuare perché non è mai uguale. In fondo non occorre definire la realtà in sé, che può anche non essere così interessante, ma capire quando si è davanti a una storia. E quando accade, bisogna imparare a definire cosa sia vero o meno, e quanto sia frutto di un’interpretazione o di un punto di vista. È per questo motivo che il titolo è Tu l’hai detto: è la tua storia, non la mia.

Il tema del doppio risulta centrale nel romanzo perché si lega alla definizione identitaria tanto per Sylvia Plath, combattuta tra il suo falso io e la necessità di liberare la sua vera voce poetica, quanto per Ted Hughes, attratto dal tema dell’io frammentario. A che esito approda questo conflitto?

Entrambi erano affascinati dalla vita interiore, dal tema del doppio e dalla differenza tra il mondo esterno, la natura, e tutto ciò che invece riguarda il comportamento e la razionalità, per questo si sono trovati, si aiutavano a vicenda: Ted lavorava per liberare la rabbia di Sylvia, considerava la sua poesia troppo educata, e lei vedeva lui troppo ingenuo, perché sembrava dimenticarsi dell’esistenza di un mondo di lettori là fuori. Era molto concentrato sulla natura, amava le volpi, gli alberi, la pesca. Lui cercava di liberare la sua anima rabbiosa e lei di trasformarlo in un uomo di mondo, in un poeta eletto dagli altri. È questa la storia del loro amore: il tentativo di liberarsi l’un l’altro.

Risultano però incapaci di liberare se stessi. In questo ritratto inedito del loro amore emerge la convinzione di aiutare l’altro a sconfiggere i suoi demoni ma l’incapacità di farlo con i propri. È stata questa dipendenza a rinsaldare il loro legame?

Tutte le storie d’amore tragiche funzionano con quest’idea di salvare l’altro, esiste il complesso del salvatore in cui uomini e donne nascono con questa pulsione. Sylvia fantasticava di offrire se stessa, la punta estrema di questa fantasticheria di fatto era il suicidio che in qualche modo considerava un onore: è la fantasia suprema del cattolicesimo, richiama il sacrificio di Gesù che si offre all’umanità. Ted aveva una vera e propria passione nei confronti delle donne che sentiva di poter aiutare a sviluppare il loro talento, spesso nevrotiche. In fondo, non esistono storie d’amore senza una forma di dipendenza reciproca.

Il romanzo scioglie il grande fraintendimento nell’interpretazione della poetica di Ted Hughes come glorificazione del male. Che ruolo assumono la religione e la letteratura in rapporto al male e alla violenza nel suo pensiero?

Ted Hughes osservava la natura e ciò che vedeva era violenza pura. È dalla storia dell’umanità che abbiamo chiamato male ciò che nella natura è violenza. Hughes era affascinato dalla natura, studiava quella violenza pura, priva di ogni forma di peccato, priva di un dio che esercitasse un controllo o dettasse leggi. Osservava come nel mondo animale esiste sia la lotta che l’aiuto reciproco. Il male nasce con la storia dell’uomo e Hughes, da junghiano e da amante delle metafore, sapeva che era importante conoscere le proprie violenze perché da qui nasceva il male dentro di sé, riteneva importante scoprire da dove arrivassero le sue violenze perché altrimenti non era possibile diventare una persona buona. Il suo modo di studiare la natura, le sue rabbie, non era altro che un modo per cercare di purificare se stesso.

Che rapporto viveva Sylvia Plath con un’idea di religione che la portò ad apparire agli occhi di Ted Hughes come una fanatica che cercava di raggiungere una purezza sacra, immolando il suo falso io?

Hughes sentiva l’esigenza di capire il perché del suicidio, portandolo alla follia. La spiegazione a cui approdò è che lei fosse una sorta di jihadista, una fanatica religiosa che cercava a tutti i costi questa purificazione e, come evidenzierebbe Freud, in questo tentativo di Sylvia risiedeva l’odio nei confronti di se stessa, di qualcosa della sua personalità che detestava e che voleva uccidere. Hughes cercava di trovare un senso al suo gesto attraverso la lettura di questo fanatismo: lei riteneva che sacrificando se stessa avrebbe potuto ottenere il perdono ed essere in qualche modo premiata. La cosa folle è che effettivamente il suicidio contribuì alla sua fama mondiale.

Dove si colloca la morte nell’equilibrio fragile tra costruzione e distruzione di sé per generare una nuova nascita letteraria?

Devo scegliere se far rispondere a Ted Hughes o cercare di immaginare la risposta di lei. Sylvia Plath parlava tantissimo della morte e Ted Hughes non capì subito che parlava della propria. Lei voleva essere dove era suo padre, nel regno dei morti, non parlava per metafore come lui credeva: stava descrivendo un desiderio reale. Lui amava la vita in tutte le sue sfaccettature, conosceva anche la morte, la vedeva, essendo legato alla natura, e la infliggeva come cacciatore, per poi smettere di farlo perché lei ne provava orrore. Ted cercava di capire il significato del suicidio e cosa spinge a metterlo in atto. Nelle ultime poesie credo che Sylvia stesse scrivendo contro la morte e stesse cercando di allontanarla, basti pensare alla frenesia con cui scrisse la sua ultima raccolta Ariel.

Sylvia Plath viveva la maternità alternando rifiuto e desiderio, interrogandosi sul suo senso in risposta a una madre “divoratrice” e a un matriarcato opprimente di cui si sentiva vittima. L’urgenza di procreare e quella di arrivare al successo letterario erano tentativi di ottenere l’amore materno?

Quando ha avuto i figli voleva che sua madre fosse il più lontano possibile, aveva paura che lei divorasse, fagocitasse, i suoi figli. È una figura molto minacciosa, quella di Aurelia. Era in grado di darle amore, ma in una forma ossessiva e insana. Sylvia Plath sentiva che doveva fuggire per creare una distanza con quella figura divoratrice. Cercò di accontentare sua madre in tutti i modi, vedeva nel raggiungimento del successo letterario una forma di premio da offrirle, ma permaneva anche una grande quantità di odio. Forse il suicidio divenne anche un modo di punire sua madre.

Che rapporto vivevano con l’immaginazione davanti alla frustrazione provata da Sylvia Plath nel percepire la propria incapacità di riconnettersi con essa, e nella consapevolezza di Ted Hughes che questa fosse l’unica via per unire il mondo interiore oscuro con quello razionale?

Credo che per tutti gli scrittori e gli artisti sia imprescindibile un lavoro di ricerca su se stessi, un tentare di tuffarsi nel profondo del proprio inconscio andando alla ricerca di ciò che non vogliamo ammettere a noi stessi e al mondo. Occorre essere onesti con se stessi, Sylvia riuscì a farlo solo alla fine e osservando Ted, che cercava di fare questo lavoro scavando a fondo nella sua personalità. Lei era più orientata al comportamento, cercava di essere amata. Credo che sia riuscita a scavare nel profondo solo nelle sue ultime poesie, solamente dopo che sapeva che si sarebbe uccisa, è stata questa consapevolezza a consentirle di essere finalmente davvero onesta con sé stessa.

Come riuscì Ted Hughes a sopravvivere al peso dell’eredità letteraria e privata di Sylvia Plath davanti a speculazioni e mitizzazioni tese a deformare quel loro mondo intimo interiore in uno spettacolo a uso e consumo del pubblico?

Sicuramente è stato molto difficile ma lui era sicuro di sé, certo di volersi circondare solo dal silenzio. Si limitava a inviare le sue poesie, si occupava dei suoi figli, andava a pescare. Si era realmente allontanato dal mondo, non solo dell’editoria ma dal mondo in generale. Aveva i suoi amici, aveva i suoi figli, aveva la natura. Questo era diventato il suo tutto.

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