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Approfondimento

The Passenger - Islanda

Data | Giovedì 28 Giugno
Orario | 10:08

Recensione di Nicola Lecca, La Repubblica - 16/06/2018

La formula del libro-magazine, ben radicata nel Regno Unito con Granta, e per vent’anni diffusa negli Usa dall’editore McSweeney’s, approda in Italia col nome di una canzone di Iggy Pop, The Passenger.
Questa nuova pubblicazione, che si candida a diventare un manuale letterario per esploratori del mondo, nasce da una casa editrice del tutto insospettata: Iperborea.
Per non sconcertare i propri lettori abituali, la casa editrice milanese ha scelto di partire dall’Islanda, anche se The Passenger - con la sua cadenza bimestrale - racconterà presto l’Argentina e il Giappone.
Soltanto chi si adatta sopravvive. Vale per le specie viventi, figuriamoci per l’editoria.
Non a caso, il nuovo progetto di Iperborea è ambizioso fin dalla sartoria: formato ibrido, carta di pregio, una grafica ammiccante e progetti fotografici di alta qualità per assecondare la voracità iconografica del popolo di Instagram.
Ciascun numero di The Passenger sarà disponibile anche in e-book e raccoglierà a brogliaccio una dozzina di inchieste e reportage letterari scelti con puntiglio, e inediti in Italia. La scommessa? Mettere a fuoco ciascun paese con gli occhi di chi lo abita: per svelarne luci e ombre, meriti e contraddizioni.
Agli islandesi - così pochi - occorre davvero un’app per non finire a letto con un parente? Perché la loro musica spopola in tutto il mondo? Com’è possibile che una certa partita di calcio abbia raggiunto il 99,8% di share?
Al di là dell’aurora boreale, e ben oltre le nuotate sulfuree nel tepore della Laguna Blu di Grindavík, il primo numero di The Passenger riferisce la lungimiranza del premio Nobel per la letteratura Halldór Laxness - che, già negli anni Settanta, aveva previsto il degrado del patrimonio naturale islandese: oggi minato dai costi occulti della cosiddetta “energia pulita” - ma racconta anche la purezza di una lingua rimasta intatta fin dal Medioevo e il recente periodo di anarchia politica sperimentato da Reykjavík: quando si ipotizzò “l’importazione di ebrei” per avere finalmente in Islanda “qualcuno che di economia ne capisca qualcosa”.
Fra le pagine di The Passenger, tutte stampate su pregevole carta Munken Pure, l’enfant terrible della letteratura islandese Hallgrímur Helgason si stupisce del fatto che, nel suo paese pazzo e vulcanico, i turisti siano disposti a svegliarsi all’alba per assistere a quanto di più tetro esista al mondo: una squallida mattina d’inverno a Reykjavík, nell’equivoca convinzione che l’aurora boreale possa essere “accesa” da un momento all’altro.
Ci sono poi i 17 grammi di piume perse, durante la gravidanza, da ciascuna femmina dell’uccello migratore edredone: una merce talmente preziosa che, mille anni fa, gli esattori delle tasse la accettavano come tributo. Oggi, gli abitanti dei fiordi occidentali islandesi raccolgono tali piume con infinita pazienza, a beneficio di emiri e oligarchi pronti a pagarle fino a dieci euro il grammo pur di dormire coperti da piumini celestiali.
Fra i tanti temi affrontati, The Passenger racconta anche la bramosia di Artico da parte della Cina, che considera la rotta marittima del Nord una vera e propria “via polare della seta” capace di far risparmiare alle sue navi tredici giorni di viaggio rispetto al consueto transito attraverso il Canale di Suez.
I luoghi comuni che rendono l’Islanda un paese pittoresco sono stati raccolti in un capitoletto la cui grafica sfavilla. Gli antidepressivi? Ne fa un uso un islandese su dieci. I figli? La maggior parte nascono al di fuori del matrimonio. Il caffè? A Reykjavík se ne beve molto più che in Italia. Per non parlare del fatto che ci sono decine di pulcinella di mare e almeno cinque pecore per ogni uomo, donna o bambino.
Bisogna ammetterlo: anche grazie alle immagini della documentarista siberiana Elena Chernyshova, questo primo numero di The Passenger è proprio un bell’oggetto: si guarda, si legge e si tiene in mano con piacere. Eppure, chi ha abitato a lungo in Islanda ha l’impressione di trovarsi davanti a un mosaico le cui tessere tratteggiano minuziosamente alcune parti del paese, tralasciandone completamente delle altre.
Un difetto? Una limitazione? O, forse, The Passenger nasce proprio con l’intento di rinunciare alla tirannia della completezza per trasformarsi in un trigger irresistibile, capace di suscitare nel lettore la tentazione di salire a bordo di un aereo: per raggiungere Reykjavík e completare da sé il puzzle di un paese reso seducente proprio perché messo a nudo e privato del belletto che le guide turistiche impongono, chiamando “vibrant” i quartieri malfamati e definendo “meraviglioso” il suggestivo inferno di un viaggio in auto da Reykjavík a Ísafjörður: fra mille curve a strapiombo sull’abisso.

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