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Approfondimento

Se scrivere è dire la gioia

Data | Venerdì 12 Gennaio
Orario | 16:41

Torna in libreria un piccolo gioiello di una grande autrice di lingua svedese, che svela la sua arte e la sua capacità di legare natura e felicità.

Tolstoj ne era convinto e ne dà testimonianza nel celebre incipit di Anna Karénina (1878): solo l’infelicità può chiedere di essere raccontata in un romanzo, se è vero che ognuno la patisce a suo modo, mentre la felicità resta la medesima per tutti, in regime di costante monotonia, appagante per coloro che la celebrano mentre la vivono, ma del tutto priva di attrattiva, al netto magari dell’invidia, per chi si trova nella parte dello spettatore. Non la pensava così Tove Jansson, la narratrice di lingua svedese nata a Helsinki nel 1914 e morta nel 2001, figlia d’uno scultore e di un’illustratrice, la quale era solita ripetere che mai avrebbe cominciato a scrivere senza l’infanzia felice che le era toccata in sorte. Non per caso, la sua fama mondiale è legata soprattutto ai libri illustrati per bambini, che hanno anche ispirato celebri riduzioni televisive: tutti proposti, in Italia, da Salani. Una fama, va aggiunto, di cui la Finlandia è sempre andata orgogliosa: fino al punto di far durare le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno un intero anno, a siglare un amore reciproco, che non ha mai conosciuto incrinature. Se l’abbiamo potuta conoscere anche come scrittrice per il pubblico cosiddetto adulto, ciò si deve al lavoro tenace ed encomiabile della casa editrice Iperborea che, negli anni, ci ha proposto numerosi sui romanzi: da L’onesta bugiarda (1982) a Viaggio con bagaglio leggero (1987), da Fair play (1989) a La barca e io (1998). Torna ora in libreria con la Postfazione di Carmen Giorgetti Cima, alla sua tredicesima edizione, una piccola e deliziosa opera di culto, Il libro dell’estate (1972), che va a comporre un naturale dittico con Il libro dell’inverno (1998).
Ho parlato d’infanzia e felicità: che, nel loro connubio, costituiscono la cifra vera di questo romanzo ambientato in un’isola dell’arcipelago finlandese, l’ultima abitata prima che, annunciato dal Tumulo -e cioè «lo scoglio allungato» a qualche ora di barca col suo piccolo faro-, non ci si spalanchi davanti, vasto e misterioso, il mare aperto. Protagoniste della vicenda sono una nonna e la nipotina orfana di madre, Sofia, mentre, sullo sfondo, agisce un padre discreto, abitudinario e premuroso, col suo amatissimo pastrano, più oggetto che soggetto di osservazione e conversazione. Che rapporto sia quello tra nonna e nipote, grandi chiacchierone, sta tutto in questo scambio di battute, che troviamo quasi all’inizio: «”Quando muori?” domandò la bambina. E la nonna rispose: “Presto. Ma non ti riguarda neanche un po’”». La nonna ha un suo certo candore e uno spiccato senso dell’avventura, oscilla tra un atteggiamento protettivo, materno, e una complicità quasi infantile nella scoperta del mondo e nel gusto della trasgressione, non rinuncia ai suoi doveri educativi e formativi, ma non rifiuta dalla piccola consigli e persino aiuto: ha della nipotina, insomma, una certa considerazione. Sofia è una bambina che la sa lunga, qualche volta sino alla saccenteria, ma è collaborativa, generosa, cavalca la sua fervida immaginazione, lascia che la sua realtà quotidiana si confonda con quella dei suoi sogni. Difficilmente m’è capitato di leggere uno scrittore, soprattutto novecentesco, che abbia saputo collocarsi, come Tove Jansson, nel punto esatto di equilibrio tra puerizia e senilità.
Dicevo che ci troviamo su un’isola: che rappresenta sempre, per Tove Jansson, un luogo privilegiato. Basterebbe pensare che l’altro romanzo recentemente tradotto, Fair play, ci restituisce la vicenda di due amiche che «abitano ai capi opposti di un grande caseggiato» davanti al porto di Helsinki, con solo una lunga soffitta a dividere i loro atelier, e che -ecco il punto-possiedono anche una piccola casa di legno su un isolotto disabitato: Jonna, pittrice e intagliatrice, assai creativa, autoritaria e volitiva, una certa dimestichezza con le pistole, appassionata di Fassbinder, la quale non di rado, sul cinema, pedagogizza l’amica; Mari, scrittrice e illustratrice, apparentemente remissiva e disorientata, e, a complicare le cose, pure figlia d’una madre leggendaria, che «era stata tra le fondatrici dello scoutismo femminile in Svezia». Sentite qua: «L’isolotto aveva la forma di un atollo: una cornice rocciosa intorno a una laguna poco profonda, una specie di palude con uno stretto accesso al mare». Laguna la quale, con la bassa marea, si trasforma in una specie di laghetto che, se una volta rappresentava il paradiso delle foche, ormai tutte sterminate dai bracconieri, è invece, adesso, «il giardino d’infanzia» degli edredoni, le inconfondibili e corpulente anatre marine col grande becco a zeppa e, se di genere maschile, dotate d’una magnifica nuca verde.
Come ha scritto Ali Smith nella Postfazione a Fair play, Il libro dell’estate è un romanzo «su quasi niente eppure su tutto», proprio in virtù -aggiungo- della neutralizzazione degli imperativi del plot: affermazione che si può forse estendere a tutti i romanzi di questa affabilissima scrittrice. E non penso soltanto alla levità dei dialoghi che -come appunto quelli tra nonna e nipotina- ci consegnano a una piacevolissima sensazione di galleggiamento, che colloca in secondo piano la trama, ma alla funzione che sempre assume in questi libri la Natura, assoluta domina, madre tenera e minacciosa matrigna. Mi chiedo: è possibile, nel Libro dell’inverno, sfuggire al potere quasi ipnotico della neve, che inghiotte tutto il paesaggio sin quasi a cancellarne la memoria? Cito dal Libro d’estate. Si tratta di righe che nascono, come trasognate, dalla suggestione del verso delle morette, «uccelli che non si vedono mai»: «si radunano oltre le ultime isole in grandi stormi nuziali che in primavera cantano insieme per tutta la notte». Che è un altro modo -se ci pensiamo bene- per raccontare la felicità. Sicché, alla fine d’ogni libro, è sempre la stessa convinzione che ci raggiunge: che, cioè, Tove Jansson non abbia scritto mai niente senza gioia.

Questo è un articolo di Massimo Onofri pubblicato su Avvenire il 21 gennaio 2018.

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