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Approfondimento

"Un’insolita raccolta di storie e frammenti splendidamente orchestrati"

Data | Martedì 16 Luglio
Orario | 12:18

Le parole della traduttrice Silvia Cosimini presentano Jón Kalman Stefánsson e il suo libro

"Jón Kalman Stefánsson nasce a Reykjavík nel 1963 e a dodici anni si trasferisce con la famiglia a Keflavík, nella penisola di Reykjanes, per fare poi ritorno nella capitale una volta conseguito il diploma di scuola superiore alla Fjölbrautarskóli Suðurnesja.
Dal 1975 al 1982 trascorre lunghi periodi nelle regioni occidentali del paese, soprattutto nei fiordi dell’ovest, e svolge lavori di vario tipo: impiegato in un macello, nell’industria ittica, muratore e per qualche mese anche ufficiale di polizia all’aeroporto internazionale di Keflavík. Tornato a Reykjavík nel 1986, si iscrive all’università e la frequenta per alcuni anni, ma abbandona gli studi nel 1991 senza conseguire una laurea. Per qualche anno copre temporaneamente la cattedra di letteratura in alcune scuole superiori e scrive articoli di critica e cultura sul Morgunblaðið, la maggiore testata islandese. Dal 1992 al 1995 si trasferisce in Danimarca, a Copenaghen, dove svolge diversi impieghi di vario genere; una volta rientrato in Islanda lavora come bibliotecario nella biblioteca di Mosfellsbær, il sobborgo di Reykjavík in cui attualmente risiede, fino al 2000. Da allora si dedica a tempo pieno alla scrittura.
La sua prima pubblicazione è stata una raccolta di poesie, Með byssuleyfi á eilífðina ("Con il porto d’armi contro l’eternità"), uscita nel 1988, a cui hanno fatto seguito altri due volumi di versi, Úr þotuhreyflum guða ("Dai reattori degli dei") nel 1989 e poi Hún spurði hvað ég tæki með mér á eyðieyju ("Mi chiese cosa porterei con me su un’isola deserta") del 1993. Seppure non si sia più cimentato con questo genere letterario, che, come avrà modo di dire in seguito, non gli si confaceva del tutto, l’impronta poetica lascia un segno indelebile sulla sua prosa, soprattutto negli ultimi romanzi; nei versi, inoltre, si distinguono molti temi che percorreranno poi come fili rossi tutta la sua prosa.
Come lui stesso afferma in un’intervista apparsa su un periodico islandese, “Prendo ispirazione dalla poesia. Credo che la poesia sia la forma più profonda d’espressione e che racchiuda in sé molti elementi capaci di commuovere, più di qualsiasi altra forma, a parte forse la musica. Provo sempre ad applicare certe modalità nei miei romanzi. Il modo in cui la poesia può essere illogica, eppure avere comunque un senso. Ma non lo faccio in maniera conscia.”

La sua prima produzione narrativa è una trilogia composta da Skurðir í rigningu (1996, "Fossati nella pioggia"), Sumarið bakvið brekkuna (1997, "L’estate dietro l’argine"), Birtan á fjöllunum (1999, "Il chiarore sui monti") e ambientata nelle aree rurali islandesi negli anni Settanta e Ottanta, in una realtà che sta estinguendosi a poco a poco; ma la definizione spazio-temporale è esclusivamente esterna, non ha coincidenze con il reale e riferisce di una ruralità «letteraria» legata a doppio filo alla tradizione del romanzo pastorale islandese, accompagnata a un’ironia che ricorda sicuramente quella di Þorbergur Þórðarson. Fin da questi primi libri s’intuisce da parte dell’autore il rifiuto della forma tradizionale e il disinteresse nel tentare di etichettare i propri scritti come romanzi oppure come racconti. Nei due volumi successivi, Ýmislegt um risafurur og tímann (2001, "Vari cenni sulle sequoie e sul tempo") e Snarkið í stjörnunum (2003, "Crepitio di stelle") si percepisce un taglio molto più biografico, quasi da memoriale; Jón Kalman anticipa così la tendenza contemporanea della letteratura islandese, secondo la quale l’individuo e il proprio bagaglio di ricordi tornano a essere materia di trattazione dopo il caos del postmodernismo.

Ma il vero successo arriva sicuramente con Sumarljós, og svo kemur nóttin (2005; "Luce d’estate, ed è subito notte", Iperborea 2013), aggiudicatosi il Premio Letterario Islandese nel 2005: è con questo libro che sicuramente l’autore trova la sua voce più vera e torna a creare il suo personale mondo fittizio con un’insolita raccolta di storie e frammenti splendidamente orchestrati. Il libro è ambientato in un piccolo villaggio dei Fiordi Occidentali, dove “gli abitanti vagano disorientati tra i labirintici sentieri dell’animo umano”. È un piccolo paese, dove tutti si conoscono e continuano a incontrare le stesse persone: c’è l’impiegata delle poste che legge la corrispondenza altrui; la signora dai capelli rossi che tutti i giorni fa una nuotata nell’oceano e scatena le fantasie degli uomini del paese; c’è un po’ di sana superstizione, perché il Magazzino è stato costruito sui resti di una fattoria, un tempo teatro di un delitto passionale; c’è Matthías che torna dopo sei anni passati all’estero; Elísabet che prova ad aprire un ristorante; un padre che non riesce a superare la perdita della moglie
ammalata e si suicida prima che il figlio sia diventato un uomo; Kristín che ha un’appassionata relazione extraconiugale con Kjartan, finché la cosa non si viene a sapere in giro e la moglie di lui, scopertolo, lo rovina facendogli vendere i terreni che erano di sua proprietà da secoli; l’uomo che manda tutto in malora per studiare il latino e l’astronomia, e intrattiene una volta al mese i compaesani con le sue lezioni sull’infinità dell’universo… E così conosciamo la vita, le passioni, le bassezze, l’amore, la quotidianità delle persone del paese, scopriamo i loro pensieri e i loro desideri, le speranze, le aspettative, la paura, l’amore, il sesso, la rabbia, l’indignazione. C’è un velo di tristezza nei toni, forse anche di nostalgia, ma soprattutto un sorriso che non viene mai meno. Nessuno giudica, nessuno si arroga ruoli consolatori: il romanzo mostra la vita com’è davvero in realtà, triste, forse, ma sempre bella, anche se talvolta amara. Tutti, anche i più provinciali, i più grassi e meno attraenti, hanno una loro storia da raccontare: è un mondo minimalista, partecipe e sentito, per accorgersi una volta di più che tutti abbiamo lo stesso cuore, che siamo tutti ugualmente nudi e impreparati di fronte all’amore, al dolore, alla morte. Vi si legge inoltre tra le righe uno dei sogni giovanili dell’autore, quello di diventare astronomo: Jón Kalman si era iscritto alla facoltà di fisica per poi scoprire che a interessarlo veramente era il valore poetico dell’astronomia – e la capacità dello scienziato, pari a quella dell’artista – di espandere i confini del mondo conosciuto e familiare.

Sempre nei Fiordi Occidentali è inserita la trilogia successiva, composta da Himnaríki og helviti (2007; "Paradiso e inferno", Iperborea 2011), Harmur englanna (2009; "La tristezza degli angeli", Iperborea 2012) e Hjarta mannsins (2011, "Il cuore dell’uomo", di prossima pubblicazione per Iperborea).
Da sempre disinteressato alla letteratura di rapido consumo e dai contenuti adrenalinici, la sua scrittura ha lo stesso impatto di una coscienza collettiva, di uno scrigno in cui il passato non è un rimpianto nostalgico verso qualcosa che non esiste più, bensì un presente rivissuto, il modo per dare un senso e un valore agli eventi di una vita. Il ricordo è più importante del momento passato; nello stesso modo la realtà ha più valore se ricercata nella memoria, e anche i sogni sembrano più preziosi se non si realizzano, come si legge in una poesia della raccolta del 1993:
"Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta
Una barca e te
dissi
e la barca la bruciamo sulla spiaggia
poi me ne andai
lasciandola lì
per tenermi il sogno"
(da Með byssuleyfi á eilífðina).

Impossibile sorvolare poi su uno dei temi principali e costanti nelle opere di Jón Kalman, il rapporto dell’autore con la lingua: ancora una volta è una poesia, un frammento della raccolta del 1989, a chiarire perfettamente il rapporto d’amore che li lega:
"non ho niente da dire ma
la lingua
è la donna della mia vita;
chino ai suoi piedi
sospetto il tradimento a ogni parola
a ogni lettera."
(da Slitur úr gömlum formála, "Frammenti di un antico prologo", in Úr þotuhreyflum guða)

Nel 2011 Jón Kalman Stefánsson è stato insignito del prestigioso premio letterario svedese Per Olov Enquist; nel 2012 con Paradiso e inferno è risultato finalista al premio Bottari Lattes Grinzane e al Premio Gregor von Rezzori."

Questo testo è stato pubblicato da Iperborea nella postfazione del romanzo "Luce d'estate ed è subito notte".

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