Titoli

Il re



Il re

“Ho lasciato morti dietro di me, i miei compagni di lotta sono in carcere o sepolti in qualche cimitero, mentre io vengo ricevuto ovunque come un re.” Come i precedenti romanzi di Kader Abdolah, anche Il re è frutto di una febbrile urgenza di scrivere, di un dovere etico della memoria. Siamo nella Persia a cavallo tra Otto e Novecento, al centro del Grande Gioco tra Russia, Francia e Inghilterra per il dominio asiatico. Ma è anche l’alba della globalizzazione, una brezza incessante spazza via tradizioni millenarie per portare modernità e profondi cambiamenti. Debole, ostinato, vendicativo, più interessato alle duecentotrenta donne del suo harem e alla gatta Sharmin che ai problemi dell’Iran, lo scià Naser non sa intercettare gli snodi cruciali della Storia, ma proprio per questo mantiene il fascino umano del perdente legato a un mondo che scompare. A lui si contrappone il visir Mirza Kabir – trisavolo dell’autore – che lotta invece per un futuro di progresso, sognando la costruzione di scuole, fabbriche, ferrovie, ospedali e il diffondersi dei vaccini. Con Il re si ritrova l’Abdolah de La casa della Moschea, il cantastorie affabulatore che rievoca profumi e atmosfere da mille e una notte, ma soprattutto il grande interprete del suo tempo, capace di cogliere il parallelo tra l’arrivo del telegrafo nella Persia di Naser e quello di internet nell’Iran di oggi. Il re si configura così come un romanzo di penetrante attualità, testimonianza di quel “contagio” dell’Occidente che, allora come oggi, porta con sé la speranza di un cambiamento alla lunga inesorabile.

Titolo originale: De Koning
Prima edizione: Luglio 2012
pp. 488
Nazione: Olanda
Traduzione di: Elisabetta Svaluto Moreolo
Postfazione di: Elisabetta Svaluto Moreolo
Collana: Narrativa
Numero di collana: 206
ISBN: 9788870915068
Con il contributo di: NLF - Nederlands Letterenfonds
Prezzo di copertina: € 18,50
Contenuti extra
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Citazioni

Per mille anni nelle case da tè persiane sono risuo­nate le gesta degli antichi re. I cantastorie giocavano con le date e davano libero corso alla fantasia per far rivivere i racconti con toni forti e colori vivaci. Spostavano i fatti nel tempo, tralasciavano qua e là qualche episodio e talvolta ne aggiungevano altri. p. 13

 

Una sera, mentre si trovava davanti alla sua grotta, Gayumars osservò le stelle, osservò la luna che rischiarava le mucche e gli uomini nei pascoli  infiniti. E pensò: Qualcuno deve porsi alla guida di questo mistero. p. 15

Un antico adagio che ben si addice al suo comportamento recita: “un leone morto è sempre un leone, un leone ferito è un leone e un leone in gabbia resta un leone. Ma un leone che fugge davanti al nemico non è un leone. p. 17

  

Il principe aveva trecentosettantaquattro fratelli, perché nella sua lunga vita suo padre aveva avuto milleduecento mogli. Milleduecentotrentacinque per essere precisi. p. 19

 

 

Era stato un viaggio indimenticabile per le concubine. Normalmente potevano fare solo brevi pellegrinaggi. Il resto della vita lo passavano tra le quattro mura dell’harem. Adesso invece avevano attraversato il paese a cavallo, avvolte nei loro chador neri, con il niqab blu. p. 25

 

 

La mia parola è quindi la parola del re. E la parola del re è la parola di Dio. p. 27

 

La maggioranza delle concubine proveniva dalla campagna. Erano giovani che lo scià aveva notato passando per i paesi durante i suoi viaggi e portato con sé. All’inizio erano molto contente di essere state prescelte e pensavano che la fortuna si fosse posata come un’aquila sulla loro spalla. Una volta entrate nell’harem, Naser si divertiva con loro per qualche notte, le accarezzava, le mordeva, le pizzicava sul collo, sul seno e sulle cosce per poi prenderle brutalmente. Dopo di che nella maggior parte dei casi non tornava più. Quelle giovani donne analfabete finivano in un complicato labirinto di credenze, superstizioni, malattie, pettegolezzi, giochi di potere, intrighi femminili, attività di spionaggio e oscure manovre politiche.

Erano prigioniere giorno e notte. E ammazzavano il tempo truccandosi, fumando il narghilè, mangiando e litigando tra loro. p. 29

 

 

A poco a poco scese la sera. I domestici accesero le candele nelle lanterne. Un’ombra di malinconia si diffuse nell’harem. Una gatta, la micia dello scià, si intrufolò in un corridoio e balzò sopra un ripiano, da dove rimase a osservare le concubine nella luce del crepuscolo. p. 29

 

Il tempo in cui alla gente bastavano una mucca, un pezzo di terra e un po’ di lana da filare è ormai passato, o quasi. Il mondo ha fatto passi avanti, mentre noi siamo rimasti fermi. p. 32 

Lo scià non ha alcun dovere, ma è bene che sappia che fuori dalle mura del suo palazzo migliaia di poveri lottano ogni giorno per la sopravvivenza, mentre a Teheran i principi conducono una vita da sogno. Lo scià non ha alcun dovere, ma è bene che sappia che non può regnare come al tempo di suo padre o di suo nonno. Se lo farà, temo che sarà la fine della sua dinastia. p. 34

 

La sala degli specchi era un concentrato di potere, luce e arte orientale. Le pareti erano decorate da migliaia di piccoli specchi dalle forme misteriose. Il visir osservò annoiato le sue mille immagini riflesse. p. 48

 

 

Il tempo si era fermato nel suo paese. Con quegli orologi lui voleva rimetterlo in moto. p. 86

 

 

Naser aveva studiato i dipinti di Kamal al-Mulk imparando così diverse tecniche, che poi applicava a sua volta alla bell’e meglio.

Sharmin fu la sua prima modella, il risultato non fu malvagio. Lo scià era soddisfatto e appese subito il dipinto nel suo studio.

Un’altra volta tentò di immortalare Taj Olsultan, ma senza riuscirci.

“È un’impresa impossibile”, gli spiegò Kamal al-Mulk. “Lo scià è di fronte a due ostacoli insormontabili: primo, vostra figlia è di una bellezza mozzafiato. Secondo, non ha rughe. Vi consiglio di fare il ritratto di vostra madre. È la modella ideale: le sue nobili rughe esaltano la sua bellezza, è l’immagine stessa del potere e le sue scelte di abbigliamento sono perfette.”

“È escluso”, replicò prontamente lo scià. “Nostra madre è incapace di star ferma e non tace un secondo. In più non perde occasione di criticarci. Lei seduta e noi con il pennello in mano, già immaginiamo la scena. Sarebbe la guerra. pp. 90-91

 

 

Arrivati in cima alla collina più alta, si fermarono. Da lì si dominava la pianura sottostante. Il re trasalì leggermente dinanzi a ciò che vide: schierato ai suoi piedi c’era un esercito perfettamente formato. Era identico agli eserciti francesi che aveva visto sui libri di storia. p.102

  

L’albalu è una ciliegia, ma un po’ più rossa, più delicata e più gustosa delle altre specie di ciliegie. Le albalu più buone del mondo crescono nelle campagne di Teheran, ai piedi del monti Alborz. Nelle altre città della Persia le albalu maturano alla fine di giugno, ma a Teheran sono pronte solo alla fine dell’estate, ai primi d’autunno. Lì la natura si prende il tempo di renderle perfette.

In Persia le albalu erano i frutti prediletti degli innamorati. Le ragazze e le giovani donne le appendevano alle orecchie e i ragazzi sognavano di coglierle.

L’albalu era anche il frutto preferito dello scià. p. 108

 

 

“Il problema è la povertà. Nei paesi occidentali il progresso alimenta la speranza come il sole che sorge. Noi, invece, la stiamo perdendo, la speranza. Il nostro popolo non ha prospettive di futuro. p. 139

 

 

Profondamente ferito, Mirza Kabir lasciò il palazzo e si diresse lungo le strade buie verso la collina fuori Teheran. “C’è un branco di lupi che mi insegue nell’oscurità”, diceva tra sé. “Perché così tanti lupi quando non posso essere cibo per più di tre bestie feroci?” p. 167

 

“Non ho paura della morte, ma che mi uccidano prima che possa portare a termine il mio compito.”

“Non puoi decidere da solo il corso della storia e nessun uomo è in grado di portare completamente a termine il suo compito, anche se è l’obiettivo verso cui deve tendere.”

“Ma cosa succederà se mi uccideranno a metà della mia missione?”

“Vorrà dire che sarà quello il corso della storia.” p. 170

 

 

Per un istante pensò che il salto compiuto dalla donna fosse un segno. Che avrebbe dovuto concedere più libertà al popolo, che era scontento perché lui lo trascurava. Ma ricacciò subito quell’idea. Il popolo non aveva bisogno di libertà. Il popolo aveva bisogno di una guida. E quella guida era lui. p. 199

 

E ridendo il giovane Naser aveva dichiarato: “Giuro sul Corano che non mi macchierò mai le mani del vostro sangue”, dopo di che il vecchio scià aveva deposto soddisfatto le sue mani in quelle del visir, dicendo: “Ora posso morire in pace.”

Il visir trasalì al ricordo delle parole di Naser. Non aveva giurato che non l’avrebbe ucciso, ma che non si sarebbe macchiato le mani del suo sangue. Poteva sempre farlo fare a qualcun altro. p. 234

 

 

Lo scià era superstizioso ed era sicuro che quello stambecco non avesse incrociato il suo sentiero per caso. Aveva sbagliato mira cinque volte, il che già era raro. Negli antichi racconti persiani cervi, stambecchi e gazzelle conducevano i re verso avventure misteriose, anche quello stambecco doveva servire uno scopo più alto. p. 250

 

 

Finiti i lavori, gli uccelli si ripresero dallo spavento e si posarono sui pali e sui fili del telegrafo come se non avessero mai fatto altro. Dal loro cinguettio si capiva che erano contenti. Non solo agli uccelli, ma anche ai bambini piaceva quella novità. Appoggiavano l’orecchio ai pali e comunicavano tra di loro battendo un sassolino sul legno. Era un gioco magico, di cui non si stancavano mai. p. 269

 

 

In quel momento le guardie persero il controllo della situazione: iniziarono a picchiare la gente con i bastoni e la gente, a sua volta, a dare piatti e padellate in testa. I pentoloni caddero per terra e sul retro della tenda si levarono improvvisamente delle fiamme. In quella confusione il capo delle sentinelle cominciò a sparare in aria. I popolani si diedero alla fuga e le guardie li inseguirono finché non ritornò la calma.

 

Dal tetto lo scià guardò impassibile la zuppa della felicità che si era riversata a terra. p. 276

 

«Prendere bast» era un collaudato modo di scioperare: ci si rifugiava nella casa di Dio e si rimaneva lì fino a quando le richieste non venivano esaudite. Finché restavano all’interno di una moschea o di un santuario, i dimostranti erano al sicuro. Nessuno poteva infastidirli. Neanche un ordine di arresto dello scià aveva validità in quel luogo. p. 317

  

“Che cosa cercano?” aveva chiesto lo scià al genero.

“Sono studiosi, maestà, vengono dal Farang, l’Europa, e vogliono ricostruire la storia dell’umanità.”

“E la storia dell’umanità è scritta nelle nostre ciotole rotte?”

“Ho parlato con loro, sostengono che la grande storia si celi in quei piccoli frammenti.” p. 334

 

 

Anni dopo, poco prima di morire, lo scià si ricordò di quella ragazza. Sentì il tintinnio delle monete d’oro nel colletto del suo vestito e rivide la collana di pietre sfavillanti. Furono gli ultimi ricordi della vita che gli furono concessi. p. 348

  

Ora quella paura era più forte che mai. Forse quella notte sarebbe stato ucciso dal suo devoto ciambellano. Chi era, in realtà, quell’uomo che non parlava mai? Chi frequentava al di fuori del palazzo? Chi l’aveva introdotto a corte? Sì, chi era quell’uomo misterioso che appariva come un fantasma ogni volta che lui suonava il campanello? p. 432

 

 

I narratori delle antiche storie di re cambiavano i fatti e, se necessario, riscrivevano il finale, perché risplendesse sempre la luce della speranza. Nessuno sa se dicessero la verità, ma chiunque comprende che ai narratori di storia è concessa la piena libertà di concludere il loro racconto come più li aggrada. p. 466

 

Taj Olsultan visse a lungo, fino a quando arrivarono i treni e di notte le vie di Teheran furono inondate dalla luce dei nuovi lampioni elettrici.

Le storie dei re non si concludono mai veramente, perché ogni narratore deve conservare un racconto per la prossima notte. pp. 466-467


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