Titoli

Le bianche braccia della signora Sorgedahl



Le bianche braccia della signora Sorgedahl

E se non fossi mai esistito? si chiede un ex professore di filosofia a Oxford, che come uno sciamano ha imparato a liberare l’anima dal corpo per viaggiare indietro nel tempo e scoprire il sottile confine tra memoria e sogno. Forse è per questo che tutti i ricordi lo riportano a un anno, il 1954, quando nella nativa Västerås arrivò la più forte grandinata estiva della storia, ma soprattutto lei, la signora Sorgedahl. Lei che aveva il doppio dei suoi anni e un marito noioso, ma lunghi capelli rossi, un profumo di un altro mondo, e quelle belle morbide bianche braccia che gli avrebbero “aperto le porte della vita”. E per ricostruire un’esperienza così intima e segreta da dubitare che sia accaduta davvero non può che ricomporre l’intero puzzle dell’adolescenza, un paradiso perduto di dispute filosofiche con gli amici nel locale caldaia, di racconti famigliari su cani-demoni e prevosti-fantasmi e di incontri proibiti con Ingela, la figlia del Fonditore. Ricordo e fantasia, ironia e rimpianto guidano una proustiana ricerca interiore che diventa un viaggio attraverso l’intero scibile, abbracciando i segreti della pesca al plancton lacustre e i vantaggi morali che offrirebbe un mondo politeista, il legame tra lo Spirito Santo e un organo dell’Ottocento a 50 voci e quello tra il nastro di Möbius e il mistero del tempo. In un funambolico gioco borgesiano intorno a quella babele di domande senza risposta che è l’uomo.

Titolo originale: Fru Sorgedahls vackra vita armar
Prima edizione: Gennaio 2012
pp. 240
Nazione: Svezia
Traduzione di: Carmen Cima Giorgetti
Collana: Narrativa
Numero di collana: 197
ISBN: 9788870911978
Con il contributo di: Programma "Cultura" della Commissione europea
Prezzo di copertina: € 15,50
Contenuti extra
pdf  Scarica l'incipit in Pdf
Citazioni

Mi spiegò che c’è qualcosa di ancora più brutto che negare l’esistenza di Dio. È credere che esistano più dèi. E che se si credeva a più di un solo dio, non c’era più bisogno di nessun diavolo. Infatti si poteva sempre incolpare qualche nuova divinità per spiegare tutte le cose indesiderate e impreviste.

Folke suonava il pianoforte e l’organo. Ma soprattutto suonava il grammofono. Suo padre era gentile, generoso. Per i nostri standard, Folke possedeva cose decisamente costose, come il giradischi Tandberg con la puntina in zaffiro al posto delle misere puntine d’acciaio e di cactus di cui dovevamo accontentarci noi. Dal mio grammofono ronzava costantemente una nota bassa che in qualche modo veniva dal motore. Mi dava a volte la sensazione che anche la vita avesse sostanzialmente un simile sottofondo, una lunga nota bassa ronzante di angoscia che era la firma della nostra stessa esistenza. (p.37)

Tutti volevano che il tempo passasse in fretta. L’uomo di tempo ne ha così poco, e la maggior parte di quello che ha lo trascorre cercando di farlo passare in fretta. (p. 44)

In questo racconto, come vi sarete accorti, è un vecchio che parla. E il fatto mi dà un vago senso di disagio cinquant’anni dopo. Certo che il presente può determinare e cambiare il passato! Solo chi non ha capito che in fondo tutto l’universo è contemporaneamente presente crede che le cause vadano solo in una direzione. Quante volte non mi è capitato di vedere come avvenimenti per esempio della fine degli anni Ottanta abbiano profondamente influenzato cose che mi erano capitate negli anni Cinquanta. (p.45)

Probabilmente la povera umanità si limiterebbe a sbadigliare. La vita, in altre parole, mi ha lasciato nel complesso in pace. E io posso dire quasi la stessa cosa di me nei suoi confronti. Anche se naturalmente ogni tanto ho quella nota sensazione di aver vissuto questa vita invece di qualche altra. Del resto, chi non ce l’ha? (p. 54)

Solo i grandi stormi di gabbiani del porto, bande considerevoli di gangster che di tanto in tanto si spingevano nell’entroterra per le loro razzie e che sembravano apprezzare le grandi querce e i frassini del Djäkneberget, potevano fare più baccano. I piccioni con i loro movimenti ansiosi e i loro monologhi malinconici mi ricordavano mia madre, i gabbiani i miei compagni di scuola, in particolare quelli che non erano capaci di mantenere un tono di voce normale senza gridare in continuazione e che giocavano a pallamano. Sport che detestavo di tutto cuore perché evidentemente non si poteva praticare se non con urla e chiasso. (p. 57)

Quando adesso, da una prospettiva per così dire più matura, guardo indietro a quell’età dei nove-dieci-undici anni, non posso che stupirmi di quali enormi risorse di amore e odio potesse racchiudere. E che praticamente non sono state utilizzate. Dove vanno a finire tutto l’amore e tutto l’odio inutilizzati? Vengono raccolti in una cisterna da qualche parte? (p. 61)

Una vita che comincia a essere lunga mi ha insegnato che la maggior parte di quel che succede, perfino le cose spiacevoli, è banale. Persone noiose incorrono in noiose fratture di ossa, caratteri noiosi vivono vite noiose. Tutto questo strano bisogno di «impegnarsi», di mettersi in mostra in un modo o nell’altro, vuoi come ministro o come cassiere dell’associazione condomini ha a che fare, ne sono convinto, con il fatto che la vita è fondamentalmente noiosa.

Personalmente sono un uomo fortunato. Ho scoperto questa storia della noia, e una volta che la si è scoperta non può più fare nessun danno.

Sono una persona fortunata. Sì. Perché ho scoperto che l’anima, come la vescica, si riempie sempre più che può. L’anima è sempre piena fino a scoppiare. Il grande finanziere nel suo magnifico ufficio, occupato contemporaneamente su due telefoni mentre legge il listino della borsa dallo schermo di un computer, e il condannato nella sua cella, occupato da settimane nel progetto di indurre una grassa mosca domestica a venire quando la chiama con un fischio, sono in sostanza altrettanto colmati da quello che fanno. Né più né meno. Non esistono vuoti buchi di formaggio nella coscienza. E perciò la noia della vita non è una qualità della vita stessa. È qualcosa che le provochiamo noi.

Quanto infinitamente noiose sarebbero state queste preghiere del mattino, se non avessi scoperto che non erano più noiose di tutto il resto. La vita è un grande volto vuoto e siamo noi che dobbiamo farlo ridere o parlare.

Io sono un uomo fortunato. (p. 66-67)

 

Erano gli anni Cinquanta, un’epoca in cui era ancora abbastanza facile poter parlare con un medico, se si riusciva a presentarsi in un ospedale con un disturbo in qualche modo interessante. E questo era senza dubbio interessante, giudizio su cui il medico quanto il suo assistente concordarono all’istante. (p. 70)

 

 

Fuori la gelida notte invernale nordica, dove i fiocchi di neve passavano turbinando davanti ai radi lampioni. E il cielo stellato freddamente ostile, a rammentarci che lassù c’era il grande, misterioso universo. Come avesse fatto Kant a paragonare questo gelido, immenso mondo esterno con la morale dentro di noi, mi era totalmente incomprensibile.

Ma forse era proprio così che il filosofo concepiva la morale. La morale era del resto un concetto difficile da capire quanto le stranezze dei cristiani. (p. 80)

 

Che cosa ho a che fare io con le allegre risate della famiglia dei fonditori e i latrati dei cani? Io non voglio uscire. Voglio starmene qui con il mio libro e sperare solo che il pomeriggio sia tranquillo e senza litigi.

È facile detestare quella famiglia volgarmente allegra e rumorosa. Ma io li detesto perché ho la sensazione che la vita sia dove sono loro. Mentre qui non succede niente. Nient’altro che qualche litigio senza senso tra i miei genitori, uno di quei litigi che non mi spaventano affatto, ma mi disturbano nella loro trivialità, nella loro meschinità. Mi tormentano, mi impediscono di leggere il libro che sto cercando di leggere, mi fanno desiderare di andarmene via, in qualsiasi posto, purché lontano da qui.

Se ce l’avessi, un posto dove andare. Forse mi aggregherei all’allegra rumorosa brigata del Fonditore e accarezzerei i cani, aiuterei le ragazze a portare tutte quelle ceste e coperte e bottiglie giù fino alla barca, solo per poter partecipare un breve attimo alla vita. (p.122)

 

 

 

 

 


Acquista:
LIBRO
EBOOK

Collana Luci

Prossime uscite

Corsi di lingua

Con i corsi di lingua, Iperborea continua la sua missione di avvicinamento e scambio tra la cultura scandinava e il nostro paese, cominciata nel 1987 con la ricerca, la traduzione e la pubblicazione delle maggiori opere letterarie del Nord Europa in Italia. Nel 2011 abbiamo iniziato con corsi di svedese, norvegese, finlandese, danese.

In svolgimento

I più venduti