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Scrittura cuneiforme



Scrittura cuneiforme

Ismail, esule politico iraniano rifugiato in Olanda, riceve un giorno un misterioso taccuino, scritto in strani caratteri incomprensibili. È il quaderno che suo padre Aga Akbar, riparatore di tappeti sordomuto e analfabeta, portava sempre con sé. Peregrinando tra le montagne innevate al confine tra Iran e urss, nei villaggi dove si tessevano tappeti volanti e i santi aspettavano il Messia leggendo libri in fondo ai pozzi, Aga Akbar registrava i suoi pensieri nell’unica scrittura che conosceva, i caratteri cuneiformi copiati da un’iscrizione rupestre. Ismail, che di suo padre era stato “la bocca e le orecchie”, si pone il compito di tradurlo, per perdonarsi di averlo abbandonato e riconciliarsi con il proprio destino. Ora, in quel paese nebbioso e grigio dove si è ritrovato anche lui sordomuto e analfabeta davanti a una lingua e a usi da imparare, è tempo di cercare di decifrare il passato, il suo e quello dell’Iran dell’ultimo secolo. La modernizzazione forzata degli scià, la lotta di liberazione, l’avvento e la fine di Khomeini sono tappe dell’epopea famigliare, le cause degli eventi e dell’esilio. In un continuo oscillare tra presente e passato, tra Olanda e Persia, tra poesia e realtà, nel riannodarsi del commovente rapporto tra padre e figlio, si tessono i grandi temi di oggi: l’incontro di culture, lo scontro fra tradizione e progresso, la capacità di ritrovare quel contatto tra gli esseri per cui l’unico vocabolario che serve è quello del cuore.

Titolo originale: Spijkerschrift
Prima edizione: Ottobre 2003
pp. 352
Nazione: Olanda
Traduzione di: E. Svaluto Moreolo
Postfazione di: E. Svaluto Moreolo
Collana: Narrativa
Numero di collana: 118
ISBN: 9788870911183
Con il contributo di: Programma "Cultura" della Commissione europea
Prezzo di copertina: € 17,50
Contenuti extra
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Citazioni

"Io, io, io. Io sono il figlio del cavaliere, il cavaliere del castello, il castello sulla montagna, la montagna dove c'è una grotta, e nella grotta c'è una lettera. La lettera di un re. Una lettera nella roccia. Del tempo in cui non c'erano ancora le penne, ma solo il martello e lo scalpello.", p. 34

 

“A volte penso che sia il senso di colpa a costringermi a scrivere questo libro. Il senso di colpa di un figlio che non ha portato a termine il suo compito, il suo incarico, di uno che a metà è scappato e ha piantato in asso suo padre. Forse è per questo che mi appare così spesso in sogno. Non mi guarda in faccia, mi evita e distoglie il viso.”, p. 142

 

"I miei amici e io non vogliamo lo scià, gli spiegai a gesti. Lo scià deve andarsene.

Sulle prime lui non capì di cosa stessi parlando, continuò semplicemente a guardarmi in silenzio. Poi all’improvviso capì. Gli tremarono leggermente le mani.

Che significa che deve andarsene? Che cosa intendi dire?

Che deve andarsene e basta. Via, abbasso lo scià!

Ma lui ha una pistola alla cintura.

Riflettei alcuni istanti. Dovevo farlo o no?

Ero indeciso, ma poi infilai la mano destra sotto il cappotto ed estrassi una pistola.”, pp. 190-191

 


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