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Postfazione di Fulvio Ferrari a "Le Sere" di Gerard Reve, pubblicata su TuttoLibri - La Stampa il 30/06/2018

Quando Le sere venne pubblicato, nel novembre del 1947, più che un sasso nello stagno fu una vera e propria bomba. I Paesi Bassi stavano ancora uscendo a fatica dal disastro provocato dalla guerra e dall’occupazione tedesca; le ferite della miseria, della persecuzione degli ebrei, della lacerazione tra resistenti e collaborazionisti erano ancora tutte aperte e la vita culturale del paese era permeata di un diffuso bisogno di speranza: c’era un futuro da ricostruire, una fiducia da ritrovare, e non era affatto facile.
In questo clima culturale compare il romanzo di esordio di un ventitreenne, Gerard Reve, che sembra irridere a qualsiasi valore, a qualsiasi sentimento di solidarietà o di empatia, a qualsiasi ricerca di un senso del vivere. Il romanzo descrive momento per momento dieci giornate – e soprattutto dieci sere – di un giovane, Frits van Egters, che è evidentemente il doppio dell’altrettanto giovane autore: un giovane ossessionato dalla decadenza fisica, dall’invecchiamento, dalla morte, e che sembra preoccupato solo di far passare il tempo, dal risveglio al momento di riaddormentarsi. La sua vita è un intreccio di osservazioni impietose su di sé, sui genitori, sugli amici: non c’è sentimento, sensazione o pulsione che sfugga al suo sarcasmo, alla luce violenta della sua osservazione, alla sua – diremmo quasi – sperimentazione psicologica. E che dire dello stile? I personaggi si esprimono ora in un nederlandese forbito, letterario, quasi arcaico, ora in un linguaggio volgare, di sorprendente crudezza. Frits, poi, si appropria frequentemente del tono e del lessico della Bibbia: è, anche questa, irrisione? Spesso, nel romanzo, se ne ha l’impressione, ma come leggere allora la preghiera in chiusura dell’ultimo capitolo?
Anche l’innegabile vena umoristica che percorre tutto il libro suscita reazioni discordanti: segno di inguaribile cinismo o correttivo alla cupezza del mondo rappresentato? Quel che è certo è che l’umorismo svanisce nei numerosi, angoscianti sogni che costellano la narrazione, incubi che vedono Frits impotente e costretto a confrontarsi con una minaccia incombente di morte.
Non c’è da stupirsi che critici e scrittori dell’epoca rimanessero sconcertati. Il romanzo fu subito oggetto di una quantità di recensioni, l’una in contraddizione con l’altra. Due furono le principali interpretazioni: da un lato c’era chi respingeva con indignazione quella che riteneva essere un’espressione di cinismo e di nichilismo morale; dall’altro chi vedeva nel libro la realistica descrizione di una gioventù devastata dalla guerra, a cui era stata tolta ogni fiducia nell’umanità. Fu proprio questa seconda interpretazione a fornire la motivazione per l’assegnazione a Reve del premio letterario intitolato a Reina Prinsen Geerligs, qualche giorno prima che il libro venisse pubblicato. Si legge infatti nel giudizio della giuria: «libro che raffigura ciò che il tempo che ha ucciso ogni illusione ha fatto alla gioventù.» In questo modo il libro veniva letto come «romanzo di una generazione» e ricollegato – in modo più o meno compiaciuto – all’esistenzialismo francese. Mi sembra interessante che un anno dopo la pubblicazione, rispondendo alle critiche che lo accusavano di nichilismo, Reve puntualizzasse: «È ancora ampiamente diffusa l’idea che uno scrittore debba offrire una ‘prospettiva’. Non sono d’accordo. Per offrire una prospettiva bisogna in primo luogo vederne una, e poi: è questo il mio specifico compito?»
Nel coro dissonante delle critiche si stacca tuttavia una voce che indica con lucidità quasi profetica quello che il romanzo non è e, d’altro canto, cosa Le sere possa significare per la futura creazione letteraria del giovane scrittore: Simon Vestdijk osserva infatti come nel libro di Reve non ci sia nulla che faccia pensare a una particolarità della generazione postbellica, mentre centrali sono le esperienze, le frustrazioni e le angosce condivise in generale dai giovani al momento in cui si staccano dalla famiglia di origine e affrontano la crudezza del mondo. In una lettera a Reve, inoltre, scrive Vestdijk: «Se si può qui parlare di ‘malattia’, il suo libro mostra anche il processo di guarigione. D’altro canto è anche evidente che non potrà proseguire su questa strada. Le sere è un estremo, è una “terra ai confini del mondo”. Se ci si spinge al di là si esce dalla letteratura e si entra nella religione.»
Nonostante la tumultuosa accoglienza della critica, il romanzo non suscitò una grande attenzione da parte del pubblico: dall’uscita al 1949 ne vennero vendute un po’ meno di settemila copie, un risultato non pessimo, ma nemmeno tale da poter parlare di un bestseller. A conferma del fatto che non si trattava di un libro indissolubilmente legato alla generazione del Dopoguerra, tuttavia, il successo arrivò più tardi, negli anni Sessanta, e da allora il flusso di ristampe e di vendite non si è più fermato, facendone uno dei pochi veri e propri classici della letteratura contemporanea di lingua nederlandese. Sempre negli anni Sessanta ha trovato conferma anche l’altra previsione di Vestdijk, quella riguardo all’impossibilità di poter proseguire sulla linea inaugurata da Le sere. È del 1963, infatti, il libro che riporta Gerard Reve al successo e al centro del dibattito culturale e sociale nei Paesi Bassi: Op weg naar het einde («Verso la fine»), libro anomalo, composto di una serie di epistole letterarie, segna l’inizio di quello che lo scrittore stesso definirà «revismo», una scrittura fatta di riflessioni e divagazioni, che prende a volte forma di narrazione senza però quasi mai costruire una vera e propria trama, e in cui i temi dell’omosessualità e del sado-masochismo si intrecciano in una singolare, bizzarra simbiosi con quelli della simbologia cattolica e della mistica mariana.
Al cattolicesimo Reve si convertì effettivamente nel 1966, lo stesso anno in cui un passo del suo nuovo libro, Nader tot U («Più vicino a Te»), in cui descriveva una fantasia che lo vedeva congiungersi sessualmente a Dio apparsogli in forma di giovane asino, gli procurò una denuncia per vilipendio della religione. Il processo si concluse nel 1968 con un’assoluzione e l’anno successivo gli fu assegnato uno dei premi letterari più prestigiosi dei Paesi Bassi, il P.C. Hooft-prijs. Alla premiazione Reve, che già dalla fine degli anni Cinquanta aveva smesso di nascondere la sua omosessualità, si presentò accompagnato dal molto più giovane compagno, Willem Bruno van Albada, suscitando così nuove polemiche. Il revismo era ormai diventato un fenomeno non solo letterario, ma sociale, e lo scrittore, mentre da un lato veniva consacrato uno dei «tre grandi» della letteratura nederlandese del secondo Novecento (insieme a Willem Frederik Hermans e Harry Mulisch), dall’altro non smetteva di essere al centro di sempre nuove polemiche e sempre nuovi scandali.
La sua produzione letteraria rimase intensa fino alla fine del secolo: tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta uscirono alcuni dei suoi romanzi più celebri, tra cui vale la pena di ricordare almeno De taal der liefde (1972, Il linguaggio dell’amore), Lieve jongens (1973, «Cari ragazzi»), Een circusjongen (1975, «Un ragazzo del circo»), Moeder en Zoon (1980, «Madre e Figlio»), De vierde man (1981, «Il quarto uomo», da cui nel 1983 il regista Paul Verhoeven ha tratto un celebre film), Het boek van violet en dood (1996, «Il libro della viola e della morte»), oltre a numerosi epistolari. Nonostante la sua grande popolarità e il vero e proprio culto che gli è stato tributato in patria, Reve è rimasto quasi sconosciuto al di fuori dell’area linguistica nederlandese fino a un’epoca recentissima: la traduzione in inglese di Le sere, pubblicata nel 2016, ha finalmente permesso al mondo letterario internazionale di conoscere un autore che merita di essere considerato uno dei classici del Novecento. Malinconicamente, il critico e scrittore Tim Parks, nella recensione pubblicata sul Guardian, definisce il romanzo non solo «un capolavoro», ma anche «una pietra miliare mancata della moderna letteratura europea».
Gerard Reve, vivente paradosso di uno scrittore classico che è sempre rimasto un outsider, ha sofferto nei suoi ultimi anni del morbo di Alzheimer, ed è morto l’8 aprile del 2006. È ora sepolto nel cimitero di Machelen aan de Leie, in Belgio.

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