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Approfondimento

Arte e tabù nella Russia di ieri e di oggi

Data | Venerdì 04 Maggio
Orario | 11:07

Intervista a Jan Brokken di Mariella Delfanti, Corriere del Ticino - 02/05/2018

Ai tabù di ieri e di oggi è dedicata la 13. edizione di Chiassoletteraria, e malgrado la parola oggi possa sembrare obsoleta, scopriremo con gli autori e gli altri ospiti della manifestazione (dal 2 al 6 maggio) quanto il concetto di tabù abbia influenzato il passato e condizioni ancora il nostro presente. Ce ne parlerà anche Jan Brokken, viaggiatore e scrittore olandese di romanzi e memorie dedicati alle culture dell’Europa del nord, da quella baltica (Anime baltiche), a quella russa su cui ritorna più volte, con un ultimo libro ora, Bagliori a San Pietroburgo (edito da Iperborea come tutti gli altri), dedicato alla città e ai suoi straordinari abitanti. Patria di icone come Anna Achmatova, Vladimir Nabokov, Alexander Puškin, Joseph Brodsky, luogo di vita e di lavoro per moltissimi altri (Dostoevskij, Turgenev, Gogol, Rachmaninov, Šostakovič, Rimskij-Korsakov, Stravinskij, Malevič), la città incarna il fervore intellettuale del secolo scorso e il suo continuo dover fare i conti con i tabù imposti dalla rivoluzione. Ne parliamo con l’autore.

Mariella Delfanti

Mr. Brokken, sono state le arti il tabù principale dell’era sovietica? Perché Stalin ne era così preoccupato, quando sapeva che poteva mettere a tacere chiunque?
“Le arti sono sempre state un contropotere, in Russia. Nella forma di voci individuali: non come opinione di partito, di associazioni, di un sindacato, o della maggioranza della Duma. No, era la voce di un uomo solo come Isaak Babel’ o Osip Mandel’štam o di una donna come Anna Achmatova o Marina Cvetaeva, a fare la differenza. I governanti russi hanno sempre cercato di controllare le arti, sia attraverso la censura che attraverso i riconoscimenti. Šostakovič ha avuto terribili problemi con il regime, soprattutto con Stalin, ma ha potuto ricevere ben due premi di centomila rubli in uno stesso anno. Stalin, del resto, teneva in grande considerazione gli artisti; gli scrittori per lui erano “gli ingegneri dell’anima”. Come un vero e proprio sovrano voleva avere i suoi compositori di corte. Considerava Šostakovič come il Beethoven del ventesimo secolo, ma voleva guidarlo e fare di lui uno strumento di propaganda comunista. Cosa che ovviamente è l’opposto del concetto di libero artista. Va comunque riconosciuto che Stalin prendeva molto sul serio le arti, cosa che non si può dire di altri statisti nel mondo. Talmente sul serio che “da noi - arrivò a dire Mandel’štam - possono perfino ucciderti per le tue poesie”.

E sotto il profilo strettamente artistico qual è stato il loro impatto sulla vita del Paese?
“L’amore dei Russi per i loro scrittori, compositori, artisti è sempre lo stesso. Più che amore parlerei di adorazione. Lo scrittore in Russia è una specie di Dio. E così è stato anche per i secoli addietro. Quando mi recai in Russia per la prima volta nel 1975, andai in visita alla casa di Pushkin. Lì venni accolto da una signora molto anziana che mi accompagnò a visitare la casa raccontandomi per ore e ore storie su di lui. Alla fine aprì una vetrinetta per estrarne una ciocca di capelli e mi chiese se volevo toccarli! Nel 2015 mi sono trovato di fronte qualcosa di analogo, ma questa volta si trattava di Nabokov. Nel 1983, ricordo di essere entrato in Russia dalla Cina con l’autobiografia di Nabokov nella valigia, che mi venne immediatamente confiscata: Nabokov era uno degli scrittori proibiti. Oggi la casa di Nabokov a San Pietroburgo che è stata restituita alla famiglia nel 2004, è diventata un museo stupendo. Una delle figure più importanti della città è poi Anna Achmatova. Il suo poema - Requiem - parla del periodo drammatico degli anni Trenta, quando suo figlio fu arrestato e lei si recava ogni giorno davanti alla prigione per avere sue notizie. Quell’opera fu proibita per molti anni, fino al 1987, ma praticamente tutti la conoscevano”.

Dunque il potere da un lato reprimeva, dall’altro doveva fare i conti con chi si rifiutava di obbedire al canone?
“Il potere si è sempre occupato delle arti. Lo zar Nicola I era personalmente preoccupato per quello che scriveva Dostoevsky, così come suo padre lo era stato di Pushkin, o si pensi a Shostakwovich: tutto quello che componeva era ascoltato da Stalin che aveva delle opinioni molto personali sui suoi lavori. Tutto ciò che appartiene alle arti è una parte fondamentale nella vita dei Russi, cosa difficile da capire per noi occidentali. Le le arti sono molto importanti in un Paese dove il potere è sempre stato molto forte. Prima gli zar, poi il comunismo, oggi Putin: non c’è, e non c’è mai stata una vera democrazia, né libertà di stampa, né televisioni e radio libere. L’unica vera opposizione al regime l’hanno fatta gli artisti, gli scrittori, i poeti. Dall’Ottocento fino ai nostri giorni sono stati e sono delle voci libere contro il potere e questa perdurante autocrazia. Sono loro che criticano, che denunciano: Dostoevsky, Gogol, e oggi il premio Nobel, Svetlana Alksievich, che è stata molto critica su Chernobyl”.

Sembra che alcuni tabù persistano oggi nella Russia di Putin. Quali sono secondo lei e perché?
“Il tabù numero uno nella Russia di Putin è la religione, come si è visto nel processo alle rock star di Pussy Riot. Sono sicuro che Dostoevsky, che ha scritto pagine meravigliose sulla chiesa ortodossa, ma anche violenti attacchi contro il clero e il pensiero cristiano, avrebbe avuto gli stessi loro problemi se avesse pubblicato adesso.
E poi c’è un altro tabù. Il mio libro Nella casa del pianista non può essere pubblicato per via del tabù dell’omosessualità. Che non esiste in Russia, né nell’Unione sovietica, né nella Russia di Putin!”.

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