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Isola

Data | Giovedì 08 Marzo
Orario | 12:30

Articolo di Alessia Gazzola, Tutto Libri - La Stampa 03/03/2018

A 320 km dalla Scozia e 990 km dalla Danimarca, tra i flutti del Mar di Norvegia e dell’Oceano Atlantico, si colloca uno staterello insulare orgogliosamente autonomo. È l’arcipelago delle isole Fær Øer. C’è una ragazza per cui quel luogo ha sempre avuto il significato di casa. I nonni materni hanno scelto di migrare da lì e di relegare la nostalgia sul fondo del mare. Ci ha provato, il nonno Fritz, a fare il pescatore sull’Artico. Ma non era la vita che voleva. Sognava di studiare ingegneria elettronica e di lavorare nella centrale elettrica di Botni. Resterà un sogno, ma almeno non è morto di freddo nell’Artico. Il nonno diventerà un maestro in una cittadina di campagna vicino Copenaghen, amerà intensamente Ulisse e leggerà alla nipote pezzi dell’Odissea. E ci ha provato anche la nonna Marita a restare, ma aveva un grosso segreto da consegnare al fondale del mare insieme alla nostalgia e una ferita che solo la distanza poteva guarire.
Nel proprio intimo Fritz custodisce il desiderio di tornare alla sua Itaca. Il luogo in cui cresciamo non è solo un ricordo e sopravvive in noi con poca acqua come una pianta grassa. Proprio come il sentimento della nostalgia inconfessata di quella vita che non abbiamo vissuto lì dove tutto era ben noto e familiare. E tutto questo i nonni della ragazza lo sanno bene.
Il ritorno alle isole dopo la morte della nonna è l’occasione per la ragazza di rivedere i membri dell’estesa famiglia faroese di Fritz, già conosciuti durante le vacanze sin da quando era bambina. D’altra parte, per chi è rimasto sull’isola, il ritorno di quei semi della famiglia germogliati lontano interrompe la monotonia e porta a raccontare storie, tra un sorso di acquavite e un assaggio di skærpelår o di grasso di balena.
E come in tutte le saghe familiari, anche in quelle intrise di lirismo nordico, di sorprendenti sfumature di colore e di associazioni semantiche azzardate – le nuvole grigio elefante che infarinano il cielo sono un buon esempio - certi personaggi secondari sullo sfondo rubano la scena. Ragnar il Rosso, il fratello maggiore di Fritz, intellettuale con velleità politiche prestato al lavoro manuale; Ingrùn, la sorella con il fiuto per gli affari; Jegvan, il fratello che somigliava a Cary Grant.
Ma la grande protagonista è l’Isola, Ø in danese, lingua in cui non è solo un monottongo. Viva attraverso la percezione che ne hanno la ragazza e la ragazza che fu nonna Marita, la cui storia è narrata su un piano temporale diverso a capitoli alterni. L’Isola, con il cielo come una trapunta d’azzurro distesa sui pescherecci, i campi che digradano fino ai non ti scordar di me, l’odore della torba, del merluzzo, le beccacce di mare che si specchiano nell’acqua bassa del bagnasciuga. L’Isola che fu strategicamente occupata dagli inglesi come contromossa all’invasione nazista della Danimarca e che pochi anni dopo iniziò a reclamare l’autonomia. L’Isola che Siri Ranva Hjelm Jacobsen restituisce con audacia espressiva in una prosa coraggiosa. Perché il punto non è la storia. Il topos del ritorno al luogo delle origini con la saga familiare sullo sfondo è comune a tutta una letteratura più spesso prettamente femminile. La Jacobsen se ne distanzia grazie all’originalità dello sguardo e alla capacità di pennellare immagini nitide tanto dei luoghi quanto degli stati d’animo. Con un linguaggio tutto suo fresco e sorprendente ritrae il sentimento della migrazione, tema non secondario della sua storia. Perché lei stessa sente la ‘nostalgia patologica’ per il luogo che le sarebbe appartenuto e che non ha potuto scegliere. Perché migrare non è solo l’atto della traversata. È una scelta, una prospettiva, una mediazione tra la nostalgia e la speranza. Ma del resto, ci dice la Jacobsen – che per scrivere questo libro si è ispirata al vissuto familiare - la migrazione è un processo che si compie in tre generazioni. Alla prima generazione il compito di sgobbare a testa bassa, di fare un po’ di soldi e di tornare in vacanza nel luogo d’origine con la camicia buona; alla seconda tocca correre veloce il doppio per guadagnarsi l’inclusione. La terza è il frutto di tutto il processo, ma ‘porta dentro il viaggio come una perdita’ e in tempi di intense migrazioni come questi, quando troppi di noi hanno dimenticato come ci si sente e tanti altri invece hanno dovuto scoprirlo, leggerne per ricordare, o per pensarci, è enormemente consigliato.

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